crisi

Giorgio Mascitelli

La prima vittima della crisi dell’euro, anzi la seconda perché la prima è la marea crescente dei non garantiti creata dalle manovre di risanamento dei paesi pigs, i paesi «maiali» dell’Europa mediterranea (generoso acronimo coniato da illuminate èlite finanziarie che rischia di essere doppiamente ironico, visto che il maiale è un animale grasso e allegro e questi sono tempi che rischiano di rendere molti tristi e consunti), sembra essere la convivenza europea. Alcuni giornali tedeschi, dopo aver rispolverato una serie di stereotipi sulle scarse virtù dei paesi dell’Europa del sud, si sono lamentati che nella stampa francese risorgevano dei clichès antitedeschi, tralasciando ovviamente i tabloid inglesi che non hanno avuto bisogno di rispolverare nulla, e certo anche in Italia si è avuto qualcosa di simile. In breve le intolleranze e i pregiudizi reciproci che sembravano sepolti dalla storia cominciano a fare capolino nel dibattito pubblico europeo. Per il momento la maggioranza dei popoli sembra avere una tenuta democratica maggiore dei rispettivi media, o forse è occupata da altri problemi, ma non è detto che peggiorando la situazione queste avvisaglie non diventino un robusto tema sul quale costruire carriere politiche. Almeno in Ungheria è andata così.

Lo storico Levis Sullam ha spiegato il ciclico riaffiorare e sparire dell’antisemitismo o meglio dell’antiebraismo con il concetto di «archivio» ossia di un repertorio sempre presente nell’immaginario collettivo di luoghi comuni e pratiche discorsive che dopo fasi di latenza si riattualizza e riprende a circolare in fasi storiche successive: ora è probabile che un meccanismo del genere funzioni per ogni forma di discorso preconcetto sugli altri e quindi esista anche per i pregiudizi tra i vari popoli europei. Questo significa che un determinato tipo di discorso e di ostilità, che magari ancora oggi sembra appartenere a un passato ormai chiuso, potrebbe riattivarsi e diventare all’ordine del giorno. I gruppi dirigenti europei paiono singolarmente impreparati di fronte a questo problema e forse c’è qualcuno che pensa addirittura di poter utilizzare simili pulsioni all’interno della gestione politica della crisi economica.

Quando nel dibattito politico internazionale si assiste a scene nelle quali il capo del governo del maggiore paese europeo dice ai portoghesi di lavorare di più per rassicurare i propri connazionali che la crisi e i mercati sono meritocratici e quindi colpiranno solo i fannulloni dei paesi del sud, oppure la BBC, per screditare le idee dei no global o come si chiamano adesso quelli che protestano contro il potere della finanza, intervista un presunto operatore di borsa dal nome iraniano per lasciargli affermare che un’importante banca d’affari, la cui ragione sociale sono due cognomi ebraici, domina il mondo e vuole trarre enormi profitti dalla crisi attuale, è chiaro che si sta attingendo a piene mani a vecchi e pericolosi miti.

Insomma oggi sembra esserci di nuovo mercato per l’archivio dei pregiudizi nazionali. Ma se lo spazio per questo genere di cose è così ampio in Europa dopo cinquant’anni di unione, non lo si può addebitare solo ai giochi politici, finanziari e mediatici di oggi: la verità è che una solidarietà europea non è mai esistita, essa fino al 1989 è stata una solidarietà di tipo occidentale garantita dall’adesione alla NATO e poi si è frantumata. Cosa ancora più grave la costruzione europea stessa è stata affidata a una burocrazia di carriera in un contesto depoliticizzato sia per precise scelte dei governi sia per le tendenze economiche, sociali e culturali delle società europee. Di fronte alla crisi, del resto, molte voci autorevoli hanno sostenuto che serve un’unione e uno spirito nazionale rinnovato: ora lo spirito nazionale non può che rafforzarsi da una certa tensione con le altre nazioni, magari in una forma più distinta nella concorrenza tra Stati per attrarre gli investitori e in una più popolare nel pregiudizio contro i mangiatori d’aglio, di rane o di patate.

Non è detto che le cose volgano al peggio e queste tensioni potrebbero, per così dire, sussistere nella loro forma farsesca e non tragica: è ovvio augurarselo. Ma in ogni caso se la crisi si aggraverà e il discorso pubblico su di essa sarà sempre più imperniato sugli stereotipi nazionali e sulle asettiche analisi tecnocratiche, pare difficile risalire una china molto pericolosa . In questo contesto è un’urgenza politicizzare il discorso sull’Europa e sulla crisi; criticare i conservatori tedeschi e non i tedeschi tout court per come stanno gestendo la crisi oppure accusare i comportamenti irresponsabili della politica italiana e non degli italiani in quanto tali è un passo necessario per fondare ciò che è sempre mancato: uno spazio politico europeo.

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