Rossella Catanese

Nella Hollywood del 1927 George Valentin (Jean Dujardin) è il divo in frac sorridente, accompagnato nelle sue avventure cinematografiche da un cagnolino addestrato. L’attore è all’apice della sua carriera e acclamato dal pubblico, ma si troverà impreparato alle novità strutturali del passaggio al cinema sonoro. Valentin viene avvicinato da Peppy Miller (Bérénce Bejo), giovane starlet entusiasta e vivace che inizia la sua ascesa all’Olimpo del cinema hollywoodiano, senza mai nascondere un debole per il suo mentore.

Il film di Michel Hazanavicius, già premiato a Cannes con la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile a Jean Dujardin, a New York con il Film Critics Circle Awards e all’European Film Award per la miglior colonna sonora a Ludovic Bource, è una coraggiosa e riuscita operazione di cinefilia assoluta, che racconta la difficile epoca di transizione al sonoro proprio attraverso il linguaggio del cinema muto. Viene abolito il dialogo, sostituito con la mimica degli attori, pochi cartelli su sfondo nero e una singolare colonna sonora sapientemente giocata tra musiche e rumori diegetici. Il successo del film, nonostante la scelta inconsueta e rischiosa, rivendica una sostanziale conformità tra le esigenze della ricezione del pubblico appartenente ad epoche e contesti diversi: le dinamiche della narrazione, il coinvolgimento spettacolare nonché i processi d’identificazione come chiave dell’emotività spettatoriale.

Il regista francese, già autore di OSS 117: Le Caire, nid d’espions e OSS 117: Rio ne répond plus,parodie dei film di spionaggio anni Sessanta, con The Artist ha dato vita ad un lavoro filologico costruito sull’intertestualità. Il personaggio di Valentin, che nello stesso cognome cita Rodolfo Valentino, è configurato secondo i canoni di mascolinità del divismo cinematografico di quell’epoca nello stile di Clark Gable e Douglas Fairbanks. Penelope Ann Miller, la moglie che chiede a Valentin: «Perché ti rifiuti di parlare?», somiglia a Susan Alexander Kane, consorte del protagonista di Quarto Potere di Orson Welles, mentre un anziano Malcom McDowell fa la sua brevissima comparsa senza ammiccare all’immaginario evocato dal suo volto così famoso. Le ombre che accompagnano la crisi di Valentin richiamano dichiaratamente il cinema espressionista tedesco; esplicite citazioni della storia del cinema ricorrono anche nella colonna sonora, come l’inconfondibile leitmotiv di Vertigo – La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. La presenza più forte è di certo Singin’ in the Rain. Il film di Stanley Donen e Gene Kelly raccontava quello stesso momento della storia del cinema, determinando un universo immaginario opposto, decretando l’obsolescenza del muto e il nuovo splendore spettacolare del musical.

La descrizione della crisi dell’artista nel confronto con un’epoca di transizioni è vicina a quella proposta dal film d’animazione L’illusioniste di Sylvain Chomet, tratto da uno scritto di Jacques Tati, in cui i dialoghi sono sostituiti da una colonna sonora eccentrica e originale. Come nei film di Tati anche in The Artist il paesaggio acustico viene utilizzato in modo peculiare ed alternativo rispetto alla scarsa elaborazione formale del primo cinema sonoro, quella che Hitchcock definiva «fotografia di gente che parla».

Proporre nel 2011 un film che narra la sfida tecnologica del sonoro può essere anche una metafora della riflessione sulla transizione dall’analogico al digitale: anche oggi l’industria cinematografica sta affrontando il passo obbligato di un adeguamento tecnico, determinando la costruzione di nuovi orizzonti simbolici e nuovi criteri di costruzione formale.

Spesso grandi cambiamenti linguistici derivano da innovazioni tecnologiche e dalle successive implicazioni produttive. Il personaggio di George Valentin interpreta dunque la diffidenza verso il sonoro da parte del cinema istituzionalizzato degli anni Venti, incarnando quella che Roman Jakobson descrive come «Stilwidrigkeit des Sprechfilms» (= avversità allo stile dei film sonori), generalizzazione prematura che includeva la mancanza di suono tra le peculiarità strutturali del cinema, non accettando le possibilità di fusione e integrazione tra la realtà ottica e quella acustica.

All’afasia di Valentin corrisponde la loquacità di Peppy Miller, che invece riesce, grazie alla sua forza vitale, alla sua travolgente simpatia e al suo senso pratico tutto femminile, nella composizione di una formula vincente e brillante, la Scintilla d’amore che conclude simbolicamente la vicenda. Il risultato è un film consapevole sul piano linguistico e al contempo godibile e divertente.

6 Risposte a L’artista alla deriva: The Artist

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