Andrea Inzerillo

La notizia della chiusura del museo d’arte contemporanea di Palazzo RISO, vicenda tortuosa e controversa che ha rapidamente ottenuto gli onori della cronaca nazionale, ha coinciso casualmente con la conclusione di un’importante manifestazione che si è svolta ai Cantieri Culturali alla Zisa, il più grande spazio culturale della città di Palermo. Se al clamore della notizia sulle sorti del Museo RISO non corrisponde però una situazione chiara, vista la difficoltà di stabilire fino a che punto la paventata chiusura sia legata a rischi reali e non già a lotte di potere interne al centro-destra siciliano, essa manifesta tuttavia la necessità di un ripensamento rapido e radicale della gestione degli spazi pubblici (culturali e non) secondo logiche realmente alternative, trasparenti e partecipate.

La storia di quanto è in atto ai Cantieri Culturali è allora da questo punto di vista di particolare interesse. Breve riassunto: area di quasi 60.000 metri quadrati, sede delle officine Ducrot all’inizio del XX secolo, gioiello dell’industria del Liberty poi abbandonata da uno sviluppo irrispettoso della storia. Acquisita dall’amministrazione comunale, viene riconvertita a uso culturale e vive una stagione di splendore – non privo delle contraddizioni che hanno caratterizzato gli anni dell’orlandismo palermitano – nella seconda metà degli anni Novanta. All’inserimento all’interno dei Cantieri di alcuni presidî culturali cittadini (istituti stranieri di cultura e istituto Gramsci, cui si aggiungeranno nel corso degli anni la sede locale del Centro Sperimentale di Cinematografia e l’Accademia di Belle Arti) segue però un abbandono totale, frutto di una damnatio memoriae da attribuire tragicamente più alla colpevole noncuranza della nuova amministrazione che a una deliberata volontà di cancellare le vestigia di quella passata. Fino all’ultima provocazione: un «invito a manifestare interesse per la valutazione di progetti di idee» sui Cantieri, aperto a tutti meno che alle associazioni culturali e soprattutto emanato a fine legislatura, a pochi mesi dalle elezioni. Come a proseguire fino alla fine una politica verticista che predilige gli eventi ai progetti, e che pensa di affidare la gestione degli spazi pubblici a un gigante qualunque – gira insistente il nome di Confindustria – senza preoccuparsi di ragionare con la città di modelli di sviluppo e gestione democratica del territorio. La motivazione ufficiale è di carattere economico, ma come spesso accade la ragionevolezza economica malcela una questione squisitamente politica.

La risposta della città stavolta non si è fatta attendere. A una diffida rivolta al sindaco per ritirare l’avviso è seguito un percorso di alcuni mesi che ha portato alla manifestazione Cultura Bene Comune, organizzata il 6, 7, 8 gennaio 2012 da più di 70 associazioni e 100 artisti, palermitani e non. Il comitato «I Cantieri che vogliamo» – questo il nome che li riunisce – ha rilanciato con un progetto politico ambizioso: un modello di costruzione partecipata, realizzato da quella parte invisibile della città che ha continuato a lavorare costantemente negli anni più bui della sua non-gestione. La risposta alla provocazione è dunque un progetto reale che riparte dalla storia e dalle tracce lasciate ai Cantieri da chi li ha vissuti per riportare la città a discutere di un modello alternativo di gestione dei beni comuni, violentati da un abbandono che riguarda i luoghi e gli animi di chi ha assistito spesso inerme.

Così il capannone Spazio Zero rivive della voce e delle immagini dello spettacolo di Thierry Salmon che lo inaugurò nel 1996, proiettate sui resti scalcinati di una parete davanti alle rovine della Torre del tempo donata alla città da Emilio Tadini, oggi fatta a pezzi e abbandonata, spaventosa metonimia del disprezzo nei confronti della cosa pubblica. Come pubblica è la sala cinematografica da 500 posti – ribattezzata dal movimento Sala Vittorio De Seta – pronta dal 2008, inaugurata e mai più aperta, sui muri della quale le voci dei pescatori de Lu tempu di li pisci spata hanno restituito un momento di poesia davanti a centinaia di spettatori infreddoliti mentre appena di fronte, nella neonata Casa Marceau sottratta ai detriti e all’incuria, al laboratorio pomeridiano di mimo seguivano la sera altri fantasmi, film pluripremiati in festival internazionali e mai usciti in sala a Palermo. Gli artisti visivi nel frattempo «mettevano le mani», simbolicamente, su un Museo d’arte contemporanea di 2000 mq anch’esso ristrutturato da anni e mai aperto né realmente pensato. La città invisibile si è raccolta a discutere nei forum e nei gruppi di lavoro per ripensare una gestione indisponibile alle logiche di mercato dei beni comuni negati: l’infanzia, l’energia, gli spazi culturali, i giardini, le biblioteche, i musei, provando a ragionare concretamente anche su modelli di sostenibilità economica da offrire alla città.

Più che col Teatro Valle ci si confronta allora con analoghe esperienze di siti industriali riconvertiti a fini culturali: la Tabacalera di Madrid, la Friche de La Belle de mai di Marsiglia. Senza trascurare le specificità di un quartiere come quello della Zisa, che nei mesi scorsi ha assistito a una recrudescenza della violenza nei confronti degli immigrati che lo abitano in gran numero. Ma il discorso sui Cantieri è solo la base per un ragionamento più ampio che riguarda tutti gli spazi negati della città, e per un ripensamento più generale dei concetti di (e dei rapporti tra) bene pubblico, bene privato e bene comune, da un punto di vista politico o più specificamente giuridico. Non si può negare che la tempistica sia sospetta. Con le amministrative a Maggio, il rischio di strumentalizzazioni elettorali è altissimo. Nei documenti finali dell’assemblea cittadina questo rischio è denunciato e respinto con forza al mittente. I candidati alle elezioni finora sono stati a guardare. Certo, la forza di un movimento si sperimenta sui tempi lunghi. Alla costruzione di questi tempi sono tutti invitati a partecipare.

15 Risposte a Palermo, la città invisibile

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