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Gianfranco Marrone

I libri di Marco Belpoliti vanno letti a partire dalla fine: dalle pagine in cui scorrono le notizie bibliografiche. Sorta di saggio nel saggio, queste bibliografie narrate testimoniano non solo della varietà delle letture che all’autore son state necessarie per costruire i propri ragionamenti. Ma anche e soprattutto del metodo implicito che, compulsando tutto ciò, ha messo in opera. La prima cosa che viene fuori in tal modo, e che accade anche adesso aprendo La canottiera di Bossi (Guanda, pp. 105, € 10), è che per comprendere i processi culturali e sociali e politici della realtà d’oggi – come di tutte le realtà storiche, plausibilmente – occorre leggere i testi degli scrittori. Così, per capire Umberto Bossi, la sua figura di politico/antipolitico, di stereotipo vitellone provincialotto, volgarefascistone ed eterno adolescente, varranno le pagine d’analisi di opinionisti e storici, sociologi e giornalisti vari.

Ma valgono molto di più quelle di autori come Soldati e Arbasino, Arthur Miller e Pasolini, Bianciardi, Gadda, Celati, Leopardi, Sciascia. Cosa non evidente in un’epoca come la nostra in cui si è tornati a opporre in modo asfittico scrittori e scriventi. È nella prospettiva di chi violenta creativamente la lingua per descrivere la realtà che si coglie, meglio che in tanti testi mediatici, il senso profondo di tale realtà: passata come presente. Ma la seconda cosa che, in apparente contrasto con la prima, insegnano quelle pagine finali è ciò che non dicono. Che non vogliono e non possono esprimere. Poiché, per afferrarlo, occorre trascendere la dimensione della lingua e accedere a quella che, da sempre, Belpoliti ama di più: la dimensione della visualità.

Scopriamo così che, come la verità su Silvio Berlusconi stava (secondo Il corpo del capo)nel corpus delle foto che lo hanno variamente ritratto nelle pose più imprevedibili, analogamente la verità su Umberto Bossi sta nella sua immagine. Nella sua immagine pubblica, innanzitutto, sorta di simulacro sociale impastato di discorsi enfatici e di gestacci volgari, pose inenarrabili e contraddizioni logiche continue. Ma soprattutto, molto più prosaicamente, nella serie di fotografie che lo hanno immortalato nel corso della sua folgorante carriera politica, ripercorrendo le tappe che dall’essere un giovanotto spiantato, nullafacente e nullasaccente, lo hanno portato a diventare un cazzutissimo (ci sta) uomo di potere.

C’è in Belpoliti una specie di ossessione dell’ekphrasis, che non mira a magnificare le potenzialitàimmaginifiche del linguaggio rispetto al suo altro visivo. Ha semmai l’obiettivo di cogliere nella superficie della foto ciò che nasconde e rivela al tempo stesso, quel sovrapporsi di studium e punctum che, un po’ romanticamente, abbiamo chiamato la verità. Cosa che è tanto più coinvolgente quanto più, fateci caso, la maggior parte delle foto di cui La canottiera parla non sono nemmeno riprodotte al suo interno. Stanno lì, nell’occhio memore del suo autore, e tramite le sue parole arrivano al lettore, che ricostruendone le fattezze ne coglie i significati.

Da questa specie di metodo investigativo derivano le moltissime osservazioni che questo libretto inanella su quel punk della scena politica italiana che è il capo della Lega. Per esempio, l’idea che, a differenza del Mike Bongiorno del primo Eco, emblema televisivo dell’everyman italico, Bossi sarebbe semmai l’emblema di ciò che sta più in basso della media sociale, ossia, se così si può dire, dell’underman che sta in ciascuno di noi. In Bossi, sostiene Belpoliti, non troviamo in toto noi stessi, uomini banalmente qualunque, ma il nostro lato peggiore. Cosa che, se psicologicamente può compiacerci, sociologicamente e politicamente deve preoccuparci. Esattamente come in moltissime trasmissioni televisive, Bossi sipresta a continui rituali di degradazione che hanno del catartico.

Si mostra spesso, per esempio, in canottiera come se fosse in una serata estiva da villaggio turistico. Ma attribuisce a questo suo gesto un preciso valore strategico. Si tratta di una posa sbeffeggiante emenefreghista, rispetto alla pretesa eleganza in doppiopetto di certi suoi alleati politici. Una posa che serve a rifornire di vaga esaltazione padana quel popolo della Lega che riesce a essere perennemente eversivo anche quando manovra le leve più alte del potere.

L’eterno fascismo italico, appunto, come lo chiamava Sciascia: come quello di certi personaggi di Fellini che, prima ancora di diventar vitelloni, si lasciano andare in patetici amarcord da adolescenti di provincia. Così, fra il gestaccio maschilista del dito medio e l’invenzione di una tradizione celtica tanto fittizia quanto efficace c’è, sottolinea Belpoliti, una relazione ben precisa: serve a ricaricarla d’entusiasmo, a dotarla di passione politica. Una politica che, però, si esaurisce così: vuota di contenuti si nutre di teatralità vuota. D’immagine, appunto, questa volta nel senso tecnico del brand aziendale.

IL LIBRO
Marco Belpoliti
La canottiera di Bossi
Guanda (2012), pp. 112
€ 10, 00

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