Leo Goretti

I “giovani” sono in stato di ribellione permanente, perché persistono le cause profonde di essa, senza che ne sia permessa l’analisi, la critica e il superamento (non concettuale e astratto, ma storico e reale); gli “anziani” dominano di fatto ma … non riescono a educare i giovani, a prepararli alla successione.

Era così che Antonio Gramsci discuteva la “quistione dei giovani” nei suoi Quaderni del carcere. Pur scaturendo dal contesto del primo dopoguerra, l’analisi di Gramsci offre degli spunti per descrivere la situazione politica contemporanea. La difficoltà, in un periodo di “crisi”, nel ricambio generazionale della classe dirigente è un elemento chiave per capire il prepotente ritorno dei giovani sulla scena pubblica europea, e perché questo protagonismo giovanile si è espresso prevalentemente in forme “oppositive”.

Utilizzando categorie gramsciane, cercherò di tracciare un profilo della “generazione della crisi” – quei nuclei di giovani che si sono venuti politicizzando dal 2008 in avanti; quindi analizzerò alcune delle ragioni per cui ritengo possibile una mobilitazione radicale dei giovani, e alcuni dei fattori che invece la ostacolano; infine, cercherò di delineare un programma d’azione per i giovani d’inizio ventunesimo secolo.

La “generazione della crisi”

Negli ultimi tre anni, il mondo occidentale è entrato in una fase di profonda crisi. Tutto è cominciato con la bolla finanziaria esplosa nel 2007-2008, cui è seguita una fase di recessione economica, a causa delle politiche di austerity adottate dai governi occidentali. La crisi ha messo a nudo l’indadeguatezza dello stato-nazione e della democrazia parlamentare, come prova l’insediamento di governi tecnocratici in Italia ed in Grecia. La crisi che i paesi occidentali stanno attraversando sembra essere una crisi di sistema – vale a dire, di quel connubio di capitalismo neoliberista e mediocrazia che ha segnato gli ultimi trent’anni.

La crisi ha colpito particolarmente i giovani. In Inghilterra, all’inizio di settembre 2011 , più di un quinto dei giovani tra 16 e 24 anni era disoccupato – il dato più alto di sempre. In Italia, la probabilità che un giovane non abbia un lavoro è tre volte quella di un adulto. Insomma, la crisi economica è anche un fenomeno di natura generazionale.

La crisi ha investito anche la politica, per lo meno nelle sue forme canoniche (la democrazia parlamentare). Il crescente disagio sociale, e l’incapacità delle classi dirigenti nel dare una risposta convincente, hanno gettato ulteriore discredito su sistemi politici già da tempo percepiti come distanti dalle vite dei cittadini. Il crescente astensionismo, e il successo di movimenti di protesta come quello di Beppe Grillo, confermano un’ostilità diffusa verso la politica tradizionale, specie tra i più giovani. Un’indagine condotta nel settembre 2011 ha rivelato che circa un terzo degli italiani (soprattutto i giovani tra i 18 e i 29 anni) guarda con scetticismo all’idea di democrazia. Mancanza di fiducia nelle istituzioni parlamentari e la percezione di non essere rappresentati sono molto diffuse tra i giovani europei.

Sarebbe errato, tuttavia, pensare che questa sfiducia porti necessariamente al distacco dalla politica, se per quest’ultima s’intende una presa di posizione rispetto alle strutture e alle pratiche della vita associata; al contrario, la mobilitazione giovanile ha assunto forme nuove, e tendenzialmente oppositive, fuori dai canali della politica istituzionale.

Negli ultimi anni, ad esempio, per ben due volte i giovani britannici si sono riappropriati dello spazio pubblico. Nell’autunno del 2010, il paese è stato scosso da una potente ondata di manifestazioni studentesche. A scatenare la rabbia giovanile è stata la decisione del governo di triplicare le tasse universitarie, da 3 a 9.000 sterline l’anno. Questa misura è stata presa da un governo il cui vice-premier, Nick Clegg, si era impegnato a rendere l’accesso all’università gratuito. La percezione di un abisso incolmabile tra giovani e politica istituzionale non poteva essere più marcata.

Pochi mesi dopo, nell’estate del 2011, alcuni dei quartieri popolari di Londra sono stati sconvolti da disordini e violenze. I media hanno motivato queste riots sulla base di una presunta gang culture diffusasi come un cancro morale tra i giovani inglesi. In realtà, appena il 13% dei processati per crimini legati alle riots è stato riconosciuto come membro di una gang; il 46% è di colore, più della metà ha meno di 20 anni, e ben il 42% sono studenti cui è stato riconosciuto il diritto a buoni mensa gratuiti. Questi dati vanno letti tenendo presente la natura classista della politica britannica: su 29 membri del governo, 23 sono miliardari. Un senso di rabbia verso una società governata da persone radicalmente altre ha sotteso (in maniera più o meno consapevole) alla scelta di partecipare alla violenza urbana.

In Italia, un nuovo ciclo di lotte studentesche è iniziato nell’autunno del 2008. Nel 2010, il movimento ha raggiunto un primo picco di mobilitazione, con gli scontri di Via del Corso. Dopo alcuni mesi di riflusso, sulla scia delle proteste di Occupy, il malcontento giovanile è tornato alla ribalta, con i fatti di Piazza san Giovanni. A novembre, pochi giorni dopo l’insediamento di Monti, sono stati ancora una volta i giovani a guidare la protesta di piazza.

Crisi economica e mancanza di rappresentanza creano una miscela esplosiva, che fa dei giovani di inizio ventunesimo secolo un soggetto marginale, e potenzialmente ribelle. Allo stesso tempo, una serie di fattori di carattere sia strutturale che sovrastrutturale spinge i giovani a rientrare nei ranghi.

Su un piano strutturale, vanno considerati i legami familiari come alternativa (forzata) al welfare state. In Italia, i livelli di indebitamento privato delle famiglie sono bassi (il 77% del reddito disponibile, a fronte del 93% della Germania). C’è quindi una “riserva nascosta”, che può essere impiegata per sostenere i più giovani. Il carattere welfaristico dei legami intergenerazionali spiega certi comportamenti di matrice “familistica” diffusi in Italia. A fronte di una profonda sfiducia nelle istituzioni, è la famiglia a fornire gli ammortizzatori sociali di base ai giovani. Questo sistema accentua le differenze di classe, e costringe i giovani a una costante dipendenza (economica e morale) dagli adulti.

Su un piano sovrastrutturale, pesa la mancanza di un’alternativa allo “stato di cose presente”. Tornando a Gramsci, si può dire che stiamo attraversando una fase di “crisi di egemonia”: il rapporto tra istituzioni pubbliche e società civile è in crisi, il potere esercitato dalle classi dirigenti sul resto della società è fondato sempre meno su un consenso di natura egemonica, e sempre più su un dominio coercitivo. Eppure, la mancanza di una proposta contro-egemonica (una configurazione diversa del rapporto tra potere politico e società civile) indebolisce la proposta politica delle sinistre.

La mancanza di una visione alternativa è alla radice delle recenti esplosioni di violenza giovanile, tanto in Inghilterra, quanto in Italia. Quando si esperisce una condizione di marginalità sociale, da cui non si vede via d’uscita, la rabbia monta, fino a sfociare in una conflittualità distruttiva, non finalizzata a null’altro se non ad esprimere un’estraneità radicale al sistema. Gli eventi del 15 ottobre a Roma dimostrano che “l’indignazione non basta”, come già era stato notato da Pietro Ingrao, “in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro corpo”. Ma come si possono elaborare delle proposte efficaci per mobilitare i giovani della “generazione della crisi” a sinistra?

Giovani intellettuali, giovani proletari

In un post pubblicato nel febbraio 2011, Paul Mason individuava venti ragioni per l’esplosione dei nuovi movimenti di protesta a livello globale. Secondo Mason, il soggetto sociale di riferimento di questi movimenti è “il laureato senza futuro”, in grado di fare politica fuori dai canali tradizionali, attraverso i social media. Il giornalista sottolineava il ruolo chiave dei giovani di estrazione middle class, sottolineando lo scarso peso delle organizzazioni sindacali nei nuovi movimenti.

L’analisi di Mason aiuta a capire alcuni caratteri originali della nuova stagione di protesta giovanile. L’assenza di prospettive (esistenziali ancor prima che occupazionali) per i giovani con un elevato livello d’istruzione sta radicalizzando una nuova generazione di intellettuali – laddove, con Gramsci, per intellettuali occorre intendere … in generale tutto lo strato sociale che esercita queste funzioni organizzative in senso lato, sia  nel campo della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-amministrativo.

La radicalizzazione dei giovani intellettuali è il frutto dell’incapacità delle classi dirigenti di co-optare le elites delle nuove generazioni – un fenomeno che attesta il carattere strutturale della crisi: il sistema non è in grado di riprodurre se stesso.

La rivolta dei giovani intellettuali è una minaccia per lo status quo. La loro vicinanza ai valori e ai linguaggi delle classi dirigenti rende inefficace la demonizzazione mediatica. I giovani intellettuali sanno utilizzare gli strumenti fondanti l’egemonia neoliberista (i mezzi di comunicazione) per portare avanti le proprie rivendicazioni. Si spiega così l’attenzione spropositata che un movimento middle-class come Occupy ha ricevuto dai media. Rispetto ai giovani proletari, per gli intellettuali è più facile decostruire il discorso egemonico neoliberista, perché hanno una conoscenza diretta delle istituzioni, degli strumenti e delle pratiche che ne costituiscono il fondamento.

Sarebbe però superficiale pensare che i giovani intellettuali possano, da soli, costituire un soggetto politico radicale. La loro protesta può sfociare in una mobilitazione di tipo corporativo, come è avvenuto al movimento studentesco britannico. Se l’obiettivo è costruire un’alternativa al sistema neoliberista, la vera sfida sta nel cercare una saldatura con i giovani del proletariato urbano, nell’intento di costruire un nuovo soggetto potenzialmente egemonico. Non si tratta di assumere un atteggiamento messianico, di “redimere” le working-classes. Non si tratta neppure di fingere che le differenze di classe non esistano, mascherandosi dietro slogan populisti come quello del 99%. Al contrario, bisogna cercare un’unità dialettica tra le due componenti di questo nuovo blocco generazionale – vale a dire, una sintesi che scaturisca dal riconoscimento delle reciproche differenze, e delle ragioni e gli obiettivi di una lotta comune. Ma come?

Una soluzione può venire da un’analisi ravvicinata del concetto di intellettuale in Gramsci. Come abbiamo visto, per Gramsci è intellettuale chiunque eserciti una funzione organizzativa. Ma Gramsci va oltre e nota che

ogni gruppo sociale … si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma in quello sociale e politico.

E’ sintomo di spocchia classista il pensare che i ceti popolari siano strutturalmente incapaci di produrre un loro gruppo dirigente, e necessitino di una “supplenza” da parte degli intellettuali del ceto medio. Anche nelle realtà del proletariato urbano (dalle gang di strada, alle curve degli stadi) esistono delle figure di riferimento – degli “intellettuali di strada”. Questi ultimi svolgono una funzione direttiva, agendo sulla base di logiche tutt’altro che “irrazionali”. La ricerca di uno scambio con gli intellettuali di strada è il punto di partenza per costruire una nuova unità generazionale.

La strategia dell’unità tra intellettuali di diversa estrazione sociale non può però prescindere da un lavoro di sintesi culturale. Per formare una nuova unità generazionale a sinistra, è indispensabile elaborare forme di cultura contro-egemonica, che siano la espressione dei linguaggi e delle sensibilità dei diversi soggetti. Internet offre grandi opportunità: sia perché consente la circolazione di ogni genere di messaggio (testuale, visivo, audio) a costo zero; sia perché contribuisce a minimizzare quella distanza che separa gli spazi della socialità caratteristici delle middle e delle working classes. Tra le possibili iniziative, c’è la creazione di “università popolari” – strutture allo stesso tempo reali e virtuali, accessibili a tutti, dove costruire e condividere forme alternative (contro-egemoniche) di sapere. In quest’ottica, spazi come le Officine Corsare a Torino, o la Bank of Ideas a Londra, sono veri e propri “cantieri dell’alternativa”. E’ soltanto mettendo in discussione il “senso comune” neoliberista (l’idea che “non c’è alternativa”) a livello di massa, che si può arrivare ad una trasformazione radicale dell’esistente.

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