humanities

[Postato il 4 gennaio sul sito TQ]

Lisa Roscioni

“Anche se la libertà accademica di insegnare e di apprendere sopravvivrà, gli studiosi si troveranno costretti  a dover lavorare per la classe pirata o perlomeno ad esibirsi per il suo divertimento, cosicché gli accademici potranno trasformarsi  in una sorta di intellettuali lapdancer che piroettano per catturare l’attenzione e ottenere piccole mance”Un’immagine a dir poco grottesca  quella prefigurata  dallo storico inglese Robert Drayton nel corso del suo intervento al convegno The Arts and Humanities: Endangered Species?  che si è tenuto all’università Cambridge il 25 febbraio 2011. L’ex ad di British Patrol Lord Browne, responsabile della recente riforma del sistema universitario inglese, non sembrerebbe d’altronde aver lasciato altre vie d’uscita: il budget per l’insegnamento delle arti e delle scienze umane verrà drasticamente tagliato e, se necessario, compensato con un aumento incontrollato delle tasse universitarie, che già raggiungono cifre altissime. Dall’altra parte dell’Atlantico i toni non sono meno drammatici, e oscillano tra l’apocalittico e il rassegnato, a tratti quasi compiaciuto.

Un certo Professor X, che si definisce un istruttore di “college of last resort”, nel suo pamphlet  In the Basement of the Ivory Tower. Confessions of an Accidental Academic (2011) non lascia spazio a dubbi sull’inevitabile adattamento degli studi superiori alle esigenze del lavoro e del mercato. I suoi studenti, che lavorano durante il giorno e frequentano i corsi di letteratura la sera, studiano al college soltanto per accumulare i crediti necessari per diventare agenti di polizia, operatori sanitari o per avanzare sul loro posto di lavoro. Insomma, ci dice il Professor X, l’idea di un’università per tutti non è che un mito distruttivo. Da noi, come in un rituale che si ripete periodicamente, abbondano lamenti simili a quei compianti dei condannati a morte che circolavano tra Quattro e Cinquecento, nei quali il patiens, dopo un commovente mea culpa (questa parte del copione sembra però essersi persa in buona parte delle odierne lamentazioni) si apprestava ad affrontare il patibolo davanti a una folla partecipe o rabbiosa.

D’altronde, davanti alla contrazione dei finanziamenti che angustia da tempo gli studi umanistici e che risulta in Italia quanto mai accelerata dalla recente riforma, come dar torto al grido d’allarme lanciato da Umberto Eco quando, nel corso del seminario Saperi che servono. La ricerca umanistica e sociale in un’età di riforme (Bologna, 14 settembre 2011), ha parlato del rischio di nuove forme di “barbarie” e di “dipendenza coloniale da altre culture e paesi”? “Se Hitler avesse letto due libri” ha detto Eco “avrebbe capito che non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare a Mosca prima dell’inverno”. Al di là delle battute, la questione del declino delle humanities costituisce l’oggetto ormai di un’ampia letteratura. Secondo Pierluigi Pellini, intervenuto al seminario di Bologna, che l’arte e la cultura abbiano perso credito sociale è un dato innegabile, così come è innegabile che agli intellettuali sia stato sottratto il “capitale simbolico” che un tempo consentiva loro di parlare della realtà con quell’autorevolezza che gli veniva dalla loro produzione scritta e dalle loro ricerche. Molte riflessioni si potrebbero fare in merito alle cause di tutto ciò. Pellini si sofferma sulle cause “interne”: iperspecialismo, da un lato, e “radicale demistificazione di ogni sapere disciplinare” dall’altro. L’allusione di Pellini qui va, tra le altre cose, al definitivo tramonto della retorica dell’historia magistra . E’ un discorso che in realtà parte da lontano. Penso alla “resa dei conti” di cui parlava Marc Bloch all’indomani dello scoppio del secondo conflitto mondiale. “Dobbiamo dunque credere che la storia ci ha ingannati?” si domandava uno degli ufficiali fatto prigioniero dopo l’étrange défaite, e cioè il crollo militare della Francia di fronte alle truppe naziste. Un discorso che viene da lontano, ma di stringente attualità.

Molti storici si sentono oggi sempre più spodestati  dal loro ruolo pubblico, non più egemoni sulla ricostruzione del passato, relegati al compito di verificare la verosimiglianza delle narrazioni rispetto alla verità storica dei fatti, per la verità assai dubbiosa se posta in termini così assoluti: quella stessa nozione di “fatto”, suggerisce la riflessione storiografica più avanzata,  va considerata non più come sinonimo di realtà o di “dato immutabile” ma, come ha ricordato Giulia Calvi, prodotto di pratiche sociali, di “costruzioni negoziate” . In questo quadro, quanto mai significative e meritevoli di approfondimento appaiono le recenti discussioni  in ambito per lo più francese e angloamericano ma con qualche eco anche in Italia (per esempio in occasione della celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia) da un lato sulla moda editoriale della narrative nonfiction/historical fiction a sfondo storico, dall’altro sull’uso pubblico della storia. Si pensi  per esempio a operazioni di forte impatto mediatico come la serie di documentari Apocalypse. The Second World War, prodotta in Francia nel 2009 e andata in onda in tutto il mondo e anche in Italia su Rete 4 all’inizio del 2011. La particolarità, per così dire, del prodotto stava nel fatto che i documenti visivi erano stati non soltanto restaurati ma colorati per renderli più “veri” e montati sul filo di una narrazione di evidente stampo reazionario, non priva di approssimazioni e omissioni, tesa a edulcorare – per esempio – le responsabilità del governo di Vichy o di Salò nella deportazione degli ebrei, il tutto senza che fosse indicata, nei titoli di coda, una qualunque forma di consulenza da parte di storici. (E’ da notare, tra l’altro, che la messa in onda dei documentari, e quindi del messaggio in essi contenuto, è passata in Italia praticamente sotto silenzio).

Quello citato è soltanto un esempio della sindrome di accerchiamento, della percezione di perdita di autorevolezza da parte degli storici, e più in generale della crisi della storia come forma di conoscenza proprio nel momento in cui la narrativa storica vive una fase di straordinaria fioritura. Si è molto discusso, negli anni passati, sull’impatto che il Linguistic turn ha avuto per gli studi storici (penso qui a tutte le polemiche su Hayden White e su un’idea di storiografia come esercizio retorico-argomentativo sganciato da ogni principio di verità) riguardo al  tema del rapporto tra conoscenza e realtà, là dove non è quest’ultima  ma il linguaggio a costituire il vero oggetto della conoscenza. In un mondo divenuto esso stesso un “testo”, è il linguaggio a rivestire un ruolo centrale nella costruzione delle identità e delle realtà sociali. Di qui il successo, in ambito storiografico d’ispirazione foucaultiana ma non solo, di termini come “effetto di reale”, “discorso”, “rappresentazioni discorsive”, “decostruzione” etc..  Al medesimo punto d’approdo sono arrivate le teorie sul postmoderno a partire – semplifico molto – dall’assunto del definitivo  esaurimento del progetto di modernizzazione avviato con l’Illuminismo. In un mondo globalizzato, postnazionale e multietnico, il passato, si è detto, non esiste al di fuori dell’immaginazione.  Davanti ai rischi di una lettura di questo tipo che rendeva  – e rende – a giustificabile anche il più trito negazionismo, la risposta degli storici, Carlo Ginzburg in testa, è stata quella di rivendicare con fermezza il principio di verità.  Una verità, potremmo dire, intesa come tensione, come processo di accertamento che lo storico, pur consapevole di produrre testi, discorsi e narrazioni e anche nel momento in cui lavora anche su “rappresentazioni” e costruzioni culturali complesse, mette in campo con gli strumenti affinati dalla filologia e dalla storiografia. Il tema, insomma è quello della fonte, secondo Ginzburg oggetto “opaco” da mettere sotto inchiesta in quanto “prova”.  “Lo storico” ha scritto Franco Benigno nel saggio Sull’utilità e il danno di Hayden White per la storia (2008) “ha diritto di proporre un’interpretazione solo nel rispetto del dicibile, e questo dicibile è, su un piano deontologico, solo quello che le fonti consentono di affermare. Non un binario, quindi, ma un perimetro. Quello che resta da un processo di esclusione”.

Al di là della condivisibile levata degli scudi degli storici, il tema delle fonti, e della loro interpretazione, rimane centrale e assai problematico se guardato in una prospettiva più ampia, rispetto per esempio al tema dell’open source. Un caso sin troppo ovvio da citare e tuttavia indicativo, è Wikipedia, che nasce e fonda il proprio successo sull’idea di un presunto punto di vista “neutrale” come superamento del concetto non soltanto di autorevolezza ma anche di autore. O meglio, l’autorevolezza verrebbe da una non ben identificata “saggezza della folla” o, per dirla con Pierre Levy, “intelligenza collettiva”, concetto che ha posto nel recente dibattito intorno a questi temi non pochi dubbi anche sotto il profilo epistemologico. Non entro qui nel merito della querelle, per altro assai speciosa, sulla percentuale di attendibilità dei contenuti dell’”enciclopedia libera”.  La mancanza di chiarezza non solo sugli autori delle voci e sulle fonti, ma anche su coloro che hanno il compito di approvare, rivedere o correggere i contenuti, rende tutta l’operazione non facilmente valutabile nel momento in cui salta appunto la trasparenza quale colonna portante di quel principio fondamentale che si vorrebbe invece esaltare: la libertà del sapere da ogni forma di manipolazione o censura, esplicita o occulta. Il punto che mi interessa qui considerare è piuttosto il tema della modificabilità, in linea teorica infinita, del testo. Quell’anxiety of influence di cui parlava Harold Bloom a metà degli anni Settanta è stata per così dire superata a fronte di una rielaborazione continua dei contenuti, a un’intertestualità  infinita, a un incessante ripetersi e accumularsi di citazioni di citazioni. In questo quadro, le nozioni stesse di  informazione e conoscenza, ben separate nella nostra tradizione culturale, sono come saltate. I due termini si trovano con-fusi insieme (Wikipedia ne è appunto l’esempio più tipico) con effetti che sono ancora in parte da valutare.

Anche senza arrivare alle tesi estremistiche di Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of amateur: How Today’s Internet Is Killing Our Culture (2007), a fronte di un’indubitabile e straordinaria possibilità di circolazione e condivisione delle informazioni e dei saperi favorita dalla rete, è lecito porsi il problema, e molti da tempo lo hanno fatto, se tutto questo non sia avvenuto e non avvenga a discapito del senso critico, di una capacità analitica delle fonti  e di discernimento che permette, per dirla ancora con Ginzburg, di distinguere tra vero/falso/finto. Walter J. Ong, già a metà degli anni Ottanta, prefigurava un massiccio avvio di un’era di “oralità secondaria” proprio a partire dalla diffusione della tecnologia elettronica (diremmo oggi digitale e multimediale) con “sorprendenti somiglianze con l’oralità più antica per la sua mistica partecipatoria, per il senso della comunità, per la concentrazione sul momento presente”.  In questo scenario  di vera e propria trasformazione antropologica e cognitiva, il passato può apparire spesso schiacciato su forme stereotipate e ripetitive, funzionale a una richiesta identitaria (un esempio tipico nostrano è rappresentato  dalle rozze affabulazioni genealogiche della Lega) nella quale è forte il rischio di dissoluzione dello statuto stesso della storia come sapere controllato e universalmente verificabile in favore, come ha scritto Eric Hobsbawn, di costruzioni anacronistiche e mitiche “utili a confortare bisogni collettivi di comunità immaginarie”. Una storia dunque piegata ai bisogni del presente oppure,  come  dice Claudio Giunta nel suo L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso (2008), il dominio dell’oblio come strumento di difesa dall’eccesso di produzione culturale sempre nuova? Malgrado il grido d’allarme degli storici, la persistente confusione tra storia e memoria, la destrutturazione dei rapporti  tra presente, passato e futuro associata al rifiuto della distinzione tra narrazione letteraria e storiografia, sembrano in alcuni casi avere avuto la meglio.

La ricerca dell’antidoto, di una panacea universale che permetta di superare il gap culturale e cognitivo che sembra separare anni luce le giovani e giovanissime generazioni di “nativi digitali” dalla quelle che le hanno immediatamente precedute, che permetta loro di recuperare quella capacità argomentativa e di critica delle fonti della conoscenza indispensabile per orientarsi nel mondo reale, accomuna e per certi versi segna il limite di molti scritti sul destino/declino delle humanities. Mi limito per ora a citare Yves Citton, il quale, nel suo L’avenir des humanités. Economie de la connaissance ou cultures de l’interprétation? (2010), propugna una sorta di riabilitazione, a metà tra il visionario e il nostalgico, delle humanities  come strumento per recuperare quella frattura cognitiva, riprendere una distanza rispetto al flusso immenso delle informazioni, ricostruire “culture dell’interpretazione” dopo la desertificazione culturale prodotta da un intera generazione di intellettuali “decostuttori” da un lato e dal prevalere di una visione economicistica della conoscenza dall’altro. Di nuovo il buon senso ancillare (così lo chiama Pellini) della cultura come sapere “che serve”? Sono temi che questi che meriterebbero un maggiore approfondimento.

http://news.admin.cam.ac.uk/news/2011/03/07/theartsandhumanitiesendangeredspecies/

Professor X, In the Basement of the Ivory Tower. Confessions of an Accidental Academic , Viking 2011

P. Pellini, Perché gli studi umanistici oggi /2 in http://www.leparoleelecose.it/?p=1662

M. Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico (1949), nuova ed. critica, Einaudi 1998

G. Calvi, A proposito di Hayden White: master narratives e contro narrazioni, in “Contemporanea”, 2008, 3, pp. 522-7 e F. Benigno, Sull’utilità e il danno di Hayden White per la storia, ivi, pp. 515-21

C. Ginzburg, Il filo e le tracce: vero, falso, finto, Feltrinelli 2006

A. Keen, The cult of amateur: How Today’s Internet Is Killing Our Culture, Currency 2007 (tr. it. Dilettanti.com, De Agostini 2009)

W.J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola (1982), il Mulino 2008

E. Hobsbawn, L’historien entre la quête d’universalité et la quête d’identité, in “Diogène” , 1994, n° 168, pp. 52-86

C. Giunta, L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso, il Mulino 2008

Y. Citton, L’avenir des humanités. Economie de la connaissance ou cultures de l’interprétation?, La Découverte 2010

 

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