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Christian Caliandro

Ma io quasi quasi credo che siamo tutti quanti
degli spettri, pastore. In noi rivive non solo ciò che
abbiamo ereditato dal padre e dalla madre, ma tutto
un complesso di vecchie idee morte, di credenze superate
e via dicendo. Non si può dire che tutto ciò sia realmente
vivo dentro di noi; ma vi si trova comunque depositato,
e noi non possiamo liberarcene. Basta ch’io prenda un giornale
e lo scorra, ed ecco che mi sembra di vedere
dei fantasmi insinuarsi tra le righe.”

Henrik Ibsen, Spettri (1881)

 

Anche i fantasmi hanno mutato ruolo e funzione, soprattutto in Italia – ma non solo.
Come i vampiri, i fantasmi erano una volta i depositari della Storia e della memoria (dell’identità). Dell’accumularsi di racconti e ricordi, personali e collettivi; di traumi che, rimossi, tornavano a perseguitare i vivi e ad infestare il loro mondo. I fantasmi erano gli abitanti di un mondo parallelo al nostro, che pure influenzava completando la percezione diffusa del presente e del passato. Un completamento quasi necessario: la manifestazione del famoso «velo», che filtra ciò che è al di là della realtà tangibile e riconoscibile.

Oggi, anche gli spettri sono precari. Sono divenuti la traduzione di una condizione di invisibilità che li accomuna ai vivi. Fantasmatica è, per esempio, la classe dirigente di questo Paese, così come la sua non-presa sulla società. Spettrale è un sistema mediatico e informativo che smaterializza gli eventi e gli oggetti culturali, trascolorandoli in rappresentazioni di rappresentazioni e, appunto, tristi, nostalgiche fantasmagorìe. «Fantasmagoria: dal gr. phàntasma fantasma e agorèyo parlo [propr. in adunanza], da agorà concione, discorso – Arte di parlare ai fantasmi, cioè di chiamarli, di farli apparire e realmente di fare apparire delle figure luminose in fondo a una profonda oscurità: lo che avviene per mezzo di una lanterna fornita di lente; per analogia in letteratura, abuso di effetti prodotti con mezzi che ingannano lo spirito, come la fantasmagoria inganna l’occhio».

Fantasmatica è l’esistenza di individui che non si pensano come collettività, e che non concepiscono altra esperienza del mondo se non quella ipermediata. Decisamente spettrale è poi l’assenza ormai conclamata – e, scandalosamente, neanche più scandalosa – di veri e propri spazi pubblici, di discussione, di riflessione, di decisione. I «luoghi comuni», in cui si elaborava una buona approssimazione della verità, sono divenuti fantasmi di se stessi.

Davvero, come scrive George Orwell in 1984: «We are the dead».

Fantasmatico è, inoltre, il rapporto che intratteniamo con la nostra cultura e le nostre opere d’arte: sembriamo infatti curiosamente incapaci di viverlo in maniera costruttiva e creativa, riattivandolo attraverso la dimensione della produzione ed un concetto di «contemporaneo» non stantìo, non da recita scolastica. Spettrale, infine, è la nostra stessa presenza nel mondo, che a volte pare essere andato avanti – nel bene e nel male – senza di noi, che rimanevamo placidamente inconsapevoli, rinchiusi nella prigione mentale della Penisola-casetta (un po’ come la famigliola di The Others, il film diretto nel 2001 da Alejandro Amenábar).

Ma probabilmente, questa condizione comune – a suo modo unica e inedita – è proprio quella da cui ripartire e di cui prendere rapidamente consapevolezza. Il punto di vista sul mondo circostante di un fantasma che si rende conto finalmente del suo stato, invece di continuare a presumere di essere vivo, è sicuramente interessante, e foriero di qualche elemento interpretativo finalmente spiazzante.

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2 Risposte a La produzione di fantasmi

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