situazionismo musica

Valerio Coladonato

Nell’ambito della cultura popolare, le sit-com sono un’importante arena per l’elaborazione e la definizione dei modelli di gender e dei ruoli familiari. Un chiaro esempio è How I Met Your Mother (CBS, 2005), trasmessa su Italia 1 dal 2008 con il nome di E alla fine arriva mamma. In linea con le recenti tendenze della serialità televisiva Usa, questa sit-com esibisce giocosamente i codici e le convenzioni su cui è basata. D’altronde il suo impianto – un gruppo di amici di New York alle prese con l’età adulta – è una rielaborazione a tratti parodica di Friends, caposaldo dell’immaginario seriale televisivo degli ultimi due decenni.

Con un procedimento simile, anche la configurazione dei ruoli di gender in questa sit-com assume il carattere di una esplicita messa in scena. Barney Stinson, che si è affermato nel tempo come personaggio di punta della serie, è un modello efficace di questa dinamica. Perfettamente a suo agio nelle trame del capitalismo globale – il suo non meglio precisato lavoro è per una multinazionale che produce tabacco, armi, petrolio – Barney è l’ultima versione dello scapolo americano. Dedito alla ricerca compulsiva di incontri sessuali, egli seduce le sue partner (avvenenti ma stupide, come da cliché) attraverso una continua fabbricazione del sé, che implica l’invenzione di percorsi esistenziali immaginari. Barney è quindi autore di una serie di truffe, attuate manipolando la propria identità, spesso col supporto dei nuovi media: crea falsi siti web celebrando le sue imprese, si promuove attraverso un video curriculum, mostra il numero del suo smartphone sul megaschermo del Super Bowl, ecc.

Questo meccanismo replica la strategia distributiva della serie stessa: la ripetizione trasversale di brevi gag, l’inserzione di materiali eterogenei e il richiamo continuo all’universo mediale segnalano che How I Met Your Mother è un prodotto concepito per essere disseminato su diverse piattaforme. È indicativo che il creatore Craig Thomas sostenga con orgoglio che si tratti attualmente della serie più «piratata» in internet. Nel sito ufficiale della sit-com, inoltre, il personaggio Barney ha un blog personale, in cui è descritto il suo pensiero (maschilista) sul sesso. L’attore che lo interpreta, Neil Patrick Harris, ha dichiarato dopo la prima stagione di essere gay: questa complessa interazione tra la figura divistica e i modi di costruzione del personaggio potrebbe far pensare ad una concezione non rigida dell’identità sessuale.

Nella sit-com, tuttavia, questi aspetti non vengono messi al servizio di una strategia di emancipazione dal maschilismo. La narrazione si configura come una serie di flashback evocati dal personaggio più tradizionale, Ted Mosby, che funge da centro di gravità per la rielaborazione dei materiali di ciascun episodio. Egli traccia il suo percorso edipico alla ricerca della donna che soddisfi le sue aspettative; si afferma come principale vettore dell’identificazione, e garante di una gerarchia di modelli di gender in cui la costituzione della coppia eterosessuale è ancora il vertice.

Un esempio al contempo simile e differente è Modern Family (20th Century Fox, 2009), in Italia da febbraio 2010 sui canali Fox. Anche questa serie rompe con lo stile invisibile, ma lo fa attraverso i codici del mockumentary – parodiando quindi i reality show che documentano la vita quotidiana di una famiglia, come Keeping Up With The Kardashians. Anche qui la tecnologia mediale si integra con le vicende di tre nuclei famigliari tra loro imparentati. Ma c’è un elemento di innovazione: una delle tre famiglie è composta da una coppia di uomini gay, Mitchell e Cameron, che prendono in adozione una bambina vietnamita. Sebbene momenti di intimità fisica siano mostrati raramente – l’assenza di baci tra i due uomini, ad esempio, ha causato controversie tra i fan – è indubbio che questa coppia di personaggi presenti caratteri di interesse. In particolare, la minuziosa descrizione del loro ruolo di educatori ed amorevoli genitori segna un passaggio importante, se si pensa che in America il dibattito pubblico sul matrimonio gay (attualmente legale, in forme diverse, solo in sei Stati) è incentrato proprio attorno a tali questioni. Si può aggiungere che Modern Family è trasmessa globalmente, quindi anche in un paese come il nostro, dove ogni timido tentativo di riconoscimento dei diritti delle coppie LGBT è naufragato miseramente.

In Modern Family, nessuno dei personaggi ha la funzione di catalizzatore, come Ted Mosby in How I Met Your Mother. La narrazione è costruita su una serie di rime, parallelismi e spostamenti tipici della commedia hollywoodiana. All’interno di ciascun episodio, l’identificazione è molteplice e investe soggettività variegate. Non esiste un privilegio specifico sul momento conclusivo; molto spesso, anzi, le interviste in cui i protagonisti si confessano direttamente alla telecamera funzionano da ironico controcanto rispetto alla morale condivisa. La serie opera tuttavia su un doppio registro: decostruisce e al contempo ripete pericolosi stereotipi (Cameron è l’omosessuale esuberante ed emotivamente labile; Gloria, l’immigrata ispanica dal temperamento vulcanico, e così via). Mantiene quindi un’ambivalenza, una tensione interna caratteristica dei prodotti della cultura di massa, suscettibili di letture conflittuali. È d’altronde la serie più seguita dalla famiglia Obama; ma è anche al terzo posto negli indici di gradimento dell’audience repubblicana.

Nell’epoca della fluidità dell’identità e della costruzione del sé attraverso i nuovi media, le due sit-com riaffermano quindi la centralità del nucleo famigliare. Entrambe promettono una rottura, una liberazione che non sono in grado di portare a compimento, anche se nel complesso Modern Family permette processi di identificazione più stratificati e politicamente significativi rispetto a quelli di How I Met Your Mother.

6 Risposte a Sit-com tra moderno e postmoderno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *