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Marco Rovelli

Sono tornato dopo qualche anno a vedere un’opera della Societas Raffaello Sanzio grazie ai gruppuscoli di integralisti cattolici che avevano annunciato le contestazioni alla rappresentazione al teatro milanese Franco Parenti per la messa in scena di Sul concetto di Volto del figlio di Dio. Be’, li ringrazio per la loro stolida ottusità. Il Parenti era strapieno, e molti erano lì semplicemente a difendere la libertà d’espressione. Ma poi hanno assistito a uno spettacolo che meritava d’esser visto.
Quest’ultima di Romeo Castellucci è un’opera breve, densamente concettuale e agisce come un’ostensione che invita alla meditazione. L’ostensione è, a un tempo, della merda e di Cristo. Nulla di stupidamente provocatorio, va da sé. E non c’è bisogno di scomodare Bataille, la parte maledetta, scatologica, del divino. Qui c’è un Sacro annichilito dal Male, dall’impotenza, ridotto a Nulla – pur non cessando di essere Sacro, pur non cessando di essere. All’inizio, nella penombra, il gigantesco Volto di Cristo (il Salvator Mundi di Antonello da Messina che riempie la scena, e che alla fine verrà coperto d’inchiostro, e squarciato) pare che muti di forma, se lo osservi fissamente: nella penombra, la vista non lo ferma. Egli sfugge. Pare, quella mitezza del Volto, una mitezza deforme e inafferrabile, e per questo terribile. Inizia di lì il disfacimento del Volto di Cristo, che è il disfacimento della Bellezza eterna, la quale non può che cedere di fronte all’incarnazione – e al disfacimento che le è proprio. È l’evidenza del Male, lì sulla scena, a disfare il Volto. Il Male sulla scena ha le sembianze di una estenuata solitudine, e sullo sfondo il mondo ridotto a un brusio (testimoniato dall’incessante basso continuo delle voci asignificanti della tv accesa, che poi verrà anch’essa cancellata): una solitudine di due persone che non hanno più niente in comune se la non la propria solitudine e una volontà disperata di tener vivo un legame ormai disfatto. C’è infatti di un padre incontinente, che non «si tiene» più – in disfacimento –, ridotto all’impotenza (sole tracce di sé, la merda che non tiene: sono i «resti»a sopravvivere), un Padre umiliato di fronte al Figlio – il figlio che lo cura, che è cura, pietas, ma che non salva.
All’impotenza umana, al gemito balbettante del padre e alla disperazione del figlio, non può che rispondere l’impotenza divina. Non c’è scampo, a questa impotenza, al paradossale scacco dell’impotenza del tremendum: allo stesso modo, la luce bianca, algida, della scena teatrale illumina tutto «senza pietà», non lascia alcun angolo oscuro in cui nascondersi, in cui trovar rifugio, non ci può essere alcun pietoso lenzuolo come quelli che si mettono sopra un cadavere. Su una vita in disfacimento non si può stendere alcuna coltre di pietà. Il Padre balbetta, si fa figlio infante del Figlio. Piange e parla nello stesso tempo, e il figlio protesta: «Se piangi e parli nello stesso tempo io non capisco». Ma non c’è più nulla da capire ormai in questo disfacimento: è uno scandalo che non può cessare. Tu (non) sei il mio Pastore, è la scritta che compare sul Volto ricoperto dall’inchiostro (la Parola delle Scritture che si sciolgono?), e sulla scena non c’è che rumore. È in quell’intermittenza del non, lo scandalo. La luce si spegne gradualmente, di nuovo la penombra, un sussulto di luce accecante prima dello spegnimento finale, mentre il rumore si disfa nel silenzio.
È ovvio che per chi chiede al Sacro di essere la logica ottusa ed esclusiva di una base identitaria, tutto questo non può che risultare materialmente e politicamente inaccettabile, ed essere blasfemo, e Castellucci «merita l’inferno eterno», com’è scritto sul blog Basta Cristianofobia.

2 Risposte a Basta fobie. Romeo Castellucci a Milano

  1. […] Marco Rovelli Basta fobie. Romeo Castellucci a Milano (leggi) […]

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