enel2-fixed-415x500-cut

Lucia Tozzi

Tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971 Pasolini girò Le mura di Sana’a, il documentario in forma di appello all’Unesco per salvare dalla speculazione e dalla distruzione una delle città medievali più belle del mondo. Le parole conclusive del film, mentre scorrono le immagini delle mura stupende e del modesto principio di assedio da parte di piccole costruzioni moderne, suonano così: “Ci rivolgiamo all’Unesco perché intervenga a convincere un’ancora ingenua classe dirigente che la sola ricchezza dello Yemen è la bellezza, e che conservare questa bellezza significa possedere una risorsa economica che non costa nulla, e che lo Yemen è ancora in tempo per evitare gli errori commessi dagli altri paesi. Ci rivolgiamo all’Unesco in nome della vera, seppur ancora inespressa, volontà del popolo yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri, in nome della grazia dei secoli oscuri, in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato”.

Passati quarant’anni, è facile individuare il punto più debole di questo appello: la conservazione dell’integrità fisica di un luogo può diventare la sua peggiore condanna. Pasolini non ha fatto in tempo a vedere la Disneyzzazione, la riduzione a parco tematico proprio delle città tutelate con più cura, l’espulsione degli abitanti e la commercializzazione selvaggia operati sistematicamente dall’industria turistica. Se avesse potuto immaginare la trasformazione in resort di lusso o in luna park dei borghi più umili e popolari si sarebbe con ogni probabilità tagliato le mani piuttosto che battersi per la protezione di Orte, come poi si ritrovò a fare nel 1974 con il cortometraggio La forma della città.

Ma questo, appunto, Pasolini non lo poteva sapere. Quello di cui invece era totalmente cosciente, e di cui si è sempre assunto la responsabilità assoluta, era la posizione di superiorità dalla quale, in quanto intellettuale e grazie all’accesso ai più importanti giornali, si trovava a parlare. Nel combattere per la causa della bellezza non pretendeva di essere il portavoce della popolazione, ma dichiarava senza mezzi termini di parlare in nome di una verità più profonda, sconosciuta ai più, vuoi perché ancora poveri e puri, vuoi perché ingenuamente soggiogati dalla società dei consumi. In quegli anni non era meno scomodo di adesso ricoprire un ruolo così arrogante e paternalistico, eppure Pasolini lo esplicitava chiaramente: “Io forse soffro in modo particolare [della bruttezza, della mescolanza tra antico e moderno] perché ho un senso estetico esagerato, da anima bella”, dice ne La forma della città, additando con angoscia un casermone di edilizia economica e popolare che scempiava il profilo perfetto di Orte.

La difesa della bellezza, di quel genere specifico di bellezza, anonimo e popolare, era per Pasolini una parte organica e coerente dell’intera sua attività intellettuale e del suo impegno civile: la difesa della radicale alterità culturale della classe proletaria rispetto all’omologazione borghese imposta dallo sviluppo. Se al posto del casermone ci avessero messo un’architettura contemporanea considerata di eccellente qualità, poniamo di Richard Rogers o di Kenzo Tange o di Aldo Rossi, ai suoi occhi non sarebbe cambiato nulla, o forse sarebbe stato peggio, perché sarebbe stata accompagnata dall’inevitabile pletora di elogi mediatici e dal consenso degli accademici e degli intellettuali progressisti, che Pasolini aborriva sopra ogni altra cosa.

Al di fuori di questo ideale di purezza così radicale, oggi peraltro definitivamente obsoleto perché non esiste più tessuto urbano al mondo che non sia nel bene o nel male compromesso, la bellezza è un argomento abbietto e controproducente se applicato alla politica della città. Soprattutto quando si concentra sulla qualità delle sue architetture.

La città contemporanea è un organismo troppo complesso e articolato per essere giudicato come la semplice somma delle architetture che la compongono: la qualità urbana non può fare a meno di prendere in considerazione l’accessibilità reale degli spazi pubblici e dei servizi, l’uso che abitanti, lavoratori e passanti fanno delle diverse aree in momenti differenti, il grado di mescolanza e di vitalità che la progettazione urbana riesce a consentire o che si sviluppa indipendentemente da qualsiasi piano. Città come Berlino, Londra, New York, Tokyo, Hong Kong, Città del Messico non hanno nulla più di armonico, straripano di brutti palazzi, brutte infrastrutture, aree commerciali e interventi di bassa qualità, eppure ognuna in modo diverso esprime un altissimo livello estetico in continua evoluzione. Al contrario, città apparentemente più intatte e omogenee come Bruges, Venezia o San Gimignano, ridotte a macchine da turismo, possono produrre esperienze di desolazione molto disturbanti.

Ma la questione che invalida l’uso del giudizio estetico in un contesto politico e in relazione al Bene Comune riguarda la legittimità dei giudicanti: chi decide cosa è bello e cosa è brutto, cosa è da tenere e cosa da rimuovere, cosa è da promuovere e cosa da bocciare? Differentemente da un’opera letteraria o da un film, e in modo più affine all’universo dell’arte contemporanea, non esiste alcuna procedura o alcun metro di valutazione oggettivo che assicuri la bellezza per tutti. Non è democratico affidare le decisioni al supposto buon gusto di intellettuali, esperti e consulenti, perché la percezione di ciò che è costruito nella città è estesa alla totalità dei suoi abitanti o visitatori, e il gusto della maggioranza può non coincidere con quello delle élites. Per intere moltitudini di persone, che non è possibile liquidare banalmente come ignoranti, un comprensorio di villette di lusso o i grattacieli di Dubai sono più “belli” di una strada di Milano. Se si resta lucidi, questo dato oggettivo è politicamente irrilevante e i sistemi decisionali riguardo al futuro urbano possono continuare a evolvere indipendentemente dall’estetica e dalla sua condivisione, in una dimensione più propriamente politica. Se si prendesse davvero sul serio la cosa, si finirebbe senza scampo davanti alla scelta paradossale tra democrazia (sostituzione dei centri storici con villettopoli) e dittatura degli intellettuali (rimozione della Brianza, delle favelas, dei grattacieli o ecomostri in centro, con un margine di tolleranza per le squallide ma necessarie periferie per i poveracci).

Non c’è pericolo, tuttavia: in un contesto come quello italiano il rigore è desueto e le ambizioni tutto sommato moderate. I nostri intellettuali preferiscono concentrare l’attenzione mediatica e l’indignazione del maggior numero possibile di “firme” autorevoli su casi sempre più particolari, mescolando retorica apocalittica e senso comune in spregio alla logica e alle proporzioni. Come per le crociate di Asor Rosa sulle villette di Monticchiello o la battaglia mediatica lanciata da Marco Belpoliti e Gianni Biondillo sulla trasformazione dell’Ex-Enel a Milano in un complesso edilizio mediocre: una bruttura modesta, un episodio comune elevato a simbolo di tutti i mali estetici del paese. (http://areaxenel.com/). Una volta esaurito lo sterile dibattito estetico, gli immobiliaristi grandi e piccoli possono seguitare indisturbati a recintare pezzi di città, creare ghetti, ricattare le amministrazioni, pretendere metri quadri e metri cubi, subappaltare al nero, imbrogliare sulle bonifiche, sugli oneri, sull’edilizia convenzionata. E i politici possono svendere suoli, tagliare servizi pubblici e investire in inutili grandi eventi e politiche securitarie basate sul controllo poliziesco e l’espulsione dei poveri. Con l’aiuto di qualche concorso o l’istituzione di qualche commissione di prestigio, gli uffici stampa saranno sempre in grado di pubblicizzare ogni mattone posato al suolo come opera di grande civiltà, cooptando quelle stesse firme che altrove avevano protestato per gli scempi.

È qui che risiede la forza reazionaria di un argomento come la bellezza, nella sua capacità di catalizzare e convogliare in un gioco a somma zero tutte le energie sociali, l’impegno civile, l’esercizio ragionato della critica e la resistenza della popolazione a quelle politiche urbane che accentuano la diseguaglianza e la segregazione. Con la sua brutale semplificazione fa in un attimo piazza pulita delle lotte, delle culture complesse che concorrono a formare la qualità urbana: come il pifferaio dei fratelli Grimm, porta tutti fuori strada.

Tagged with →  

3 Risposte a Bellezza e reazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *