Angelo Guglielmi

Che oggi il nostro mondo (intanto la realtà italiana) stia vivendo uno stato di disagio (e che questo non coincida con le sofferenze portate dall’attuale manovra Monti) è una constatazione indubitabile e chiara agli occhi di tutti. E altrettanto evidente è che questo disagio è presente (agisce) in ogni settore della nostra società, dalla fin troppo detta mancanza di opportunità di lavoro (anzi di futuro) per i giovani (e quando ci sono di natura provvisoria e dunque inutilizzabili per ogni programmazione), all’impoverimento costante delle famiglie, che vedono sempre più ridursi le possibilità di sostentamento e, più in generale, alle stesse condizioni della cultura produttiva, economica, creativa (tanto saggistica che artistica) del nostro Paese. Che si è appassita in vecchie parole di cui avverte l’inadeguatezza di fronte all’insorgere di domande nuove (di cui percepisce l’urgenza ma non ne sa individuare la richiesta). In questo quadro le difficoltà anche insostenibili introdotte dalla manovra del governo tecnico anziché moltiplicare il disagio sembrano tecnicamente alleviarlo nel senso che finalmente sappiamo a chi dare la colpa.

Ovviamente non ci sono colpe (le colpe sono sempre personali) ma un arrugginimento della macchina vitale che si è come bloccata in una ripetitività inessenziale che attiva un processo generale di difficoltà e d’impotenza. Di reazioni non è che non ce ne siano (a prova che è diffusa la consapevolezza della necessità di cambiare il mazzo di carte) ma davvero scarsa è la lucidità (e l’efficacia) che denunciano. Per l’assetto più generale dell’ordinamento sociale sembra verificarsi un vero e proprio movimento di «ritorno al passato» con la riapparizione della plebe in cui il popolo sempre più numeroso sembra scivolare.

Ma la proposta del ritorno al passato (dell’andare avanti tornando indietro) è presente in tutti (o quasi) i settori dell’attività italiana. Riconosciuta universalmente e da tutti la bruttezza della televisione con la sua offerta bassamente spettacolare e una informazione eccitata e distraente, il rimedio proposto da parte di alcuni eccellenti intenditori è il ritorno alla televisione educativa con la riproposta di commedie, concerti e documentari su Leopardi. Che certo ridarebbero nobiltà alla nostra televisione, ma la priverebbe delle ragioni per cui esiste, ovvero rappresentare una comunicazione per tutti (al di là di pubblici specializzati e di gruppo).

Ma non basta. Con rilievo forse diverso, ma confermando lo stesso movimento, è quello che sta avvenendo nel campo filosofico e del pensiero astratto dove è in corso un forte dibattito sulla necessità di superare il post-modernismo e la sua convinzione (e pratica) che non esistono i «fatti» ma le interpretazioni (secondo il detto nicciano) per tornare ai «fatti» e alla rappresentazione della realtà in termini di valori. Dico che questo dibattito è di rilievo forse diverso perché affronta questioni assolute riguardanti il segreto della nostra esistenza dove è difficile pronunciare sentenze definitive.

Dunque il «ritorno» sembra l’arma di salvezza invocata da tanti volenterosi giustamente oppressi e offesi dall’attuale andazzo delle cose e altrettanto desiderosi di una situazione diversa. Rimane che è una contraddizione in termini augurarsi il superamento con il «ritorno» dimenticando che quando si è abbandonato il passato cui oggi si auspica di tornare, l’abbandono riguardava condizioni e pratiche di lavoro che allora (e perché no anche ora?) erano obsolete e impedivano una nostra non pigra attività.

 

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