Federico Campagna

Vorrei cominciare con un’immagine. Una scena del film Barry Lyndon, diretto da Stanley Kubrick. Sullo sfondo nebbioso di una campagna Europea del diciottesimo secolo, la voce fuori campo introduce l’avanzata delle giacche rosse inglesi contro la retroguardia francese, asserragliata in un frutteto. Secondo lo stile militare dell’epoca, la fanteria marcia lungo il prato, in file orizzontali e parallele. I Francesi sono disposti anch’essi in file, le prime inginocchiate, le seconde in piedi, le terze pronte a ricaricare i fucili. L’avanzata è lenta, estenuante, al suono dei flauti che intonano il Lilliburlero. Come direbbe il personaggio di Vincent Cassel in una banlieue di vari secoli dopo, ‘il problema non è la caduta, ma l’atterraggio’. E qui, l’atterraggio e la caduta quasi si fondono. I fanti inglesi avanzano, a passi cadenzati. Le truppe Francesi restano immobili, prendono la mira. I fanti mantengono il passo. I Francesi attendono l’ordine dei superiori. I fanti proseguono. L’ordine arriva. Fuoco. Le prime file della fanteria inglese cadono decimate. Le seconde file, imperturbabili, prendono il posto dei caduti. Le truppe francesi ricaricano i fucili. Fuoco. Il prato si riempie di cadaveri vestiti in divise rosse. Le terze file si fanno avanti di nuovo. La marcia prosegue, lentissima. Fuoco.

Guardando questa scena non ho potuto che pensare al futuro che ci attende. La marcia è lenta, ma inesorabile. I ristoranti e gli aeroporti sono ancora pieni, come diceva Berlusconi. I fucili nascosti nel frutteto hanno appena iniziato a sparare. Le prime file sono cadute, ma, si sa, nelle prime file ci va da sempre la carne più a buon mercato. Alla prima raffica sono saltate le pensioni, sono arrivati gli accordi di Pomigliano, sono finiti i soldi per le scuole e le università, sono affondati i barconi dei migranti. Ma il silenzio che segue, interrotto dai flauti lontani di chissà quale marching band, sia quella di Benigni o di Jovanotti, nasconde il suono del ricaricarsi dei fucili. Le seconde file prendono il posto dei caduti. I disperati di Pomigliano firmano gli accordi, i lavoratori accettano di buon grado la riforma ‘necessaria’ delle pensioni, gli studenti si bevono lo sciroppo della meritocrazia e dell’autopromozione, i migranti si alzano alle cinque del mattino per raccogliere i pomodori. E intanto i fucili si ricaricano. E questa volta mirano ad altezza uomo. Letteralmente. Basta guardare quello che accade in Grecia, dove per la prima volta sono stati utilizzati i corpi speciali dell’Eurogenfor, la polizia militare Europea creata appositamente per affrontare emergenze di ordine pubblico e non sottoposta ad alcuna legislazione nazionale. Oppure in Inghilterra, dove le rivolte del proletariato consumista dello scorso agosto sono state affogate nei poteri speciali dati alla polizia e in un mare di sentenze punitive che hanno mandato in carcere quasi quattromila persone.

Come cantava la band il Teatro degli Orrori, ‘nel terzo mondo fanno finta di vivere in democrazia’. E la terzomondializzazione dell’occidente è un fatto ormai conclamato. Le affinità con il passato recente di molti stati africani, asiatici e sudamericani sono ormai evidenti. Non solo la marginalizzazione economica e sociale, ma soprattutto l’espropriazione forzosa dei meccanismi democratici da parte di organi come il FMI o la BCE rimbalzano in eco rapidissime tra la Grecia e il West Africa, tra l’Italia e il sud-est Asiatico, tra l’Irlanda e le Ande. Come notoriamente accade nelle metropoli brasiliane, il paesaggio europeo va sempre più configurandosi come un deserto chiazzato di oasi, in cui la miseria crescente delle popolazioni circonda da presso gli atolli di ricchezza trabordante in cui si accumula il capitale. Parallelamente all’ascesa globale di paesi ‘in via di sviluppo’ come il Brasile, il vecchio occidente è andato via via regredendo, sprofondando a sua volta nel vortice di contraddizioni tipico della ‘via dello sviluppo’ capitalista. Siamo ormai un intero mondo ‘in via di sviluppo’, bloccati in un procedere senza progresso, in un tunnel in cui, come dice Zizek, c’è sì una luce alla fine del buio, ma è probabilmente quella di un altro treno lanciato a tutta velocità verso di noi.

E dunque, in tutto questo, che fare? Dovremmo davvero, come spesso implicitamente suggerisce Zizek, attendere la fine dei tempi, aspettare l’arrivo di un immenso potere calato dal cielo che punisca i malvagi e premi i buoni? Bisogna stare attenti, perché l’ultima volta che è stata adottata una tattica del genere durante una crisi di dimensioni paragonabili a quella attuale, nella Germania caricata di debiti del primo dopoguerra, il potere immenso è arrivato dal cielo vestito di svastiche. Il desiderio di un potere sovrumano che arrivi a mondarci dalla lordura del presente vive ancora nel cuore di molti, a destra come a sinistra dello spettro politico. Ma mentre a destra tende a sfaldarsi in un populismo ancora in fasce, a sinistra va coagulandosi attorno al culto di untuose figure sacerdotali: i tecnocrati.

Dopo la fine della borghesia come corpo sociale composto di corpi fisici, della borghesia è rimasto solo lo spirito più abietto. Lo spirito malevolo della tecnica, che sarebbe troppa grazia far risalire a nobili tradizioni quali quelle Rinascimentali e Illuministe. Lo spirito della tecnica è quello che dall’alba dei tempi anima l’artigiano il mattino dopo una sbronza colossale, quando le sue mani fabbricano sedie senza nemmeno dover svegliare un briciolo della sua sapienza. E’ lo spirito di chi guida in autostrada di notte, mezzo addormentato, per pura forza di abitudine. E’ lo spirito, insomma, che fa sì che la parola Russa per ‘lavoro’, Robota, calzi a pennello anche come definizione degli automi meccanici. Più che come desiderio di potenza, dunque, stiamo parlando oggi della tecnica come obbedienza.

E così torniamo alla scena di Barry Lyndon da cui siamo partiti. Lo spirito del presente, quello che anima i tecnocrati e le loro legioni di simpatizzanti, è lo stesso che muove le gambe dei fanti in marcia lungo il prato, in noiosa processione verso il massacro. La disciplina militare che informava i movimenti dei cadaveri in divisa del diciottesimo secolo si rivela oggi come disciplina dell’economia capitalista. In marcia verso la catastrofe, ma ordinati. E non c’è dubbio che nell’ordine, in quello intimo della marcia e in quello apocalittico di chi attende la venuta di un potere giusto, ci sia qualcosa di pacificatorio, di confortevole. E’ il movimento ordinato delle gambe, o dei moti dell’animo, che ricorda la dolce routine di una danza. Verso la morte, certo, ma pur sempre danzando, tenendosi tutti per mano. We are all in this together, no?

Ma a che altre danze potremmo pensare, mentre siamo incastrati nel minuetto del suicidio collettivo? A che danze stavano pensando i fanti inglesi di Barry Lyndon, mentre marciavano al ritmo dell’eroismo immemorabile? Probabilmente a quelle delle locande, al suono di qualche violino sgangherato, tra le braccia delle donne del paese, o delle prostitute, o in quelle ubriache l’uno dell’altro. Mentre marciavano, con il pensiero i fanti fuggivano indietro nelle locande fumose, si perdevano in altre danze, pensavano al ballo della diserzione. Proviamo a seguire la deriva dei loro pensieri, a seguire la deriva del pensiero dei nostri predecessori sul nostro stesso cammino. E disertiamo, allora!

E’ quello che stanno facendo i crescenti movimenti anarchici in tutto il mondo, nelle loro occupazioni di piazze, edifici, cantieri stradali di alta montagna. Con  l’esempio della loro diserzione, ci hanno ricordato innanzitutto come dietro le file di martiri coscritti in fuga, ci siano sempre le retrovie di altri coscritti, ugualmente svogliati, ma pronti a obbedire agli ordini dei generali e a dare la morte ai disertori. I loro sorrisi sdentati, così simili ai nostri, così tristi, che a suo tempo tanto commossero Pasolini, non renderanno le loro baionette meno obbedienti o meno letali.

Alcuni di noi, forse i migliori, si fermeranno a discutere con loro, magari pure a combattere contro di loro. Questi saranno i riformisti, nel senso migliore del termine. Gli anarchici riformisti, coscienti del fatto che, da sempre, il conflitto è fonte di diritto. Così è stato ad esempio nel XIX e XX secolo, in cui le lotte sociali e il conflitto dei lavoratori hanno portato a modificazioni sostanziali dei sistemi di legge. Ma oggi, queste brigate ottimiste convinte che ci sia ancora la possibilità di cambiare da dentro il passo della danza dello Stato e del capitale, credo saranno davvero in poche. Gli altri, tanti altri, stanno invece già guardando più in là, oltre la ribellione, verso l’orizzonte a cui si rivolge la pura e semplice fuga.

Come i fanti in divisa rossa, questi nuovi fuggiaschi si perdono col pensiero nel fumo di altre danze, di altre locande. E appena possono, con i mezzi che hanno, cercano di ricrearle. Ma saranno davvero gli accampamenti di Zuccotti Park o di Piazza Tahrir le nostre locande del futuro, in cui potremo rifugiarci, in cui potremo ballare gli uni con gli altri, al suono di una musica che non trascina verso la morte?

Ovviamente le risposte possono essere molteplici, forse ancora più numerose di quanti si pongano questa domanda. Forse ciascuno sta fuggendo verso un orizzonte diverso, forse ciascuno immagina paesaggi diversi in cui rifugiarsi. E quindi io, in quanto 0,00001% di un 99% in cui in fondo nemmeno credo, vorrei aggiungere una sfumatura personale al paesaggio di queste oasi del futuro. Se cerco di immaginare questo luogo di là da venire, lo vedo avvolto e pervaso da un sentimento antico e lontano, che risale ai languori del Gattopardo e ai passi delicati della Russian Ark di Alexander Sokurov. E’ il sentimento della malinconia, del primato della bellezza, della preziosità delle poche, innumerevoli esistenze scampate al diluvio. Da sempre allergico allo squallore del punk e al fiato rancido delle locande, immagino la danza della diserzione accompagnata dal suono magnifico di un’orchestra, o dal silenzio del marmo e delle foreste. Il sublime, più che la sopravvivenza, anima la musica che mi spinge a disertare.

Più che i bivacchi in strada degli indignati, o le retoriche lavoriste del comunismo produttivista, è il desiderio aristocratico di una vita immensamente piena che mi sostiene lungo i labirinti della fuga. Quello dell’aristocrazia, non dobbiamo dimenticarlo, è il mondo da cui storicamente provengono le voci migliori dell’anarchismo ottocentesco, da Kropotkin a Tolstoj. Ed è il desiderio aristocratico ciò che anima lo sdegno di Stirner, il suo disprezzo per gli ‘straccioni’ imbevuti di ideologia, pronti a scarificarsi in nome di qualche concetto astratto, sia esso il capitale, la legge o il sol dell’avvenire. Un desiderio che si esprime come tensione infinita e infinita curiosità di sé. La scommessa dell’ateo, di chi ha perso la fede nell’ufficio e nella chiesa, e a cui non resta nient’altro se non la propria vita.

Osservate da questa distanza, le maglie della legge e della violenza degli stati e del capitale non sono più dati di fatto incontrovertibili, nemici mortali o avversari politici. Sono fastidi, privi di fondamento. Da abbattere, se necessario, da trasgredire, da incendiare, ma senza astio. Senza darci peso, come ai brutti sogni. Non saranno le leggi a salvarci, né la Costituzione, né i parlamenti e nemmeno l’indignazione. La salvezza, credo, arriverà soltanto con il dimenticarsi. Uno sdegno troppo avaro di sé per concedersi a così poca cosa. Niente di nuovo, del resto, che oltre che nel pensiero degli anarchici già ritroviamo nelle comunità eretiche del medioevo, così come in tanta parte del mondo parallelo del comunismo italiano pre-Berlinguer (o, come direbbe il mio amico Leo Goretti, pre-Amendola), assolutamente non integrato nel sistema e quasi dimentico di esso.

Se stringo gli occhi per immaginarlo, questo futuro in cui credo valga la pena di fuggire prende piede negli spazi più straordinari, non in quelli più marginali. Un futuro in cui si occupino le ville, non le fabbriche dismesse. In cui dai supermercati non si rubi per disperazione, ma per diletto (e si rubi lo Champagne insieme al pane). In cui non si facciano manifestazioni per ottenere quindici anni di pensione quando si è già con un piede nella fossa, ma per averne altrettanti di reddito di cittadinanza quando si è ventenni. Un futuro in cui alla lotta di retroguardia si sostituisca l’avventura e l’esplorazione, in cui le rivendicazioni non sono per qualche soldo in più ma per la liberazione dal lavoro. In cui si rischia tutto, ma senza rischiare mai di farlo in nome di qualcosa.

 

 Federico Campagna

9 Dicembre 2011, London

 

Una Risposta a Lilliburlero

  1. Marco scrive:

    bravooooo…

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