THE ABRAMOVIC METHOD
PAC Milano 2012

Fabio Bezzi e Silvia Palombi

Mercoledì 21 marzo s’è aperta al Pac di Milano una mostra di Marina Abramović, The Abramović Method – curata da Diego Sileo e Eugenio Viola – che prevede la presenza attiva del pubblico rompendo la separazione tra artista e spettatore. Ventuno persone alla volta, guidate da Marina Abramović prima e dai suoi assistenti nei giorni a venire, diventano protagoniste per circa due ore dell’Abramović Method. Spogliate di orologi, cellulari, giacche, indossano un camice bianco e un paio di cuffie isolanti e «vedono» la mostra a occhi chiusi, con tutti gli altri sensi aperti, facendo un viaggio verso il proprio interno. Seduti, in piedi, sdraiati, a contatto con minerali, (quarzo, ametista, tormalina), i performer dentro le esili strutture di rame o di legno dell’artista serba, sono osservati nella loro immobilità. Il pubblico non performativo è sollecitato, anzi spinto, a entrare nell’intimo dei movimenti e delle percezioni psicologiche degli attori, varcando ogni confine. Con questo nuovo lavoro Abramović abbatte ulteriormente le separazioni tra gli individui, conduce a percepire la propria energia e crea un corpo collettivo, contraddittorio, attivo e creativo. Silvia Palombi in camice bianco è stata osservata, insieme agli altri, da Fabio Bezzi. Questa è la storia.

Silvia

Rinascita, a questo ho pensato in piedi nella prima «stazione»; un paio di minuti a occhi aperti a guardare il pubblico isolata dal rumore, a guardarlo come da un acquario, lui il pubblico io il pesce. Poi a occhi chiusi concentrata sulla posizione: sforzo, dubbi (sarò dritta? ondeggerò? mi sbilancerò?) poi concentrazione sul respiro e sono partita indietro nel tempo a quando ero piccola, mamma papà Roma. E il mare, che mi fa star bene, e Stromboli, che amo, riamata. Mi sento sorridere mentre sento le gambe pesanti dai piedi a sotto al ginocchio, il resto del corpo è tutto centrato come un filo a piombo a partire dalla testa. Sono in una specie di trance, protetta come fossi in un utero, mi sento vulnerabile. Indifferente a quel che il pubblico pensa del mio aspetto sento il tocco lieve dell’assistente con sorpresa. Per me sono passati non più di dieci minuti invece della mezz’ora stabilita, apro gli occhi, mi sento smarrita, non so in che direzione devo andare. Noli me tangere…

La posizione sdraiata serve a riprendere contatto col corpo. Rumori di porte disturbano il flusso dei pensieri e qui sono più presente, nonostante questo anche qui il tocco dell’assistente arriva assai prima di quel che prevedo.

Terza posizione: seduta. Resisto alla posizione più logica, forse penso di dover stare eretta, composta o forse mi è difficile adattarmi al quarzo che sento presente dietro al collo. Poi tutto ha preso un andamento normale, respiro compreso che, mi rendo conto adesso, s’è messo in sincrono col metronomo dal suono. Qui il ritmo smette e la sensazione è stata di abbandono: «e adesso che faccio?». Sai che non devi far niente altro che star lì e ascoltare il tuo corpo ma la sensazione di star lì senza la «guida» del ritmo è stata sgradevole.

Un’esperienza toccante nel vero senso della parola, un nuovo punto di partenza, e la percezione nitida della capacità di autoguarigione che ciascun corpo possiede.

Marina Abramović, The Abramović Method (2012) © Laura Ferrari

Fabio
Sistema quello che vuoi. kiss & thks

Entro, una riga bianca a terra separa gli spazi, da una parte avrà luogo la performance, dall’altra si sta e si guarda, poi si andrà via. Rispetto gli spazi e i ruoli. Vedo cosa avviene nella sala, non solo al di là della riga bianca, sento i rumori. Siedo, muovo gli occhi e sento il ticchettio di un metronomo registrato, uomini e donne camminano, vestiti ricercati, brusio, rumore di tacchi sul parquet.

Il tempo avanza, il suono continua, ascolto, non è un metronomo, è una palla da tennis che viene rimandata da un giocatore all’altro, è il rimbalzo dell’esperienza dai corpi che ho davanti fino a me, ai miei occhi, la riga bianca è la rete, accetto il gioco, scompare la sala con i suoi rumori, accolgo le immagini che arrivano da oltre la rete e rispondo al colpo. I corpi oltre la riga sono solamente cause esterne che fanno risuonare una mia causa interna, è da questa che si origina l’effetto, quel colpo che solamente io posso rimandare.

C’è una balconata in cui sono stati disposti binocoli e cannocchiali, salgo, sono solo, guardo, un ragazzo è in piedi in una gabbia di rame. Fisso il ragazzo, non gli tolgo gli occhi di dosso, lui istintivamente alza lo sguardo su di me, incrocia i miei occhi, abbassa i suoi. Non c’è nessuno sforzo in me nel sostenere quello sguardo, sono autorizzato a fissarlo, posso continuare a guardarlo in eterno, lui non si ribellerà. È immobile, il movimento è in me, è un movimento violento, spudorato, è il piacere di dominare, di avere in mano l’arma e, in questo momento, in questa posizione, usarla, essere legittimato ad usarla. Posso continuare a guardare ogni suo più piccolo movimento, posso provocarlo, eccitarlo, posso violentarlo, umiliarlo se voglio, potrei anche guardarlo con disprezzo e lo potrei fare a lungo e lui non potrà mai reagire, io sono legittimato a manifestare la causa che sto scoprendo in me, ed è una causa di violenza, è l’arroganza del potere, il piacere strisciante di sottomettere le persone al proprio volere. Abu Ghraib.

The Abramović Method
Pac Padiglione d’Arte Contemporanea, via Palestro 14 Milano
a cura di Diego Sileo e Eugenio Viola
Sino al 10 Giugno 2012.
Catalogo 24 Ore Cultura
www.theabramovicmethod.it

Una Risposta a Essere opere di Marina Abramović

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