Marino Badiale

Nella sezione «I malintesi» del suo ultimo libro («Per un’abbondanza frugale», Bollati Boringhieri 2012) Serge Latouche cerca di dissipare la ricorrente confusione fra la nozione di decrescita e quella di recessione. Nonostante le parole molto chiare dette a questo proposito dai teorici della decrescita, tale confusione persiste, sia fra gli avversari sia fra quelli che Latouche, nel testo citato, chiama i «simpatizzanti mal informati». Un esempio di tale confusione, da parte di un critico della decrescita, è contenuto in un recente articolo di Antonio Pascale («Gli egoisti della decrescita», La lettura supplemento del «Corriere della Sera» del 19-2-12).

Di fronte al persistere di questi malintesi, sembra dunque necessario spiegare un’altra volta (chi scrive, assieme al compianto Massimo Bontempelli, lo aveva già fatto per esempio nell’articolo «Un progetto rivoluzionario», alfabeta2, anno II, n.6, Gennaio-Febbraio 2011) che la decrescita non è la recessione, non è la crisi economica. La decrescita è sicuramente una diminuzione del Pil. Ma ci sono molti modi diversi di diminuire il Pil. Ad esempio una guerra termonucleare che distrugga l’intera umanità. La diminuzione del Pil è il genere del quale la decrescita, la recessione o una guerra termonucleare sono specie diverse. Allo stesso modo, fare un dieta significa perdere peso, ma non tutti i modi di perdere peso sono uguali. Si può perdere peso per una grave malattia fisica come il cancro, per un grave malattia psichica come l’anoressia, o perché si cade nella miseria o infine perché si fa una dieta sotto la guida di un medico. L’anoressia, la miseria e la dieta sono specie diverse entro il genere «diminuzione del peso corporeo». Nessuno (tranne forse Antonio Pascale) direbbe ad una persona anoressica «complimenti per la dieta, mi sembra molto efficace».

Ma qual è allora la differenza specifica della decrescita rispetto alla recessione? La decrescita è un progetto politico ed economico di demercificazione della società. Lo sviluppo del rapporto sociale capitalistico, negli ultimi due secoli, ha portato al fatto che ogni forma di attività sociale, e in particolare ogni forma di produzione (di beni materiali o servizi) è pensata come produzione di merci, soggetta alle leggi del profitto. La decrescita vuole invertire questa tendenza, e liberare almeno una parte dei prodotti del lavoro sociale dalla forma di merce. Si tratta di produrre beni (beni materiali o servizi) non in forma di merce, e di farli circolare attraverso circuiti diversi dal mercato. E di ridurre, per quei beni che continueranno ad essere prodotti in forma di merci, la percentuale di distruzione ambientale che la loro produzione comporta.

La differenza con la recessione è chiarissima, per chi desidera capire: nella recessione tutti i beni che erano merci restano merci, solo che la gente non ha il denaro per comprarli. Nella decrescita alcuni beni vengono prodotti e scambiati al di fuori del mercato, mentre le merci che rimangono nel mercato richiedono meno sprechi per essere prodotte. Se questi sono discorsi troppo astratti, facciamo un esempio concreto: una delle proposte tipiche della decrescita è quella di una vasta iniziativa di miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni, in maniera da far nettamente diminuire il consumo per il riscaldamento.

Una simile iniziativa richiederebbe ovviamente grandi investimenti iniziali, che contribuirebbero al Pil, ma a regime farebbe diminuire il Pil perché farebbe nettamente diminuire i consumi. Naturalmente lo scopo è quello che la gente abiti in case comode e riscaldate spendendo di meno. Nella recessione, invece, ciò che avviene è che la gente non ha i soldi per pagarsi il riscaldamento e sta al freddo. In entrambi i casi diminuisce il Pil, ma dovrebbe essere ovvia la differenza: nella recessione si sta male perché si è senza soldi in un mondo in cui tutto si paga, nella decrescita si sta bene perché si può avere il benessere (quello di una casa riscaldata, per esempio) pagando di meno in termini monetari e inquinando di meno.

Due spunti finali per chi sia interessato ad approfondire seriamente il tema della decrescita. In primo luogo iniziative come quelle indicate (una vasta opera di miglioramento dell’efficienza energetica della abitazioni) e le tantissime altre che si potrebbero indicare, richiedono ovviamente l’intervento dello Stato, che quindi è fondamentale per una politica di decrescita. In secondo luogo, i risparmi che la decrescita permette non dovrebbero tradursi in altri consumi, ma in tempo libero: uno degli obiettivi di una politica di decrescita dovrebbe essere quello di liberare il tempo delle persone dal lavoro salariato per indirizzarlo alla cura delle relazioni, all’interno delle quali si situerebbero anche gli scambi non mercantili di beni e servizi che caratterizzano la proposta della decrescita.

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3 Risposte a La recessione non è decrescita

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