Davide Gallo Lassere e Roberto Ticca

I remake, si sa, quasi mai rispecchiano l’originale. «Les nouveaux chiens de garde» non fa eccezione a questa regola: poco rimane del rabbioso e irriducibile antagonismo con cui Paul Nizan si scagliò, ottant’anni or sono, contro l’opera di velatura ideologica compiuta a suo tempo dagli intellettuali prezzolati della borghesia francese. Il documentario, infatti, all’estetica della collera preferisce una denuncia votata all’insolenza. In ciò consiste il merito innegabile del film; il quale porta allo scoperto le ombre spettrali che politica ed economia proiettano sull’informazione transalpina, adottando in prevalenza un andamento irriverente. Emblematico, al riguardo, il racconto fatto di nomi e cognomi, immagini, CV e incarichi dei conniventi che, immancabilmente, ogni ultimo mercoledì del mese si incontrano per un conviviale diner du siècle al numero sei di Place de la Concorde a Parigi, nel prestigioso ristorante dell’Automobile Club de France.

L’opacità che aleggia intorno ai rapporti tra i commensali in questione – alti funzionari statali, importanti uomini d’affari, pezzi grossi del panorama mediatico – viene esposta a chiare lettere, ma in una forma poco propensa a suscitare l’indignazione dovuta. Ciononostante, il documentario ridicolizza le pretese di indipendenza, pluralità e oggettività di anchor men e direttori di testate. In barba alla pletora mediatica sorta sull’onda della neweconomy, il nerbo dell’informazione continua infatti a essere risucchiato dall’attrazione imprescindibile dei grandi trust politico-finanziari.

Alla stregua dei colossi Bouygues, Dassault o Lagardère – alcuni tra i soggetti più influenti all’interno del cartello giornalistico, di cui è reperibile una mappatura sul sito del film – l’intero paesaggio informativo rimane gestito dal dominio incontrastato di pochi, giganteschi poli mediatici. Questi potentati, costituiti da uomini che hanno accumulato le loro sterminate ricchezze con ben altre attività, alimentano in continuazione il balletto autoreferenziale dei soliti volti noti che passano con indifferenza da un’emittente radiofonica prestigiosa a un popolare canale televisivo per finire, con il cambio di stagione, nei vertici redazionali di un importante quotidiano.

Sono molti i protagonisti del mercato dell’informazione a legare il proprio nome al confezionamento di un’immagine abbellita per le aziende richiedenti; in certi casi, addirittura, all’abiura della deontologia corrisponde un preciso tariffario relativo alla fama del candidato. In altri, invece, il rinnegamento dell’etica della professione si compie tramite la consultazione di esperti di servizio presentati come neutri sostenitori di un sapere super partes. Questi pennivendoli partecipano così in maniera attiva alla mitizzazione di un sistema che dovrebbero scandagliare il più oggettivamente possibile.

Sembra che di strada ne sia stata fatta da quando, nel 1963, il ministro dell’informazione Alain Peyrefitte poteva permettersi di salire direttamente in scena magnificando l’avvenuta depoliticizzazione del telegiornale serale; in realtà i nuovi cani da guardia possono anche indossare le vesti professorali di «saggi» accademici. Un esempio su tutti: la trattazione della crisi. Chiamati a spiegare al largo pubblico le turbolenze attuali del mondo economico-finanziario, questi sedicenti luminari sfoderano la stessa postura intellettuale che non ha visto o, in certi casi, ha addirittura fomentato l’avvento della crisi, assumendo un ruolo pastorale che di volta in volta legittima o edulcora un sistema comodo a loro e ai loro datori di lavoro. Il documentario, basato su impertinenti montaggi d’archivio e astute info-grafiche, è l’opera corale di cinque sceneggiatori e due registi: Serge Halimi (autore dell’omonimo best seller uscito nel 1997 e attuale direttore de Le monde diplomatique), Pierre Rimbert, Renaud Lambert, Gilles Balbastre e Yannick Kergoat.

Il film condensa in 104 minuti un’impressionante quantità di materiale e informazioni, rischiando, talvolta, di cadere in facili scorciatoie ed eccessive semplificazioni. Tuttavia, «Les nouveaux chiens de garde» – finora apparso su un esiguo numero di maxi schermi – risulta interessante, divertente e, in alcuni passaggi, addirittura esilarante. In più momenti il documentario riesce infatti a strappare agli spettatori in sala (circa 170.000 dopo 11 settimane di proiezioni) grosse risate, grazie anche al brillante accostamento d’immagini di repertorio. Non sorprendere quindi che, solo dopo molteplici tentativi, il film abbia finalmente trovato dei produttori disponibili.

Una Risposta a È l’informazione bellezza!

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