Cesare Bermani

Questo lavoro è stato reperito da Giovanni Pirelli nel corso di ricerche sugli scritti psichiatrici di Fanon, condotte ad Algeri e Tunisi nel novembre del 1957. Si tratta di un dattiloscritto in francese di undici pagine dal titolo Introduction aux troubles de la sexualité chez le Nord Africain. Su di esso appaiono i nomi degli autori: Jack Azoulay, François Sanchez, Frantz Fanon. Pirelli l’ebbe da Josie Fanon e seppe da Jack Azoulay che si trattava della prima provvisoria redazione di un testo mai pubblicato.

Esso venne steso a Blida tra il 1954 e il 1955 e si può pensare che non sia stato portato a termine a causa dell’espulsione dall’Algeria di Fanon, incappato nell’indiscriminata repressione scattata alla vigilia dello sciopero generale del gennaio 1957, proclamato dal Fronte di liberazione nazionale algerino in vista dell’apertura della sessione dell’Onu che doveva affrontare il problema in Algeria.

Scriveva nella sua prefazione alle opere scelte di Fanon, curate da Pirelli, Giovanni Jervis: «Fanon ricercò e sperimentò forme di assistenza psichiatrica molto avanzate sia a Blida, sia soprattutto a Tunisi, con la coraggiosa e difficile gestione di un «ospedale da giorno» presso questa città. I suoi sforzi si rivolsero alla costruzione di una nuova psichiatria non oppressiva, legata alla vita delle masse e utilizzabile nella realtà africana postcoloniale, in polemica e in alternativa alla psichiatria manicomiale europea. Il valore di quelle esperienze è certamente grandissimo, soprattutto se si considerano da un lato l’epoca e i paesi in cui avvennero (caratterizzati da un’impostazione estremamente arretrata e autoritaria dell’assistenza), e da un altro lato lo stretto rapporto fra questi tentativi e il clima politico e civile provocato dalla rivoluzione algerina. Purtroppo ben poco ne è rimasto: sia di scritto, che nelle esperienze e nelle testimonianze; e ben poco ne è rimasto anche per quanto concerne l’assistenza psichiatrica in Algeria e in Tunisia».

Giovanni Pirelli, come scriveva in testa a un inventario-progetto nel febbraio 1968, aveva peraltro pensato alla pubblicazione di «un volume di scritti di Fanon di carattere medico e nei quali il discorso dello psichiatra conduce al discorso teorico politico e si fonde con esso», ma ritardò la pubblicazione perché sperava di trovare il testo delle lezioni dei corsi di «socio psicologia» che Fanon aveva tenuto all’Università di Tunisi nel 1958-59, i cui nastri erano andati dispersi e le cui dispense non erano state rintracciate.

Poiché le sue ricerche non dettero risultati e parve a Giovanni Jervis che il pensiero di Fanon psichiatra andasse ricercato «in altri aspetti, non sempre i più evidenti, degli scritti generalmente considerati come “politici”», l’idea di una raccolta dei suoi scritti più propriamente psichiatrici venne accantonata.

Decolonizzare la follia. Scritti sulla psichiatria coloniale (ombre corte 2011), è un’esaustiva antologia di essi, che vede ora la luce a cura di Roberto Beneduce, che l’ha fatta precedere da un suo bel saggio dal titolo La tormenta onirica. Fanon e le radici di un’etnopsichiatria critica, che sottolinea tutta l’importanza storica che questi scritti hanno da questo punto di vista.

Tali scritti erano stati tutti raccolti anche da Pirelli, ma Beneduce non ne ha consultato l’archivio e li ha invece avuti da Agostino Pirella, Pierre Chaulet e Martine Journeau. Anzi, nel volume curato da Beneduce non si menziona neppure Pirelli, sebbene sia stato lui a far conoscere per primo il pensiero di Fanon in Italia.

L’inedito che pubblico mette in luce un aspetto particolare delle ricerche condotte a Blida: quello del vivo interesse per il mondo religioso e magico dei Nordafricani, quale elemento specifico della società nella quale si voleva realizzare idonee forme di socioterapia.

A Blida, allora il più importante ospedale psichiatrico in territorio africano, tra il 1954 e il 1956 venne affidato a Fanon un reparto che comprendeva inizialmente una sezione con centosessantacinque donne europee e un’altra con duecentoventi uomini musulmani. Qui Fanon cercò di introdurre le tecniche di socioterapia sperimentate con Tosquelles a Saint-Alban; sennonché esse si confermarono valide per le donne europee ma andarono incontro a un disastroso insuccesso tra i musulmani. D’altra parte i tentativi di applicare il Tat (Thematic apperception Test) a donne musulmane ricoverate presso il reparto aperto dell’ospedale metteva in luce un loro atteggiamento totalmente diverso rispetto alle donne europee.

Di qui l’acquisizione del principio che – come scriveva Jack Azoulay – «per realizzare la socioterapia bisogna muovere dagli elementi specifici della società in esame» e l’inizio di ricerche anche sul mondo religioso e magico dei musulmani algerini tanto più necessario in un momento in cui – come scriveva Fanon nella sua Lettera al ministro residente – «l’arabo, alienato permanente nel suo paese, vive in uno stato di spersonalizzazione totale», cioè nella situazione del demartiniano rischio continuo di perdita della presenza.

La medicina tradizionale si trovava ormai nell’impossibilità di rifiutare totalmente la medicina dei colonialisti (gli ospedali, le ambulanze e le infermerie); ma il fatto che quest’ultima fosse spesso chiamata a farsi complice di chi praticava la tortura, la faceva percepire come uno strumento al servizio dei poliziotti o dei paras e finiva per incrementare il ricorso alla medicina tradizionale, per ragioni di diffidenza e per ragioni politiche e identitarie

Fanon, in un altro scritto del medesimo periodo (Attitude du Musulman maghrebin devant la folie, riportato nel libro curato da Beneduce), notava come nel Maghreb esistesse «un’armoniosa articolazione di credenze che permette[va] la creazione e la messa in funzione di un’ “assistenza psichiatrica”».

Da qui la grande attenzione, sua e dei suoi collaboratori, a tali credenze. In un momento di forte repressione delle pratiche terapeutiche tradizionali (le attività dei guaritori ecc.) da parte del colonialismo, il gruppo di Blida faceva invece dello studio di esse il punto di partenza per idonee forme di socioterapia nella situazione algerina.

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