Manuela Gandini

Le api diventarono opera quando la casa di Gianfranco Baruchello ne fu invasa. Per liberarle abbatté dei muri con l’aiuto di un personaggio che si chiamava Eros. In seguito fece dodici arnie, fece il miele e fece un oggetto intitolato Eros Sélabeille.

“A mezzanotte, contravvenendo agli ordini, Baruchello entra nella stanza, accende al luce; l’enorme massa di api aggrappate l’una all’altra ha assunto nello squarcio del muro l’incredibile forma di un corpo di donna visto all’altezza della vita al di sotto del seno e fin sopra l’ombelico”. Così scriveva Jean Francois Lyotard (1982), in “La pittura del segreto nell’epoca postmoderna, Baruchello” (Feltrinelli), un prezioso libro che raccoglieva visioni sull’opera dell’artista e sul postmoderno.

La smisurata attività di Baruchello è celebrata oggi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma in una ricca e meritata retrospettiva. Intitolata Certe idee, la mostra curata da Achille Bonito Oliva con Angelandreina Rorro, ricostruisce la complessità, le intuizioni, i segni di un artista incontrollabile, erudito e sognatore, più amico degli scrittori e dei poeti che dei critici, avvezzo anche a lavorar la terra. Ileana Sonnabend, nel 1962, alla prima mostra della Pop Art da Sidney Janis a New York – nella quale invitò Baruchello a esporre Awareness, un oggetto fatto di giornali incollati alla tavola – gli disse: “Tu da oggi in poi devi solo incollare giornali ad una tavola e in due anni diventerai il grande incollatore di giornali per sempre”. Da quel momento l’artista decise invece di andare oltre quella serie, intitolata Cimiteri di opinioni, rifiutando di ripetere se stesso in cambio di un faustiano successo mercantile. Nessuno avrebbe potuto chiedergli di diventare un serial artist, un venditore di souvenir.La sua bulimia enciclopedica, il suo imprevedibile lasciar tracce illeggibili, le sue azioni e allusioni, non lo avrebbero mai reso collocabile se non in quel territorio mobile e incerto chiamato post-modern. Imporgli uno stile sarebbe stato come chiedere a un nomade di fare il pendolare.

“Qui incrocio il filo dell’energia e quello del non pensare. – scrive Lyotard – G.B. accoglie ciò che avviene, l’aneddoto, il non esposto. Lascia che risuoni nei suoi sotto-suoli e nei suoi cieli, che desti gli echi nelle gallerie ignorate e gli arcipelaghi di nuvole, che ispiri piccoli aliti, che ravvivi affetti.” Il flusso del pensiero, gli alfabeti, la macchina autodistruttrice del capitale, gli alberi, le scatole domestiche, l’incontro tra Cappuccetto Rosso e Marcel Duchamp, le parole piccole come formiche, l’antropologia, l’anatomia, la politica, il sesso, la filosofia, l’ironia, le pistole, convivono senza gerarchie in un eccesso di segni e direzioni. “Il mio genere è lo spreco, e lo spreco è tutta la mia vita”, dichiara. Non vi è un centro nel suo lavoro, tutto è esploso, lo spazio è quello del sogno dove qualsiasi cosa può contemporaneamente accadere. Colonie silenziose di batteri si sparpagliano e prendono possesso del campo bianco della tela. Un suo quadro è la sintesi di un film muto, un percorso che richiede un tempo lungo, una necessità di assimilazione.

Nel 1985 pubblicò Why Duchamp, un libro monologo, registrato da Henry Martin, che indica come utilizzare vita e arte di Marcel Duchamp: quell’amico fraterno, quasi parente, che Baruchello frequentò per anni e che le moltitudini considerano “ l’autorizzatore”, colui che ti autorizza a fare ciò che vuoi a patto che ti piaccia, perché “art is what you call”.

Come Jean Toche e Jon Hendricks scrivevano a Nixon, lui scrisse lettere al Pentagono durante la guerra del Vietnam. Proponeva oggetti inutili, pacifisti, antistress per i soldati. Alle sue proposte il Pentagono rispose: no grazie.

La verifica incerta (1964) è un film underground, antesignano del blob, fatto con la pratica del détournement, realizzato con Alberto Griffi utilizzando gli scarti di pellicola di film hollywoodiani destinati al macero. Al rimontaggio delle sequenze si alternano frammenti di un video girato da Duchamp nella casa di Baruchello.

Alla fine degli anni Sessanta, l’ansia di sperimentare l’arte a ogni livello della vita conduce l’artista a creare una finta società, la Finanziaria Artiflex, che si propone di mimare i modi dell’industria. Con sportelli aperti nelle gallerie e spedizione di pacchi contenenti fiammiferi avvolti in pensieri di Mao o scatole di tonno bucate, si innesca anzitempo un’analisi ironica e fallimentare del sistema mercantile dell’arte.

Qual è il valore d’uso e di scambio del prodotto agricolo rispetto a quello artistico? Si chiese in seguito Baruchello quando decise di dedicarsi al progetto Agricola Cornelia (1973-1981) creando una vera e assurda Società per Azioni. Erano gli anni del terrorismo, bisognava andarsene dalla città. “Nessuno è innocente di niente nel momento in cui si comincia a sparare per le strade. Dunque questo andare in campagna è stato un fatto personale”, ha detto. Al km 6,5 di Via Santa Cornelia, ai confini di Roma, attorno a un terreno di sua proprietà, Baruchello comincia a occupare, coltivandoli, otto ettari di terra allora destinati alla speculazione edilizia. Con il tempo convince i proprietari a venderglieli. L’operazione, durata anni, è stata una sorta di happening artistico-politico destinato a incidere concretamente sul territorio. “II giardino – racconta Baruchello nell’intervista a Hans Ulrich Obrist in catalogo (Electa) – era un campo qualsiasi che all’inizio avevo coltivato con colture diverse (…) ho seminato delle erbe, le ho trattate in un certo modo , le ho fatte irrigare. Ho piantato degli alberi, dei cespugli, con l’idea che questa superficie fosse la superficie del cervello. Invece del discorso alchemico, volevo immaginare che la propria mente è un luogo che non ha altro soffitto che il cielo e le nuvole”. L’universalità del lavoro di Baruchello e la complessità intellettuale e materiale del suo fare, rendono l’intera sua vita un fantastico, consapevole, irripetibile happening.

Gianfranco Baruchello, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, sino al 4 marzo 2012.

Catalogo a cura di Achille Bonito Oliva e Carla Subrizi, Electa, pp. 480, € 55.

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Una Risposta a Gianfranco Baruchello: Art is what you call

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