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Christian Caliandro

Nel nuovo quadro dell’economia globalizzata il… compito principale [della politica]
non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale;
essa non può più coltivare disegni ambiziosi, ma solo rattoppare e tamponare.
È allora che la politica e i suoi interpreti iniziano a perdere autorità e qualità:
le loro ‘disinvolture’ etiche, che le ideologie avevano permesso di riscattare e
trasfigurare, non possono più nascondersi sotto la gonna di una grande giustificazione.

Franco Cassano, Egonomia: così l’individuo senza società ha cancellato la politica
(La Repubblica, 2 Marzo 2012)

In queste settimane molto convulse e molto confuse, da più parti – sui giornali e in televisione – si levano alti lai sulle possibili degenerazioni della protesta No Tav. La classe dirigente italiana, da parecchi anni ormai, continua ossessivamente – a destra come a sinistra – ad agitare lo spauracchio degli anni Settanta e della violenza politica: «si rischia di tornare agli anni di piombo», «gli anni Settanta non torneranno», «stanno per tornare gli anni Settanta». Per molti versi, sembra quasi che il decennio appena trascorso abbia preparato e creato le condizioni per un rispecchiamento collettivo in quel decennio.

Ora, lasciamo stare per il momento la rozza equazione «anni Settanta = anni di piombo», che ha fatto sprofondare per decenni in un buco nero di percezione collettiva un decennio che ha prodotto moltissime idee e cose interessanti, dal punto di vista culturale, sociale e politico, e che è stato invece compresso in una definizione-Moloch. Se ci pensate bene, sarebbe come nominare gli anni Cinquanta «di ferro», o gli anni Sessanta «di plastica»: tanto più che la definizione venne mutuata, in tempo reale, dal titolo dell’omonimo film di Margarethe von Trotta (1981: a tutt’oggi, una delle opere più complete e significative mai dedicate alla comprensione del terrorismo). In quel caso, il «piombo» designava la qualità spettale – plumbea, appunto – della vita quotidiana nella Germania dei primi anni Settanta (e che rappresentò il terreno di coltura della RAF); qui da noi, schiere di giornalisti e politici trasformarono quell’atmosfera psicologica in qualcosa di molto materiale, che più fisico non si può: il piombo delle pallottole. Ma per ora lasciamo stare, come si è detto.

Ciò che in questi giorni emerge molto chiaramente è il tentativo – rozzo anche questo, ma a quanto pare efficace – di equiparare ogni forma di dissenso e di critica alla violenza politica. In Italia, è una storia vecchia e tragica. Ma la vicenda degli anni Settanta non sembra averci insegnato proprio nulla – o forse, ad alcuni ha insegnato moltissimo, anche troppo. Il dire, come ha fatto di recente il ministro dell’Interno Cancellieri, «massima disponibilità al dialogo; ma il progetto non è assolutamente in discussione», costituisce di per sé infatti una bella sfida alla logica. Come a dire: «protestate, urlate, fate quello che vi pare, ma alla fine questa cosa si farà, e basta». Dove sarebbe, di grazia, l’apertura in questo caso?

Al massimo, si tratta di una finzione di apertura, di un’illusione di apertura: «vi facciamo sfogare un altro po’». Ma la disponibilità vera consiste nell’ascolto, e nella capacità di farsi persuaderela – laddove per esempio gli argomenti addotti dalla controparte risultino inoppugnabili. L’arte del dialogo presuppone sempre, infatti, la possibilità per ognuno degli attori di mutare anche radicalmente la propria opinione su un argomento quando le tesi e le riflessioni dell’altro, o degli altri, risultano più convincenti e interessanti delle proprie. Come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986): «nei paesi e nelle epoche in cui la comunicazione è impedita, appassiscono presto tutte le altre libertà; muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte».

Assistiamo, qui ed ora, allo scontro tra due opposte concezioni del mondo e della realtà socio-economica: l’erosione dei diritti e dello spazio pubblico a favore di un approccio totalmente privatistico e liberista da una parte (un approccio che si è tradotto rapidamente e in cultura popolare e ideologia pervasiva), e un pensiero indirizzato alla riconfigurazione totale dei valori che regolano la vita collettiva contemporanea dall’altra (all’insegna di un senso comune che comune, purtroppo, non è più, e che va perciò ricostruito). Non è altro che l’eterno conflitto tra l’economia intesa – in modo perverso e (auto)distruttivo – come privazione dei tantissimi a vantaggio esclusivo dei pochissimi, e una nuova concezione (quella legata al «bene comune») che, come nota giustamente Ugo Mattei, emerge da un passato lontanissimo (il Medioevo), eppure a noi oggi molto vicino.

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5 Risposte a La lotta No Tav e i due massimi sistemi del mondo

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