Maurizio Coccia

La mostra Imusmis di Brunella Longo ha nel titolo un riferimento a Giordano Bruno. Si tratta, però, di un’allusione visiva più che di un’operazione artistica ispirata alle sue teorie. Brunella Longo, infatti, sembra più attratta dall’evocazione figurativa che ne promana e dalla letteratura critica in merito. L’artista, innanzitutto, prende le distanze dalla seduzione per i caratteri iniziatici che la informano. In seconda istanza sviluppa il lavoro seguendo il metodo delle associazioni visive. Una sorta di contrappunto fra immagini, legate da rapporti reconditi, in sospeso tra antropologia culturale e «memoria iconografica», che richiamano Mnemosyne, il noto atlante delle immagini di Aby Warburg.

La mostra si articola negli spazi di Palazzo Lucarini in base a un processo allusivo piuttosto che narrativo. I materiali sono stati selezionati e collocati seguendo uno schema che tenta di illuminare, mediante una rappresentazione d’insieme della cultura visiva dell’autrice, anche la sua personalità e le radici profonde della sua intuizione creativa. Le fotografie, infatti, si avvicendano lungo le stanze intervallate da fogli progettuali, piccoli disegni, oggetti disparati. Presenze apparentemente incongrue che, invece, in quanto elementi che appartengono alla stadio progettuale dei lavori, ne sono il fondamento costitutivo e con questi dialogano costantemente. Come una specie di punteggiatura, che ritma la lettura complessiva, che ne struttura la sintassi.

Il perno della mostra si trova nella sezione dedicata ai Tuareg. Stampe Lambda di grande formato, impreziosite dalla luminosità del plexiglass. La serie delle Leda, al contrario, è riprodotta su carta fotografica, stampata a plotter e fissata direttamente al muro. La partizione più naturalistica della mostra, dedicata ad acqua, pesci e fossili, è incorniciata in legno chiaro e prelude a una sala, dove campeggia una grande proiezione statica; enormi vegetali, dai colori inquietanti, che palpitano silenziosamente nel buio.

Nell’alternanza di materiali più o meno nobili si giunge infine, all’ambiente riservato alla didattica. Qui, con intento enciclopedico, sono raccolte e approfondite le fonti di Brunella Longo. Ritroviamo elementi sparsi in mostra, come conchiglie, fossili, piume. Senza dimenticare, naturalmente, una piccola libreria con i testi principali che hanno sostanziato il lavoro di Brunella Longo. Come in una raffigurazione leggendaria, la fine si ricollega all’inizio, in un’allegoria costantemente in atto, senza soluzione di continuità.

Brunella Longo, Tuareg (2011)

L’artista affronta la realizzazione delle sue immagini con la dedizione di un pittore. La foto analogica originale subisce un trattamento digitale per «velature». I colori si corrispondono per compensazione di toni caldi e freddi. La disposizione degli elementi, che a volte procede per accumulo e a volte per dispersione atmosferica, è sempre bilanciata e, a suo modo, classicistica. Ne risulta un’estetica del verosimile, sì, ma per via virtuale.

Siamo portati a credere, ad esempio, all’inversione nei rapporti di scala (vedi il grande Tuareg che si confronta con una conchiglia mostruosamente grande) pur sapendoli irreali. Longo, insomma, pare agire sul confine fra avanguardie storiche e comunicazione di massa. Il Surrealismo, naturalmente, nel primo caso. Un uso accorto della persuasione per mezzo di immagini accuratissime e di sicuro appeal, nel secondo. Da una parte l’eco di Max Ernst e Salvador Dalì. Dall’altra, la lusinga patinata di terre lontane.

Torna utile riprendere il discorso sul titolo. Il suo significato è ancora oggetto di discussione fra gli studiosi. Ma una lettura piuttosto diffusa, tuttavia, sembra accreditare implicazioni introspettive in diretta relazione con l’esterno da sé (imus: terra; mis: io). Brunella Longo, quindi, sulla scorta del grande eretico intraprende un viaggio – fisico e mentale – che la conduce a confrontare l’intensità dei propri moti personali con le tensioni del mondo esterno, naturale e artificiale.

Ne sortisce un cahier de voyage molto particolare, dove i luoghi visitati non determinano l’incremento di una temperatura emotiva individuale, ma la sedimentazione di una memoria condivisa. L’espressione dell’intelligenza «geologica» appartenente al genere umano, rispecchiamento tra la potenza primordiale della natura e la forza atavica del mito. Come quando, appunto, si è in prossimità dell’arrivo. Lo scrisse anche Bruce Chatwin ne Le vie dei canti: «… i mistici credono che l’uomo ideale conduca se stesso a una giusta morte. Colui che è arrivato torna indietro». Già.

LA MOSTRA
Imusmis
Palazzo Lucarini Contemporary via Beato Placido Riccardi 11, Trevi (PG)
a cura di Maurizio Coccia
artista: Brunella Longo
03 marzo-29 aprile 2012

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