4796747580_abbc3cf622_m

Mirko Alagna, Andrea Erizi

L’idea attorno a cui gravita il ragionamento proposto in questo contributo è che l’affanno scontato dalla politica, e più duramente da una politica di sinistra, sia la manifestazione più drammatica ed eclatante di un fenomeno che affonda altrove le sue radici più profonde: non nelle geometrie della politica, ma nella fisionomia della soggettività oggi disponibile o egemone. La causa prima delle difficoltà in cui sembra spiaggiata la critica e la trasformazione del reale, storicamente appaltata ai partiti di sinistra, è la metamorfosi subita dalla soggettività occidentale a ridosso dei cambiamenti che hanno investito gli ultimi decenni tanto su un piano materiale, quanto culturale – di immagine del mondo: da un lato, lo straordinario incremento della capacità di consumo, che carica di sacrifici e rinunce qualunque scelta alternativa all’inserimento individuale nell’esistente, dall’altro l’inabissarsi di ogni prospettiva di mutamento radicale delle forme di organizzazione della vita sociale come prodotto di tendenze storiche oggettive.

Mentre il primo fenomeno innalza i costi della critica, il secondo minaccia la percezione della sua sensatezza: una pratica individuale e politica non conciliata appare un’opzione non solo dai costi materiali insopportabili, ma priva di senso, perché destinata all’isolamento e dunque votata alla sconfitta. L’effetto convergente è allora una profonda mutazione della fisionomia dei soggetti in direzione di una crescente difficoltà ad opporre una resistenza etica alla forza delle cose, e di conseguenza a farsi interpreti di una politica diversa da un’amministrazione dell’esistente prostrata ai feticci impolitici della sicurezza e del benessere.

Difendere un programma di ricerca che va a rintracciare nel tipo di soggettività l’eziologia del male di cui la politica è sintomo visibile significa, peraltro, escludere due ipotesi di lettura alternative spesso avanzate per dare conto dei medesimi fenomeni. La prima è quella che identifica l’agente patogeno nella qualità inadeguata della classe politica. È la tesi del tradimento delle élite, da ultimo rilanciata dal fortunato libro di Franco Cassano su L’umiltà del male: l’idea che quanto di buono di fatto promana dal sociale sia rimasto inespresso e non tradotto sul piano politico a causa dell’atavica mancanza di ricettività, auto-referenzialità o narcisismo etico dei ceti dirigenti. Rispetto a questo impianto diagnostico, la nostra prospettiva impone invece di interpretare la scarsa credibilità delle leadership della sinistra non tanto come causa, quanto essenzialmente come esito e riflesso di una trasformazione che chiama in causa il tipo di uomini e di donne che siamo, noi tutti, diventati. La seconda chiave di lettura che rifiutiamo è quella che tematizza il caso italiano come un unicum, un’eccentricità con caratteri suoi propri. La presunta anomalia Italia viene quindi perlopiù ricondotta a tendenze sulla longue durée, dalla mancata Riforma protestante alle vicende della formazione dello Stato unitario. Un tale sguardo si dimostra tuttavia, a nostro parere, per un verso miope – nel senso che focalizzandosi sul presente trascura la circostanza contrastante che fino a non molti decenni fa l’Italia ha conosciuto tassi di partecipazione e di conflittualità sociale altrove sconosciuti –, per l’altro strabico nella sua incapacità, concentrandosi sul nostro paese, di mettere a fuoco quella mutazione antropologica che può considerarsi, nei suoi tratti salienti, estesa all’intero Occidente.

Il problema cruciale della nostra diagnosi pare piuttosto essere il rischio che essa corre di limitarsi ad organizzare il pessimismo, irretendo la progettualità nel tessuto di un presente che non sembra presentare smagliature, anelli deboli su cui possa insinuarsi e far leva la critica e il pensiero di un’alternativa. Eppure, proprio questa è la scommessa del nostro ragionamento: che si possa scompaginare la polarizzazione del dibattito filosofico-politico contemporaneo fra un normativismo senza coscienza, votato alla fondazione razionale di istituzioni che poco hanno a che fare con lo spettacolo scoraggiante che quelle stesse istituzioni mandano quotidianamente in onda, e una diagnostica senza speranza, che dalla spietata disamina dei processi realmente in atto deduce il naufragio di ogni chance di cambiamento.

Anche qui, è possibile indicare un contro-modello rispetto al quale stagliare la nostra proposta: una modalità di concepire la resistenza con grande presa sull’audience, ma con scarsissima presa sulla realtà. Il personaggio di Roberto Saviano, icona eletta a quintessenza della critica, esemplifica questa attesa fideistica del redentore in grado, per la sua sola presenza, di riscattare dalla mediocrità del quotidiano. L’idea, seducente ma a nostro avviso del tutto implausibile, è che la mera testimonianza del bene, cristallizzata in una condotta di vita esemplare, dovrebbe innescare una sorta di contagio, sollevando lo sguardo anche del più incallito dei peccatori. In realtà, se proprio vogliamo identificare una figura esemplare, nella nostra prospettiva è al modello di don Luigi Ciotti che dovremmo guardare. Anch’egli una figura esemplare, ma che invece di limitarsi alla predica, cerca di ricucire la distanza che separa il pastore dalla maggioranza del gregge, andando ad intervenire sulle condizioni oggettive che rendono la critica un’esperienza per pochi, confinata al numero per definizione ristretto dei santi e degli eroi. Non si tratta di interrompere la quotidianità grazie all’epifania del santo, ma di provare a cambiarla, spezzando la sua sinonimia con rassegnazione e adattamento. La nostra idea è che si possa agire sulla costellazione materiale e ideale che definisce l’ossatura del tipo di individui oggi egemone, ritagliando così lo spazio di possibilità per una soggettività che, senza pretendere di essere eroica, possa fare leva e affidamento su istituzioni in grado di renderla meno debole, meno sola, meno esposta alla contingenza.

Insomma, per dirlo con uno slogan, l’esigenza del giorno è quella di passare dalla predica alla pratica. Quello di cui abbiamo bisogno è la politica: di una prassi quotidiana e collettiva – antitetica all’eccezionalità e all’isolamento degli eroi – capace di incidere sulle condizioni materiali di esistenza degli individui. Bisogna insomma sporcarsi le mani, lasciando alle religioni la bellezza pura delle illuminazioni e delle conversioni: convincere gli altri non è più all’ordine del giorno. Non è più prioritario cercare di ampliare la base, ma piuttosto dare forza, progettualità e orgoglio alla base esistente, alla moltitudine di coloro che magari già sarebbero disposti, ma ancora non agiscono per debolezza, per isolamento, per sfiducia. Per fare questo è necessario svestire i panni un po’ tristi dell’eroismo per riscoprire l’allegria di una diversità praticata insieme qui e ora, che aspira ad essere forza e non immediatamente né necessariamente maggioranza. Da questo punto di vista, tre questioni emergono come irrinunciabili.

In primo luogo, è necessario che la sinistra torni a frequentare la semantica degli interessi – e segnatamente degli interessi materiali – cercando di riconnetterla con pratiche di ribellione. La sfida che la politica deve accettare è quella di abbattere i costi dell’etica e della critica riallacciando e ricostruendo un legame tra dovere e interesse e fra dovere e felicità. Ri-allacciare e ri-costruire: questa strategia infatti non rappresenta nulla di inedito; al contrario è stata per decenni la traduzione pratica della sinistra. La grande prestazione funzionale del marxismo è stata proprio quella di rendere allettante in termini di interesse personale e di aspirazione singolare alla felicità l’adempimento di un dovere etico e la fatica di un lavoro su sé stessi. Più ancora che dalla prospettiva di una rivoluzione futura, ciò è stato reso possibile dalla presenza capillare di istituzioni e organizzazioni del movimento operaio in grado di praticare l’aiuto reciproco e la solidarietà di classe, sperimentando già da subito uno scampolo di comunismo. In questo modo si è potuto invalidare la sinonimia tra interesse personale ed egoismo, e la rima fatale tra felicità e sazietà. La militanza era anche conveniente perché si esprimeva nel mutuo soccorso, ed era viva e allegra perché esercitata nella socialità delle sezioni e dei circoli.

In secondo luogo, bisogna tornare ad affermare la centralità/imprescindibilità del lavoro. Anni di riflessioni nella sinistra sull’importanza della liberazione dal lavoro ci hanno ampiamente vaccinato da tentazioni di derive eccessivamente “lavoriste”. Forse persino troppo. L’odio verso la produzione tout court ha scoperto il fianco alla retorica del consumo e oscurato la forza costituita dal lavoro come vettore di emancipazione dal bisogno. Inoltre, soprattutto la nostra generazione sperimenta crudamente un mutamento epocale: la nostra contemporaneità è infatti in primo luogo l’epoca della scarsità del lavoro, dominata da un meccanismo perverso che costringe aspiranti lavoratori ad accettare qualunque condizione pur di assaporare uno straccio di indipendenza economica. È tempo di recuperare il discorso del diritto al lavoro. Se è ormai anacronistico indicare nel lavoro in sé il luogo comune di umanità capace di essere magnete aggregante, è a ridosso del diritto al lavoro che è possibile trovare un terreno comune in grado di riunificare rivendicazioni differenti. L’unica alternativa è l’idiotismo del bene, la scelta singolare della propria personale battaglia, disperdendo il potenziale critico in un arcipelago di resistenze. Bisogna inoltre considerare che in assenza di garanzie nella dimensione che assorbe la maggior parte del nostro tempo, qualsiasi altra battaglia rischia di caricarsi di tratti volontaristici: qualcosa cui dedicarsi se e quando liberi da preoccupazioni più impellenti. La critica diverrebbe un esperienza “ad ore”, da concentrarsi distillata nei momenti liberi dal lavoro o dalla sua ricerca.

In terzo luogo, è necessario interrompere il processo di naturalizzazione del tutti contro tutti, scombussolando la geografia delle appartenenze e riattivando reti di relazioni e tessuti di solidarietà capaci di essere antidoto all’atmosfera di diffidenza e competizione in cui siamo calati. Per fare questo bisogna reagire all’attuale fenomeno di dispersione e divaricazione dei destini individuali, a causa del quale ciascuno di noi percepisce la propria condizione materiale come unica, sentendosi quindi solo, diverso dagli altri e concorrente con gli altri. Presupposto per ogni politica di sinistra è quello di concentrare i riflettori sui tratti che ci accomunano, dimostrando praticamente l’esistenza di un minimo comun denominatore, sia esso di luogo, di generazione, di classe. Sperimentare la condivisione di interessi legati al quartiere in cui viviamo o alla precarietà del nostro reddito consente di spezzare il circolo vizioso della solitudine e dell’impotenza: con la forza del numero, infatti, aumenta anche la produttività e l’efficacia della critica, la praticabilità di un diverso possibile qui e ora.

7 Risposte a Pratiche di ordinaria resistenza

  1. Lidia Beduschi scrive:

    Attenzione alla leggibilità! E che cosa vuol dire “ad ore”!!??

  2. Alagna-Erizi scrive:

    Ci scusiamo per l’oggettiva ‘legnosità’ della forma e la – forse – scarsa leggibilità. Purtroppo si tratta di un sunto estremo di un paper lungo più del doppio. Di sicuro nel lavoro di limatura e di taglio è andata persa parte della scorrevolezza e della comprensibilità immediata. In ogni caso, onestamente, ci pare di essere rimasti per lo meno comprensibili. Riguardo la formula “ad ore”: una critica che si disinteressa dell’ambito e del contesto lavorativo rischia, a nostro avviso, di condannarsi alla marginalità. Una marginalità intesa in senso molto materiale: il lavoro occupa infatti gran parte delle nostre giornate, e la ricerca di un lavoro è oggettivamente l’attività che più assorbe il tempo dei giovani – e meno giovani – precari o disoccupati. Concentrare la critica all’esterno di questo tempo (nel volontariato, nell’associazionismo, ma anche in campagne meritevolissime ma ‘estranee’ al lavoro – l’acqua, i beni comuni ecc.) significa necessariamente confinarla nelle ore ‘vuote’ della giornata, una volta finite le otto ore di lavoro o la questua di colloqui e di consegna dei curricola.

  3. Lidia Beduschi scrive:

    sono stata severa perché stimo moltissimo tutti coloro che scrivono qui, e pretendo moltissimo! Ho compreso il significato del testo, ovviamente, ma mi era tornato alla memoria quanto scriveva ad amici antropologi il professor Rudolf Schenda, a commento della sua lettura di un numero 0 di una nuova rivista: “Capisco ogni parola, ma mi sfugge il senso”. Qui è alla rovescia. Quanto “ad ore”, meglio scrivere “a ore” in quanto “ad” fa pensare ad una forma latina (ad personam) inesistente. Non vogliatemene! Vi saluto caramente
    L.B.

  4. […] Pratiche di ordinaria resistenza. Share this:TwitterFacebookLike this:LikeBe the first to like this post. Questo articolo è stato pubblicato in State of the State ed etichettato con Nuove soggettività, Resistenza. Includi tra i preferiti il permalink. […]

  5. zapper scrive:

    diritto al lavoro o diritto all’esistenza?
    il processo che nel postfordismo porta alla costante divergenza tra l’occupazione e il reddito è innegabile, crisi o non crisi, per questo penso occorra un cambio di paradigma: per non rischiare di pensare all’oggi con categorie ottocentesche che non sono più adatte a decifrare il presente.
    il punto non è liberarsi “dal” lavoro ma liberarsi “per” il lavoro, proprio per non sminuire una nobile attitudine umana a mera ricerca della sopravvivenza con tutto ciò che ne consegue in termini di miseria, ricatti e vessazioni.
    il futuro è sganciare il reddito dal’occupazione come base di una società che voglia dirsi perlomeno civile.
    vi invito a vedere questo docu-film svizzero sul basic income:
    http://grundeinkommen.tv/?p=263

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *