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Letizia Paolozzi

Cura è termine ricco, polisemico. Può indicare impegno, accuratezza, manutenzione, accudimento, assistenza ma anche oblatività, dedizione. Può fare legame, scambio di fiducia. Dal momento però che sta appiccicata in fronte alle donne, rimanda a compiti sovente costrittivi, vincolanti. Un lavoro mal pagato, niente affatto riconosciuto. Inchiodato all’invisibile sfruttamento femminile. La cosa strana è che le donne rifiutano di separarsi dalla cura. Lavo, stiro, pulisco, accompagno il bambino, preparo da mangiare, vado a trovare l’amica in ospedale, porto «il cambio» a mia madre, organizzo il trasloco, pago le bollette. Tutto questo viene rubricato sotto la voce: lavoro domestico. Equivalente a un cumulo di ore nascoste dietro la parola amore.

Giusto così o dietro la parola cura c’è anche altro? Io ci leggerei la manutenzione della vita, l’attenzione alle relazioni, al bisogno: l’infinita competenza (femminile) a stare nella complessità. D’altronde, la persistenza della cura non si può negare. E se qualcuno la spiega, qui da noi, in Italia, con l’inadempienza dello Stato; i servizi sociali a macchia di leopardo; la recessione, la crisi, lo scarso sostegno alle famiglie, le spiegazioni non convincono fino in fondo. Immaginiamoci pure un welfare non claudicante, una situazione ottimale quanto a aiuti per la maternità, per la famiglia, sfuggirebbe comunque quello che è stato chiamato «resto», una sorta di collante di quei rapporti che non devono essere strumentali, segnati dal potere e dalla ricchezza. Al contrario, si tratta di rapporti capaci di restituire senso alla fragilità, al limite, alla responsabilità. La società se si salva è per questo tipo di rapporti.

Questo nuovo sguardo sulla cura parte da una riflessione femminista sul lavoro che mette in questione la classica (e molto cara alla sinistra) divisione (e separazione) del lavoro produttivo da quello riproduttivo, dal lavoro necessario per vivere. Tanto è vero che a Milano, Roma, Livorno, Napoli, Reggio Emilia se ne discute con passione e vengono fuori critiche dure sui modi e tempi dell’organizzazione del lavoro. Ci si propone di rinsaldare nella città il legame comunitario, l’invenzione di forme di buon vicinato, la cooperazione solidale. Quanto alla politica, è esplicito il tentativo – da parte delle donne – di combattere l’incuria che segna la rappresentanza, le gerarchie, le carriere.

Si tratta di scuotere la sicurezza, questa sì molto maschile, molto di sinistra, secondo la quale il lavoro della produzione in cambio di reddito procede separato da quello riproduttivo, relazionale. Forse non è così meccanico il nesso tra corpo femminile che porta iscritto nella sua anatomia la possibilità di essere due e la capacità di tenere insieme relazioni, esistenze, generazioni, sessi. Resta il fatto che le donne sono maestre del tenere assieme, del prendersi cura. Una simile affermazione esclude che gli uomini abbiano una simile competenza? Sarebbe ingeneroso non vedere i segnali in controtendenza come le esperienze diverse dei giovani padri, dei ragazzi (e ragazze) accorsi a Genova a spalare il fango dopo l’alluvione. Qualcosa si muove. Anche se gli economisti, i politici, i teorici dei beni comuni sono poco sensibili mentre molte studiose, accademiche, politiche giudicano la cura soltanto una palla al piede del mondo femminile.

Secondo il sociologo Aldo Bonomi (nel libro-dialogo con Eugenio Borgna «Elogio della depressione», 2011, Einaudi) il guaio è che si guarda al nesso tra donne e cura in modo povero, con una «cultura della miseria». E poi, nelle relazioni familiari, l’idea della cura ha prodotto un mare di retorica intorno al materno che ha finito per invadere il discorso pubblico, le arti visive, la letteratura (da Verga a Gadda), i consumi, la pubblicità, la canzonetta. Peraltro, il posto goduto dalla madre nella famiglia le ha conferito una distorta autorità, un potere materno e domestico al quale in tante non sono disposte a rinunciare. Eppure, la cura può tradursi in qualcosa di buono. Per i due sessi. Consideriamolo un bene simbolico, come la fiducia, la socialità, la cooperazione. Questo può avvenire se la smettiamo di prendere in considerazione soltanto i desideri e le esigenze maschili.

 

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