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Chiara Maffioletti

L’emergenza carceri è un fiume carsico che periodicamente riemerge, ma quell’emergenza, come il fiume, esiste sempre. Sembrano quindi andare nella giusta direzione alcuni dei provvedimenti deflattivi del ministro Severino che intervengono sul problema della custodia cautelare. Per l’eccessivo ricorso a questa misura l’Italia è stata richiamata dal Consiglio d’Europa: nel 2011 circa il 43% 1 delle persone detenute non aveva una condanna definitiva, contro una media europea del 25%. Provvedimenti che tentano anche di ridurre gli ingressi in carcere. Nel 2011 hanno varcato la soglia delle carceri 76.982 persone (su circa 66.000 stabilmente presenti), un dato abnorme che si spiega con il fatto che molti di coloro che entrano, rimangono in carcere solo pochi giorni: si calcola che circa un quarto escano entro i primi tre giorni e il 90% non stiano in carcere più di un anno, con costi umani ed economici elevatissimi, anche perché sono proprio i primi giorni di detenzione ad essere i più costosi, oltre che i più critici per quanto riguarda il rischio suicidi (e non solo). Non c’è dubbio quindi che il fronte più avanzato della battaglia politica, ma anche culturale, sia quello della depenalizzazione di molti reati, della diversificazione dei circuiti detentivi, dell’individuazione di nuove forme sanzionatorie, dell’incremento massiccio dell’utilizzo delle misure alternative alla detenzione (che sono comunque già previste dalla legge, ma sempre sottoutilizzate), cioè complessivamente della decarcerizzazione.

Ma poiché su questo fronte è difficile intravedere tempi brevi – soprattutto considerando la deriva securitaria e il costante richiamo demagogico al carcere come unica arma contro la criminalità – c’è da chiedersi cosa fare di una popolazione carceraria che cresce al ritmo di 500 persone al mese: da 39.000 dopo l’indulto del 2006 alle oltre 66.000 di fine febbraio 2012. 66.000 persone stipate in istituti penitenziari che ne potrebbero ospitare 45.000. Se i posti ci sono (e anche se non ci sono), si riempiono. Così puntare sull’edilizia penitenziaria, il cosiddetto «piano carceri», – oltre che irrealistico e propagandistico perché il piano resta perennemente senza copertura economica – è una finta soluzione che alza solo di poco l’asticella dell’emergenza. Così come la soluzione dell’indulto – pur indispensabile per ripristinare standard minimi di legalità della detenzione – ha le gambe cortissime se non accompagnata da provvedimenti di tipo strutturale nella direzione della decarcerizzazione.

Il costante aumento della popolazione carceraria, oltre che con le politiche di sicurezza e le pratiche giudiziarie, ha a che fare con il fatto che sempre di più il carcere si trova ad intercettare fasce marginali di popolazione espulse dal sistema produttivo e sociale e che drammaticamente è sempre più calzante la definizione di carcere come discarica sociale: i dati statistici del Ministero della Giustizia restituiscono nell’insieme un’immagine del detenuto medio connotata più per l’emarginazione sociale piuttosto che per la vocazione criminale. Il carcere è cioè il punto di arrivo di percorsi di esclusione sociale che – anche volendo guardare solo dal punto di vista della sicurezza e dei costi sociali – andrebbero intercettati molto prima di giungere a questo epilogo. Oltre il 36% dei detenuti sono stranieri, il 27% tossicodipendenti, più del 25% ha meno di 29 anni, moltissimi hanno patologie psichiatriche. Quasi un quarto delle persone in carcere hanno pene inferiori ai 4 anni (cioè non sono esattamente Totò Riina o Donato Bilancia).

Se il nesso tra marginalità e criminalità esiste da sempre, oggi tale nesso non si tramuta più in processo identitario che restituisce quanto meno uno status sociale, seppur diverso e deviante. Oggi i detenuti solo in rari casi rivendicano appartenenze; piuttosto chiedono aiuto, interventi, inclusione. Gli istituti penitenziari sono quindi sempre di più chiamati – già dentro alla schizofrenia tra gestione della sicurezza, governo dei corpi e funzione rieducativa della pena – anche a erogare interventi sociali di base. Il carcere diventa una sorta di ultima (o prima?) frontiera del welfare: molti detenuti, spesso stranieri, in carcere accedono per la prima volta al sistema sanitario, solo in carcere vanno a scuola, fanno formazione professionale, entrano in contatto con i servizi sociali.

L’amministrazione penitenziaria ha quindi bisogno del welfare locale perché scarse sono le risorse che il Ministero della Giustizia mette a disposizione per gli interventi socio-assistenziali, culturali e di reinserimento (già lo scorso anno ha tagliato del 15% tutti i finanziamenti dei piani pedagogici degli istituti in ambito «trattamentale»), ma anche perché è corretta la prospettiva che vede la persona detenuta come cittadino che deve poter continuare ad accedere a tutte le risorse di welfare, oltre che importante che la comunità si assuma l’esecuzione penale come responsabilità sociale condivisa e non lasciata dentro al binomio asfittico e pericoloso carcerati-carcerieri. Il costo grava dunque sulla spesa sociale di regioni e comuni, le cui casse – in sofferenza già da anni – sono svuotate dalle manovre finanziarie dell’ultimo anno. Non è una sorpresa quindi che il 2012 sia partito all’insegna dei tagli anche dei finanziamenti destinati al carcere. E poiché il welfare locale – come vuole il paradigma della sussidiarietà, molto praticato in Lombardia anche se più in una prospettiva di risparmio della spesa che di valorizzazione reale delle risorse della comunità – è ormai un sistema integrato di servizi pubblici e di interventi del terzo settore (cooperative sociali, associazioni, fondazioni etc.), ecco che la mannaia ha colpito quelli più facili da tagliare.

Mancano all’appello numerosissimi interventi e progetti che erano attivi già da diversi anni all’interno degli istituti penitenziari milanesi, per lo più gestiti da cooperative sociali e associazioni, e che in alcuni casi sono stati bruscamente interrotti (con conseguenze pesantissime, tra l’altro, per le organizzazioni e i lavoratori del settore). Non stupisce che in epoca di crisi si tagli sul welfare penitenziario, ma si potrebbe forse allungare appena un po’ lo sguardo e mettere su un piatto della bilancia i 112 euro di costo medio giornaliero per detenuto e sull’altro la drastica riduzione della recidiva promossa da un carcere (e la sperimentazione decennale del carcere di Milano Bollate lo dimostra) che sia messo in grado di offrire ai detenuti reali opportunità di cambiamento.


1. Per i dati statistici http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.wp?selectedNode=0_2&frame10_item=4

2 Risposte a Le politiche carcerarie e la crisi

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