Piero Del Giudice

In questo mese di Aprile si celebra – prima di tutto a Sarajevo – con manifestazioni, dibattiti, mostre, il 20° dell’inizio dell’assedio della città (aprile 1992 – febbraio 1996). alfabeta2, con la pagina a titolo Sarajevo il libro dell’assedio, parla della popolazione nell’assedio, degli scrittori e degli artisti nella città assediata. Tra questi Edin ‘Edo’ Numankadić. Nato nel 1948 a Sarajevo vi vive e lavora. Per parte di madre appartiene a una delle più antiche famiglie della città (i Kasumagić), per parte di padre è imparentato con i Kusturica, Emir il regista è suo cugino.

Le sue prime presenze nelle esposizioni nazionali – fine anni Settanta, (esisteva allora la Jugoslavia) – segnalano all’Europa un giovane artista di talento che aderisce al linguaggio internazionale dell’action painting, alle correnti di pittura nordoccidentali, europee e americane. Adesione che si consolida con un viaggio a Parigi del 1971. Ci può andare perché il nonno paterno Hakija vende uno stabile e gli dà i soldi. «Uomo pio sì, andava alla moschea il venerdì, ma qualche volta non ci andava. Allora noi subito a chiedergli: ‘Nonno, ma perché non sei andato alla moschea?’ e lui ‘Ragazzo devi sapere che ad insistere anche Dio si annoia’. Era un uomo meraviglioso e a Sarajevo vivevamo prima in un mondo felice…».

Edo Numankadić - ©Annie Leibovitz

Nell’assedio continua a lavorare nonostante il suo studio sia in un quartiere esposto al tiro e sia stato bombardato. Il ciclo Tracce di guerra è del primo anno. Sono ancora opere dipinte, olii, acquarelli su carta, orme, tracce, affermazioni di presenze umane. Di quel tempo anche il ciclo sui bohumili (i «cari a dio»), il movimento eretico medievalista che mette radici in Bosnia. È una ricerca identitaria ed è una richiesta di patrocinio agli spiriti ancestrali. Lari, gnomi, curvi dentro grandi tele bituminose che mandano bagliori antracite come resti di braci fredde dei focolari spenti della città priva di ogni combustile. Nell’agonia della città la comunicazione artistica muta e si radicalizza.

La pittura non funziona più, la bellezza tonale e materica non è in grado di rappresentare. Inizia allora il lavoro con le installazioni, le scatole «memoriali», e anche fotografie del disastro. L’installazione Ratna rućak (Tavola da pranzo di guerra) è della fine del 1993. Sopra il desco di legno pane di guerra invecchiato e la bottiglia di un’acqua che è pericoloso procurarsi. Sullo sfondo tavole dipinte. È il pasto nudo della città martire, il corpo in mensa dei sarajevesi assediati.

Edo Numankadić, Il tempo è verità (Ibn Arabi), scatola

Dopo quest’opera, scatole, scrigni in cui assembla oggetti sparsi e dimenticati (nelle soffitte, nelle cantine, nei vecchi armadi). Bricolages a forte carica evocativa, combinazioni di oggetti che creano un campo magnetico di relazioni: fotografie, coltelli, seghetti, termometri, una pistola, un orologio, una candela utile nell’indigenza, lenti, il vecchio passaporto colpito da una scheggia, strati di mandorle, un obice vicino al giglio fiore della Bosnia, tubetti di colore, fondali di una memoria dove ancorano i sensi.

Le scatole sono sigillate da frasi, sentenze di saggezza di saggi, scrittori, testimoni della specie: Il tempo è verità (Ibn Arabi); Lo spirito è la cosa che non si distrugge (H. Bergson); Oh beato mio dolore (D. Balkhi-Rumi); Non mi interessano le storie di successo, solo i fallimenti (S. Beckett) etc.

2 Risposte a Sarajevo, il pasto nudo

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