Cecilia Bello Minciacchi

In questi anni céliniani – per riedizioni e studi dedicati all’«eremita di Meudon» e, metaforicamente, per certa durezza delle condizioni esterne che esistono, sempre, realmente – riappare un libro-intervista che si fa leggere con agilità eppure ci precipita in un fosso oscuro: Il mio amico Céline, del belga Robert Poulet (a cura di Massimo Raffaeli, Roma, Elliot, 2011). Il baratro è quello dell’autore vivo, vivissimo, che parla di sé e dei suoi libri, nella sua casa abitata da una moglie leggera e devota e da un privato zoo di animali, e parla generosamente, «come un mago laico; come uno stilita appollaiato sulla colonna». L’autore (l’uomo) è di quelli che provocano dissensi non solo tra lettori di diversa formazione culturale e politica, ma anche nell’intimo del singolo lettore: dall’impatto con Céline si esce lacerati. E può rimanere bruciante l’imbarazzo di fronte a uno scrittore che costringe «a fare i conti, nello stesso tempo, con un forte consenso estetico e con un radicale dissenso etico», scriveva Raboni introducendo uno dei discussi e urticanti «libelli» céliniani, Mea culpa.

Robert Poulet, a sua volta scrittore, con il mezzo dell’intervista compone un ritratto vibrante e vivido; si espone, provoca, domanda, s’incunea nell’«opera e nella biografia di Céline-Destouches», e Céline risponde, spiega con calore (mai troppo, però, perché «le cose perdono il sugo a spiegarle») i passaggi compiuti dallo «stile Bardamu» che ora trova «un po’ timido, vecchiotto», con ancora «troppe frasi filate. Inaccettabile. E nauseante», fino ai «vuoti» della scrittura in D’un château l’autre: «restano i merletti: la linea essenziale, i caratteristici puntini; e intorno: buchi… Li conosco i merletti, io: li vendeva mia madre». I «buchi» sono funzionali a cancellare quanto la gente già conosce, quanto della vita trova ormai dappertutto, banale. Bisogna mettere in evidenza i fili. L’immagine dei vuoti nei merletti è di una precisione critica mirabile, semplice e folgorante, e l’aggancio biografico è scoperto quanto distanziato, assimilato, consumato. È scoperto e sempre lucidissimo, quest’autore fieramente anticartesiano che detesta la troppa razionalità, il vizio dei francesi che «più di tutti ci hanno il chiodo fisso delle spiegazioni».

La riflessione di Céline sul proprio stile scopre la biografia, vischiosa, anzi fusa con la scrittura, con il rigore del lavoro ininterrotto. Un’etica inesausta del lavoro, una forma di dedizione tanto alla scrittura quanto ai malati, e ai poveri che a un certo punto iniziò a curare senza farsi pagare. Anche dopo l’esplosione di polemiche e di vendite del Voyage, quando mise insieme il «malloppo» che pensava dovesse servirgli allo scoppio della guerra e che spedì in Danimarca ignaro delle persecuzioni che proprio lì avrebbe subìto, Céline non si concedeva quasi nulla, non spendeva un soldo: «niente ferie e vacanze, sgobbavo da mattina a sera, due mestieri, tirati avanti tutt’e due». Ciò che più continua a colpire è la sua severità, la sua durezza onnipervasiva e disillusa, autenticamente restituita da Poulet che sa mettersi in disparte mentre racconta l’amico Céline degli ultimi anni, tra il 1956 e il ’57.

Ha un valore testimoniale, il libro di Poulet: ha ragione Raffaeli che lo definisce «tanto un referto in presa diretta quanto un’autobiografia scritta per procura». Riapre le questioni, e non le chiude, al più suggerisce qualche scappatoia. È di certo mosso da un intento apologetico, da un desiderio di adesione intellettuale e prospettica col suo interlocutore, ma poi con passo lieve, per capitoli tematici, Poulet procede come un cronista: dà voce a Céline e ne mostra dritto e rovescio. Perfettamente, maledettamente coincidenti, nel suo caso. Il caso di chi vede il tragico, cioè tutta la gente che gli si para davanti «morta dalla nascita. ‘Ombre che camminano’», e poi beffardo e burlesco lo scrive in un carnevale di lutto, dicendo vero e semplice: «io uso un linguaggio mio, che mi corrisponde, che mi faccio in casa come i dolci della nonna». Ma senza zucchero, d’un amaro feroce.

IL LIBRO
Robert Poulet
Il mio amico Céline

a cura di Massimo Raffaeli
Elliot (2011), pp. 114
€ 14,00

2 Risposte a A colloquio con Céline: «il mondo è spassoso, come la morte»

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