Laura Busetta

Definito scandaloso e provocatorio, e vietato alla visione dei minori di 14 anni per via di una ricorrenza di immagini sessualmente esplicite, e al contempo moralista e reazionario, nell’irrinunciabile esigenza diegetica di fornire una redenzione dalla vergogna, Shame è la seconda prova registica dell’ex videoartista londinese Steve McQueen, presentato alla 68a Mostra del cinema di Venezia e in questi giorni nelle sale.

La reclusione del precedente Hunger – biopic sulla prigionia dal leader repubblicano irlandese Bobby Sands (Caméra d’or a Cannes nel 2008) – ritorna qui nell’isolamento patinato dell’urbanizzazione hi-tech della metropoli, nella trasparenza luminosa degli uffici di downtown, nella linearità vitrea del comfort domestico. Il film si muove fra la cadenzata sex addiction di Brandon (Michael Fassbender) e la fragilità melò della sorella minore Sissy (Carey Mulligan), entrambi nativi del New Jersey approdati in una New York decadente.

Fassbender, di recente nei panni di Freud in A dangerous method di Cronenberg, è l’attraente trentenne di successo imprigionato nella potenza della propria carica sessuale, nella sperimentazione di un onanismo insaziabile. La dipendenza sessuale è resa dall’assortimento visivo di amplessi fantasiosi, immagini che compongono una galleria anatomica di corpi interscambiabili. Il consumo sessuale e la riproduzione del desiderio di Brandon emergono come una delle multiple ossessioni societarie, un ennesimo feticcio consumista, seriale e coattivo come i tagli che Sissy si imprime sull’avambraccio. Ossessiva verifica performativa di sè, per cui la pratica sessuale e la ricerca della prestazione compulsiva divengono garanzia di affermazione soggettiva.

Sin dalle prime sequenze emerge la dimensione spettacolare della sessualità, in uno spazio metropolitano pregno di una pornografia pervasiva. Il voyeurismo è implicito nella trasparenza architettonica newyorkese, in cui le finestre vetro e acciaio costituiscono sorgenti di sguardo e infinite proiezioni di episodi umani. New York è un immenso dispositivo di visione ed esibizione, scenario urbano dominato da finestre, schermi, specchi e vetrine. Un panorama invaso dalla contemplazione dello spettacolo, in cui anche la pratica sessuale non resiste a riprodurre al suo interno l’ordine spettacolare.

Lo spazio metropolitano come ennesimo schermo di proiezione pornografica, nel quale la liaison sessuale diventa l’esclusiva chance di superamento dell’umana apatia, caratteristica dei luoghi della surmodernità. La superficie lucida della finestra di una stanza da letto di un appartamento esibisce la nudità energica di un rapporto sessuale, che Brandon può ritrasmettere al suo ritorno a casa al voyeurismo dei passanti. Allo stesso modo la sessualità promozionale offerta dallo streaming sex sul desktop del computer fa da antidoto alla monotonia casalinga, e lo specchio del bagno fa da schermo in cui proiettare il vigore di una masturbazione, verificando la carica seduttiva del proprio corpo.

Un impero saturo di sessualità, che sperimenta l’incomunicabilità degli individui che popolano i suoi spazi trasparenti, nuclei a cui è sfuggita la presa sul mondo (e la notizia dello scandalo sessuale che ha coinvolto Strauss Kahn nell’hotel newyorkese scivola via al distratto Brandon, come neutrale comparsa sonora di un fuoricampo mediatico senza appeal). Piuttosto che la nudità come stato di comunicazione con l’altro e negazione della chiusura dell’essere – come la intendeva Bataille – l’anonima nuda carne sofferente, oggetto di consumo che cerca nella sfrenatezza corporea una forma di anestetizzazione del dolore.

Un incedere lento di sequenze prolungate senza stacchi di spazi trasparenti, in cui sembra consumarsi la perdita di intimità della metropoli contemporanea, di strenue corse notturne e eccessi sfrenati alla ricerca di un esaurimento della coscienza, per finire sul lungo primo piano del volto di Fassbender che si deforma, oscillando fra un’espressione di godimento e una smorfia di angoscia.Uno sguardo senza soggetto che, annullata la relazione con l’alterità, divenuta puramente strumentale, sperimenta la perdita di identità. In quel primo piano sembra chiudersi veramente il film, che prosegue invece brevemente verso un inefficace e a tratti consolatorio riscatto finale del protagonista, che pare sfuggire alla riproduzione perpetua del proprio desiderio.

In compenso la dispersione e la pluralizzazione sessuale che irradia il film, direttamente prodotta dagli stili di vita societari, sollecita una riflessione sulle pratiche e sulla nozione stessa di sessualità che – foucaultianamente – totalizza l’identità del soggetto.

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3 Risposte a Trasparenza e vergogna: Shame

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