Rossana Campo

Appena finito di leggere Il tempo è un bastardo, romanzo della scrittrice americana cinquantenne Jennifer Egan, resto un po’ incerta, indecisa se mi ritrovo fra le mani uno dei migliori libri letti diciamo negli ultimi tre quattro anni o qualcosa che risente un po’ troppo delle famose scuole di scrittura americane. Certo il libro si legge benissimo, va che è un grande piacere e questo non è certo un difetto, Jennifer Egan è un’ottima narratrice, sa prendere il lettore e trascinarlo dentro le sue storie, sa costruire un romanzo fatto di tredici capitoli-racconti, cambiando ogni volta il punto di vista, il luogo e l’epoca, sa tenere insieme vicende e personaggi legandoli con fili sottili e abili zoomate narrative che portano in primo piano ora uno ora l’altro personaggio, sa per esempio farti entrare nella testa di un vecchio chitarrista punk che sta per tirare le cuoia o di un paio di ragazzine californiane (siamo a inizio anni Ottanta) pronte allo sballo, pronte a pogare, ti sa trascinare in un concerto punk rock, fra un’umanità sudata e puzzolente, e anche tu diventi la giovane punketta con troppe lentiggini, quella che si sente tagliata fuori, quella che ha l’amica bella con gli occhi da cinese che ha l’ardire di fare un pompino in mezzo alla folla a Lou, manager discografico a quanto pare molto cool.

Jennifer Egan sa poi tirarti dentro la vita e lo sguardo di amabili perdenti, come Scotty che vent’anni prima era un bravo chitarrista di grandi speranze e ora è un mezzo barbone che va a pesca sotto il ponte di Williamsburg, nell’East River a Manhattan e un giorno decide di andare a fare un saluto al suo vecchio amico Bennie Salazar, uno fra i peggio bassisti ai tempi del liceo che però ce l’ha fatta, è un discografico di successo anche se un po’ in declino, però ce l’ha fatta, diciamo, per gli standard correnti, ha avuto moglie e figlio e ufficio ai piani alti del grattacielo con vista dominante su Manhattan, e Scotty lo va a trovare portandogli in regalo questo grande pesce sanguinolento appena tirato su dal fiume. E poi ci sono gli avanti e indietro nei diversi momenti della vita di Sasha, che incontriamo nel primo capitolo-racconto come cleptomane incasinata a New York, in tempi recenti, dove lavora come assistente di Bennie Salazar e riscopriamo verso i capitoli finali ragazzina sballata che ha già al suo attivo depressioni, tentativi di suicidio e psichiatri, e ancora più avanti in una fuga a Napoli, fine anni Settanta, dove fa esperienze non sempre credibili (per come ci vengono raccontate) di taccheggio, droga e prostituzione. La stessa Sasha che diventerà nell’età adulta madre e moglie tranquilla, con figlia a cui è affidato un intero capitolo per raccontare la vita di famiglia come se fosse un diario di adolescente scritto in PowerPoint (a proposito del quale si è scritto parecchio, ma che non mi pare una grossa trovata). Insomma c’è questa costruzione delle storie che pare sperimentale e a proposito della quale l’autrice ha dichiarato in alcune interviste di avere preso come riferimento da un lato Proust e dall’altro la struttura di Pulp Fiction e di varie serie televisive americane tipo I Sopranos. Così la domanda che ci poniamo a lettura finita è: ci guadagnano questi poveri scrittori di romanzi se cercando ispirazione guardando The Wire, Six Fit Under, Mad Men invece che leggendo Anna Karenina, Gravity’s Raimbow o Tristram Shandy? Pur credendo che la letteratura non sia una pura terra incontaminata che debba restare chiusa e impermeabile ai linguaggi con cui quotidianamente tutti noi abbiamo a che fare (vale a dire i film, la musica, le serie televisive e in generale tutta la cosiddetta cultura pop) non riesco a nascondere un senso di leggera frustrazione per come gli scrittori di narrativa guardino sempre più e in modo un po’ troppo supino alle forme di narrazione che ormai sembrano vincenti e imperanti. Insomma, io direi che non è vero che la realtà oggi sia raccontata o raccontabile solo dai Sopranos, dai Mad Men o anche dai vari commissari dei romanzi nostrani, ritengo che ci sia un modo di andare in profondità, per dire quello che uno scrittore sente quando vive nel nostro tempo che è proprio della letteratura e che sarebbe un fallimento ritenere superato e perdente.

Perché c’è qualcosa che può fare la letteratura che nessuna serie televisiva potrà mai fare. Magari ci costerà un po’ di più in termini di attenzione e fatica, magari ci vorrà della buona volontà per entrare dentro un sistema percettivo un po’ più complicato di quello di Tony Soprano (che pure io guardo, sia chiaro, traendone divertimento), ma la letteratura continuo a pensarla come qualcosa che non ci deve allettare a tutti i costi, non ci deve prendere per mano come se fossimo eterni ragazzini un po’ scemi e annoiati. Anche se forse abbiamo perso per abitudine e sciatteria il piacere di aspettarci dalla letteratura il famoso kafkiano pugno sulla testa che ci sveglia di colpo, perlomeno personalmente continuo ad aspettarmi da un romanzo qualcosa che mi scuote, mi mette a disagio, mi fa venire la voglia di lasciare il libro da parte un momento, perché quello che ci sto trovando dentro ha il sapore della paura o della gioia o del sollievo di essere arrivata al punto di scoprire qualcosa che forse non mi sarei mai aspettata di trovare fra le pagine di un libro, vale a dire me stessa, la mia vita e la vita di tutti dunque.

IL LIBRO
Jennifer Egan
Il tempo è un bastardo
mimimum fax (2011), pp. 391
€ 18,00

3 Risposte a Tony Soprano o Anna Karenina?

  1. monica crassi ha detto:

    scusi, signora campo, ma non le pare di aver creato una polemica la cui coerenza è minata dalle sue stesse premesse?
    forse mi sfugge qualcosa del suo ragionamento, ma mi pare di poterlo fedelmente ricostruire, e riassumere, così (uso parole del suo articolo):

    premessa:
    “l’autrice ha dichiarato in alcune interviste di avere preso come riferimento da un lato Proust e dall’altro la struttura di Pulp Fiction e di varie serie televisive americane tipo I Sopranos.”

    argomentazione dialettica:
    “Così la domanda che ci poniamo a lettura finita è: ci guadagnano questi poveri scrittori di romanzi se cercando ispirazione guardando The Wire, Six Fit Under, Mad Men invece che leggendo Anna Karenina, Gravity’s Raimbow o Tristram Shandy?”

    conclusione:
    “non riesco a nascondere un senso di leggera frustrazione per come gli scrittori di narrativa guardino sempre più e in modo un po’ troppo supino alle forme di narrazione che ormai sembrano vincenti e imperanti. Insomma, io direi che non è vero che la realtà oggi sia raccontata o raccontabile solo dai Sopranos (…) Perché c’è qualcosa che può fare la letteratura che nessuna serie televisiva potrà mai fare”.

    ma, appunto la premessa era: la egan HA LETTO PROUST e poi ha anche guardato i sopranos, lo dice lei stessa poche righe più su, signora campo. ricorda?

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