Una comunità di comunità

Paolo Cacciari

Alla grande tematica dei beni comuni ci si può avvicinare da tanti e diversi punti di vista: fenomenologico e scientifico, attraverso l’ecologia; utilitaristico, attraverso l’economia; funzionale e finalistico, attraverso la sociologia e la filosofia; ideologico, attraversando tutti gli «ismi» di tutti i tempi. Oggi, grazie al lavoro di due giuristi che hanno lavorato con Stefano Rodotà nella commissione incaricata dall’ultimo governo Prodi di modificare la parte del codice civile relativa alla proprietà pubblica, Alberto Lucarelli (professore di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e alla Sorbonne a Parigi) e Ugo Mattei (professore di Diritto civile all’Università di Torino e alla University of California), possiamo dire che il concetto di beni comuni ha acquisto anche un fondamentale spessore giuridico. Una leva importantissima nelle mani di quanti – movimenti, forze politiche e sindacali, amministratori pubblici – si stanno battendo contro il saccheggio delle risorse naturali, la depredazione dei servizi di pubblica utilità, la privatizzazione dei beni pubblici e devono ora – soprattutto dopo lo stupefacente risultato dei referendum sull’acqua e sull’energia pulita del giugno dello scorso anno – passare a una fase propositiva, di concreta e praticabile proposta politica. Siamo nel pieno tentativo di tracciare una nuova teoria giuridica (che non trova ancora spazio nel nostro ordinamento) relativa ai beni comuni per accompagnare un «passaggio d’epoca» (per dirla con Rodotà) di «portata rivoluzionaria» (per dirla con Mattei).

La casa editrice Dissensi ha raccolto in un volume cinque saggi e svariati articoli di Lucarelli corredati da una vasta documentazione (tra cui le prime delibere del Comune di Napoli sulla ripubblicizzazione dei servizi acquedottistici e sulla democrazia partecipativa). Mattei invece ha pubblicato un agile, mozzafiato excursus lungo l’evoluzione storica della nozione dei commons. La sensazione è che finalmente si sia aperta una breccia nel muro della dottrina accademica che fa da baluardo al potere incontrastato degli interessi economici dominanti. Esattamente come avvenne in altri campi, ad esempio, quando un gruppo di fisici contestarono il nucleare. O come quando gli psichiatri misero in dubbio il paradigma della segregazione. O da quando alcuni economisti eretici hanno cominciato a smascherare il mito truffaldino della crescita economica infinita. Un corto circuito liberatore che si compie quando i saperi esperti, specialistici si contaminano con le ragioni dei saperi esperienziali, diffusi, «popolari».

Gli stessi percorsi di vita dei due amici autori (entrambi attivi nei movimenti per l’acqua: uno, Lucarelli, anche assessore ai beni comuni e alla partecipazione nella sua città, Napoli, l’altro, Mattei, instancabile animatore di comitati e movimenti di base) ci ricordano che le innovazioni teoriche prendono sempre forma nel corpo dei processi sociali. Senza mai allontanarsi troppo dallo specifico disciplinare, rimanendo sul filo del diritto (naturale e sociale, pubblico e comunitario), Lucarelli e Mattei decostruiscono e sradicano nientemeno che il concetto e l’istituto della proprietà (tanto privata, quanto statale) quando essa si riferisce ad alcune categorie con funzioni particolari, ma comunissime, di beni e servizi. Quelle «fisiologicamente non orientate al mercato» che la relazione finale della Commissione Rodotà ha catalogato in tre grandi aree: i «beni comuni», appunto (tra gli altri: i fiumi, le sorgenti, i laghi e le acque in generale, l’aria, i parchi e le riserve ambientali, le foreste, i lidi e le coste, la fauna selvatica e la flora tutelata, i beni culturali e archeologici), i «beni sovrani» (cioè quei beni strumentali all’erogazione di «servizi pubblici essenziali» di interesse economico generale, così come riconosciti anche alla Carta dei diritti fondamentali della Comunità europea) e i «beni sociali» (tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, all’istruzione, le reti locali di servizio pubblico).

Fermandoci ai beni comuni. Essi sono per Lucarelli «beni che, al di là della proprietà, dell’appartenenza, che è tendenzialmente dello stato, o comunque delle istituzioni pubbliche, assolvono, per vocazione naturale ed economica, all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione pubblica, ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti». Con stringente e convincente semplicità, Lucarelli dimostra l’incompatibilità non solo della proprietà privata ma anche di qualsiasi tipo di gestione business oriented messa in atto dagli enti pubblici, attraverso le infinite variabili societarie commerciali, di beni e servizi indispensabili all’effettivo soddisfacimento di diritti fondamentali delle persone e delle comunità, della sopravvivenza e della dignità degli individui e della coesione sociale. Il risultato è stato la mancata attuazione dei principi e lo stravolgimento pratico di svariati articoli della Costituzione italiana. Si tratta quindi di invertire il processo involutivo che ha portato nel corso dei secoli all’evaporazione dell’idea delle res communes omnium (e dell’esistenza stessa di res extra commercium) e alla cessione della sovranità politica a favore dei soggetti privati che agiscono nell’economia di mercato.

Mattei in particolare ripercorre l’evoluzione del diritto dal modello proprietario individualistico romano a oggi passando per il sistema sociale «pluralistico e a potere diffuso» del Medioevo, alla «complessità olistica del comune» proposto dai dei beni comuni. Un percorso, quindi, che recupera l’idea di pubblico in una dimensione non statalista. Si tratta di «studiare ed elaborare strutture di governo partecipato e autenticamente democratico» (Mattei), un ordinamento in cui «la titolarità dei beni comuni vada ricondotta in capo alla collettività e la cui disciplina dovrebbe fondarsi su principi fondamentali che rimandano sostanzialmente all’idea di una loro indisponibilità di fondo, proprio in quanto costituenti il bagaglio fondamentale e inamovibile per il soddisfacimento dei bisogni primari di qualsiasi persona» (Lucarelli).

Le riflessioni dei due autori vanno oltre le stesse conclusioni della Commissione Rodotà. Lucarelli – in questo totalmente immerso nella nuova funzione di assessore alla partecipazione in una megalopoli come Napoli – pensa che si debba «partire dall’individuazione di una cornice di principi e della natura del diritto, piuttosto che partire dall’individuazione del bene – processo tra l’altro estremamente complesso – per identificare il bene comune». In totale sintonia con Mattei: il quale ricorda come i beni comuni mal si prestino a una tassonomia, quasi si trattasse di una nuova categoria merceologica, mentre essi vengono determinati da un processo di riconoscimento e rivendicazione sociale. «Un bene comune […] non può concepirsi come un mero oggetto […] Non può essere colto con la logica meccanicistica e riduzionistica tipica dell’Illuminismo, che separa nettamente il soggetto dall’oggetto. In una parola non può essere ricondotto all’idea moderna di merce […]. Noi non “abbiamo” un bene comune, ma in un certo senso “siamo” (partecipi del) bene comune». Un processo «dal sotto in su», esplicitamente conflittuale, che abbisogna di una soggettività a partire da quella «Rete dei comuni per i beni comuni» che gli autori, assieme al sindaco di Napoli De Magistris e a molti amministratori locali, stanno tentando di mettere in piedi guardando all’Europa, a una possibile Carta europea dei beni comuni.

La dimensione politica dei commons è inscritta nella loro stessa natura. Tipo di bene e forma di gestione formano un tutt’uno inseparabile. La titolarità collettiva, universalistica («il soggetto titolare del diritto di fruire dei beni comuni è l’umanità nel suo senso intero, concepita come un insieme di individui uguali», Lucarelli) e sociale ha bisogno di una declinazione politica, di una «soggettivazione», di «regole certe» e di una «responsabilità delle istituzioni pubbliche», ma, attenzione, «non in quanto proprietari del bene, ma in quanto tutori degli interessi generali e dei valori etico-sociali, riconducibili alla protezione del bene stesso e quindi in quanto soggetti responsabili verso le generazioni future» (Lucarelli). Non quindi in quanto proprietari, domini, sovrani.

Al fondo vi è un’idea di autodeterminazione e di autogoverno dei cittadini, portatori di interessi diffusi, ma non localistici né corporativi (homo civicus in contrapposizione a homo oeconomicus) che secondo gli autori si potrebbe coniugare con un government democratico. Mattei giunge a prefigurare, attraverso la narrativa dei beni comuni, «un’alternativa politica e culturale che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale». Per Lucarelli si tratta di superare non solo la «tensione dicotomica Stato/società; beni pubblici/beni privati; servizi pubblici/concorrenza; interessi pubblici/interessi privati», ma anche e contestualmente, quella separazione che si è venuta determinando tra «democrazia della rappresentanza e democrazia della partecipazione». Gli autori immaginano un «diritto pubblico partecipato», una «democrazia di prossimità» (Lucarelli) ovvero «una comunità di comunità ecologiche, legate fra loro da una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e relazioni diffusi, secondo modelli di reciproca complessità» (Mattei).

Una considerazione per chiudere e rilanciare. Le nuove elaborazioni in punta di diritto sui beni comuni ci ricollegano alle rivoluzioni culturali in corso in America latina: in particolare alle nuove costituzioni dell’Ecuador di Rafael Correa e della Bolivia di Evo Morales. Il quale in un discorso alle Nazioni Unite in occasione del Mother Earth Day ha affermato: «Se il XX secolo è stato l’era dei diritti umani, il XXI dovrebbe essere il secolo dedicato alla natura e a tutti gli esseri viventi […]. So che questo compito non sarà facile. Molte persone, specie gli avvocati, affermano che solo noi esseri umani abbiamo diritti». Ecco, ci sono cose come la rilevanza morale dei beni comuni, l’incommensurabilità dei beni naturali e culturali con i parametri dell’economia, l’intangibilità di Pacha Mama e la dignità di ogni essere vivente, che molti – e non solo avvocati – «stentano a capire».  I beni comuni sono davvero un nuovo paradigma giuridico e filosofico, economico e sociale, scientifico e politico, che ci permette di ricomporre una visione d’insieme del carattere intrinsecamente unitario dell’essere umano e delle relazioni esistenti tra gli individui e il vivente tutto.

I LIBRI
Alberto Lucarelli
Beni Comuni. Dalla teoria all’azione politica (con contributi di Luigi De Magistris e Alex Zanotelli)
Dissensi (2011), pp. 415
€ 18

Ugo Mattei
Beni comuni. Un manifesto
Laterza (2011), pp. 115
€ 12

IO SIAMO/santachiara

Fabiana Bellio

«Scusateci, abbiamo provveduto all’oscuramento del sito internet a causa di un attacco hacker», questo è ciò che potete leggere se provate ad accedere al sito internet di Palazzo Riso. Un attacco hacker, forse, c’è stato veramente da parte dei cittadini per il Museo Riso, gruppo nato a seguito dell’inattesa chiusura del museo. «Non ci sono soldi», qualcuno dice; protagonista e artefice dei fatti rimane, ancora una volta, la politica. Spazzolata via ogni certezza, ogni progetto che nel corso degli anni cominciava a farsi più maturo, prendiamo atto di una vicenda che vede ferita – e purtroppo non è la prima volta – la cultura, al sud.

Spiace, perché ha colpito Palermo e la Sicilia intera quando nessuno avrebbe potuto aspettarselo, dopo un’asta di beneficenza molto proficua che ha avuto luogo all’indomani dell’epifania e il cui ricavato è stato devoluto interamente al «Santa Chiara» – Centro Salesiano di riferimento delle problematiche del quartiere dell’Albergheria – e alla «Casa di Tutte le Genti» – Casa Famiglia e Associazione O.n.l.u.s. – centro di accoglienza per i bambini immigrati.

Eravamo rimasti fermi lì, alla mostra «IO SIAMO/santachiara», in cui Riso insieme al Centro salesiano respiravano insieme una Palermo diversa, nuova, attraverso l’arte, la cultura, l’integrazione e la valorizzazione di un territorio fertile che, a un certo punto, si fa sterile. Incapace alla vita, all’amore per gli altri, per i suoi abitanti e per i suoi ospiti, all’amore per il proprio territorio e le proprie radici. Tutto questo solo perché qualcuno, che peraltro non ha ancora chiarito bene i motivi di un simile gesto, così ha scelto.

Un incontro tra arte contemporanea e vita, quella di tutti i giorni, quella del Centro Salesiano Santa Chiara di Palermo, oggi punto di riferimento della regione Sicilia per i servizi di accoglienza agli immigrati e, negli anni del dopoguerra, fucina per la formazione degli artigiani. Nasce da questo passo a due il progetto «falegnameria», al suo primo evento con una mostra intitolata «IO SIAMO/santachiara», ideata e realizzata da Palazzo Riso con il contributo di CLAC (Centro Laboratorio Arti Contemporanee) e, naturalmente, di Don Giovanni D’Andrea, presidente del Centro Santa Chiara. Obiettivo è indurre il popolo dell’arte, e non solo, alla riflessione sull’integrazione sociale, economica e culturale degli stranieri che costituiscono circa il 6,5 per cento della popolazione in Italia. Sembrerebbe, a prima vista, una percentuale bassa, pare inoltre che il nostro paese, insieme alla Spagna, abbia il numero minore di immigrati in Europa. Ma forse il punto, la cosa davvero importante – alla quale guarda con particolare attenzione la mostra – non è «numerizzare» gli stranieri quanto, invece, ripensare a come sono stati accolti in questi anni e capire in che modo possiamo essere pronti ad accoglierne altri.

IO SIAMO/santachiara nasce, peraltro, alla fine di un anno in cui i riflettori, anche a causa degli spiacevoli eventi che si sono verificati negli ultimi mesi del 2011, sono stati puntati sugli immigrati. Così, a Palermo, è stato chiesto a sette artisti (/barbaragurrieri/group, Fare Ala, Luca Lo Coco, Nostra Signora, Linda Randazzo, Stefania Romano e Ugo in the Kitchen) di relazionarsi – l’io e il noi, qui quindi si identificano – con la realtà multietnica ospitata da Don Giovanni dando vita, ognuno con le proprie specificità di linguaggio, a dei lavori site specific, concepiti per la Falegnameria. Operare all’interno di una simile realtà, esterna al mondo dell’arte, è una sfida importante che permette di capire le dinamiche non soltanto di un luogo ma anche di avvicinarsi a quelle del nostro presente. In quest’ottica ha agito Fare Ala, gruppo transnazionale attivo tra Palermo, Murcia e Siviglia, ritrovatosi di fronte a una parete bianca, quella della facciata dell’oratorio del Centro; qui gli artisti hanno sperimentato le regole di un’opera aperta, nutrita e cresciuta per mezzo della relazione con gli ospiti della comunità e con lo spazio urbano che la circonda: un disegno, un grande murales che ci fa fermare, per un attimo, a pensare a una classe sociale, a una nazione, a un periodo storico, a una concezione politica, forse, anche, filosofica; un albero genealogico capovolto che, ampiamente e in maniera capillare, racconta la vita di un immigrato di seconda generazione, intrecciata a quelle dei luoghi dove i suoi avi hanno lavorato, dove si sono innamorati, dove a volte hanno agito guidati dall’odio.

Presso la falegnameria si lavora tutto l’anno, ai giovani della comunità vengono offerte lezioni gratuite di sostegno e recupero scolastico, momenti di ricreazione attraverso giochi, corsi di danza, cucina e musica. Quello che conta qui è l’atmosfera dell’incontro e l’attività di gruppo, dalla quale Ugo in the kitchen e Nostra Signora hanno attinto linfa per la loro creatività: hanno evocato il valore del vivere per mezzo dell’arte, lavorando rispettivamente insieme alla sartoria del centro salesiano e ai laboratori di disegno per bambini. Condividere il Santa Chiara per un breve periodo vuol dire, quindi, non solo costruire qualcosa con e per chi lo abita, ma anche e soprattutto imparare a conoscere e ascoltare chi ti sta accanto: dal racconto di tre storie di integrazione è nato il ritratto di Linda Randazzo: l’artista ha intervistato Don Giovanni, Mohamed e Elhadj, raccolto le loro testimonianze e affiancato a questi brevi testi tre oli che restituiscono il profilo di uomini diversi all’interno della stessa collettività.

Il frutto di queste esperienze, maturate nel nucleo di uno dei quartieri palermitani considerati a rischio, Albergheria, si chiama IO SIAMO/ Stantachiara, non una semplice mostra d’arte contemporanea, bensì un laboratorio umano, nato a poche settimane dalla celebrazione della giornata dei migranti, per far riaffiorare alla memoria di quanti l’avessero dimenticato la precedente dichiarazione di Lampedusa come porto «non sicuro», la necessità di rendere migliore l’accesso all’assistenza sanitaria e le condizioni di vita di tanti uomini impiegati come lavoratori stagionali nel Sud Italia, l’importanza, infine, di dare a coloro che vivono in Italia da anni, i figli di immigrati che sono nati nel nostro paese, che stanno studiando e crescendo qui, il diritto di essere dei cittadini. Per noi è un dovere, per loro dire «l’Italia sono anch’io» è un diritto.

LA MOSTRA
IO SIAMO/santachiara
La Falegnameria c/o Centro Salesiano Santa Chiara, piazza Santa Chiara 11, Palermo
a cura di Giusi Diana; ideazione del progetto: Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia in collaborazione con CLAC -Centro Laboratorio Arti Contemporanee
artisti partecipanti: /barbaragurrieri/group, Fare Ala, Luca Lo Coco, Nostra Signora, Linda Randazzo, Stefania Romano e Ugo in the Kitchen
18 dicembre 2011 – 19 febbraio 2012

Candide, un viaggiatore infelice

Marco Stacca

Quattro continenti, venti paesi e decine di città, tra le quali Lisbona, Parigi, Cadice, Buenos Aires, Montevideo e Venezia: sono queste le tappe delle peregrinazioni di Candide in sole due ore di musica e poco più. La fatica di Leonard Bernstein, ispirata all’omonimo Candide ou l’optimisme di Voltaire (classe 1759), è operetta solo sulla carta. Nella realtà la ragione prima della sua originalità risiede nella omogenea fusione di più generi musicali: dall’opera (fin dall’ouverture si strizza l’occhio a Rossini e più avanti a Donizetti) all’operetta, dal numero di varietà e di avanspettacolo, fino al song da musical; generi intrecciati con tale sapienza nei 27 numeri musicali da apparire tutti perfettamente riconoscibili. Ben 30 sono invece i personaggi in locandina, cantano tutti, ma nessuno parla o recita, lo fa per tutti una voce recitante che alla narrazione degli eventi aggiunge pungenti tirate polemiche contro i poteri forti e gli autoritarismi. Infondo è questa l’essenza vera di Candide, per Bernstein come per Voltaire: l’ironia grottesca come strumento per combattere lo strapotere politico, economico e sociale in ogni sua forma, e le analogie fra il potere politico senza freni della Francia di Voltaire e quello dell’America di Bernstein, di cinquanta anni fa (come quella odierna) sono davvero impressionanti. Candide si riscopre quindi lavoro estremamente attuale in cui, in un contesto grottescamente disseminato di morte e distruzione, tutti i personaggi inseguono, invano, il migliore dei mondi possibili. Un’opera-viaggio (ma sarebbe meglio dire un ‘moto perpetuo’) dove i personaggi inseguono un’ oasi di felicità, che per capovolgimento diventa un inno al pessimismo, o meglio, una negazione continua dei falsi ottimismi.

Delle innumerevoli versioni, il Teatro dell’Opera sceglie l’ultima, Candide con i testi aggiunti da Stephen Sondheim, John LaTouche, Dorothy Parker, Lillian Hellman e dallo stesso Bernstein; unico neo, ancora una volta, la traduzione italiana che qualcosa sottrae a quella fluida continuità che lega la parola recitata a quella cantata. In lingua originale, rimangono invece (e meno male, il pericolo di italianizzare pure quelli era dietro l’angolo!) i testi dei songs.

L’allestimento, quello sì, è tutto italiano e proviene dal San Carlo di Napoli, dove l’opera è andata in scena nella stagione 2007. Lorenzo Mariani (regia) e Nicola Rubertelli (scene), ambientano le peregrinazioni del protagonista in uno studio televisivo. Solo qui, in un ambiente dominato dalla finzione, può trovare un senso quel frenetico errare del protagonista, e così come i programmi visibili sui nostri teleschermi annullano delle distanze spaziali, anche le avventure di Candide, seppure spazialmente distanti, si ritrovano credibilmente compresse in un palcoscenico. Coadiuvato dai variopinti costumi di Giusi Giustino, Mariani, una volta affidata la parte ‘recitante’ ad un redivivo Voltaire (interpretato da una manierosa Adriana Asti), esalta la frizzante e pungente comicità del testo, piegandola al linguaggio del varietà televisivo, con il ricorso, tutt’altro che sporadico, a spumeggianti balletti (coreografie di Sean Curran). Un universo senza ombra di dubbio ben architettato a cui però manca quella disarmante melanconia che avvolge alcune pagine del canto del protagonista.

Melanconia e ironica leggerezza sono invece le cifre stilistiche della direzione Wayne Marshall, di ritorno all’Opera dopo il trionfale concerto della scorsa stagione. Marshall si riconferma esperto conoscitore di questo repertorio ed esegue la partitura senza tagli, accentuando da un lato la vorticosa e trascinante componete ritmica (fin dalla spumeggiante ouverture), dall’altro le estatiche oasi liriche e contemplative, che Bernstein intaglia con preziose torniture orchestrali nei punti culminanti dell’opera. Memorabile la resa di alcuni preziosi dettagli, come il pianissimo dei violini che accompagna la frase di Candide «Counegonde, is it true?» e la musicalità con cui asseconda il vocalizzo del duetto del breve idillio parigino fra il protagonista e Cunegonde. L’orchestra del Teatro dell’Opera, come già dimostrato in altre occasioni, è in queste pagine straordinariamente a proprio agio.

Michael Spyres canta Candide con voce elegante e musicale di tenore lirico; dopo un inizio sottotono ha modo di distinguersi in diversi passi, con esiti ragguardevoli in «My word is dust now» e in «Is it this the meaning of my life», dove la suggestione esercitata dal timbro si sposa con un fraseggio sensibile. Jessica Pratt, nota al pubblico italiano per la superlativa prestazione veneziana nell’ultimo Concerto di Capodanno, è stata una Cunegonde superlativa. Seppure vocalmente in una forma meno accattivante del solito, attraversa le terribili insidie dell’aria «Glitter and be gay» con sbalorditiva semplicità. Si conferma ancora una volta belcantista di razza e si scopre interprete divertente e divertita. La Old Lady di Jane Henschel convince molto dal punto vista scenico (specie per via di una fisicità opposta alla Pratt), meno da quello vocale; ad ogni buon modo il suo ingresso a tempo di tango è esilarante, al pari del duetto con Cunegonde nel II atto, che spicca anche per gli esiti musicali.

Derek Welton come Pangloss ha valido modo di distinguersi sia in «Der Boy» che in «O my Darling Paquette», Bruno Taddia disegna, a dispetto della giovane età, un Maximilian dalla vocalità stanca e incline alle nasalità. Al pari di quella del folto comprimariato, la sua prestazione non è all’altezza di quella offerta dai protagonisti. Una menzione speciale merita il coro che sotto la guida di Roberto Gabbiani va raggiungendo ottimi risultati, e in Candide arrivano con «What day, What a day», «Oh happened to pass» e nel vibrante finale. Al termine, successo incondizionato con un appunto per i tecnici del Teatro: amplificare i cantanti (stratagemma di cui, ahinoi, all’Opera di Roma si abusa) e amplificarli male, oltre a squilibrare il rapporto fra voci e sonorità dell’orchestra, disturba in più punti l’ascolto.

LO SPETTACOLO
Leonard Bernstein
Candide
Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra, coro e corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento del Teatro di San Carlo di Napoli
dal 18 Gennaio al 24 Gennaio