Festival Internacional de Poesía, Medellín

Jairo Guzmán

Alcuni antropologi sostengono che sono state le armi a renderci pienamente umani. Nel prendere in mano i primi rudimentali attrezzi di pietra ci siamo staccati dall’innocenza animale e abbiamo iniziato a rapportarci alla natura armati e con l’ausilio della prima tecnologia. Siamo passati di colpo a un livello tecnologico più elevato e tutto quello che ci lasciavamo alle spalle diventava immediatamente primitivo. In questo modo la tecnologia ha creato e determinato la cultura umana, e la tecnologia più elementare di tutte è quella delle armi. È un’idea piuttosto audace perché ci dice che la guerra è parte della nostra essenza fin dalla preistoria, è parte costitutiva della nostra essenza umana. Questo non depone a favore di una specie che sostiene di essere altamente civilizzata, creatrice di cultura e costruttrice di mondi.

Sappiamo che una poesia non potrà fermare i massacri di massa nelle guerre del XXI secolo. Ma sappiamo anche che per fermare la corsa agli armamenti si possono definire in maniera chiara ed efficace una serie di azioni poetiche da mettere in pratica utilizzando tutte le risorse della comunicazione e approfittando di tutte le tribune disponibili per far ascoltare la voce dei poeti in quanto patrimonio spirituale collettivo che si vuole preservare e lotta per preservare la specie umana con azioni incisive e costruttive. Questo istinto di autoconservazione della specie, questa dignità che la poesia rivendica alla luce del sole, questa battaglia spirituale portata avanti dai poeti lungo i secoli, si concretizza in appuntamenti e iniziative a livello globale di grande impatto mediatico grazie all’utilizzo delle tecnologie più avanzate disponibili in una economia globalizzata fatta di regioni planetarie interconnesse attraverso internet e i sistemi di copertura globale a livello satellitare. Sappiamo che contro gli assalti della barbarie i poeti hanno e avranno risorse spirituali per resistere attraverso iniziative che facciano breccia sulla coscienza generale, attraverso la costruzione di alleanze e iniziative negli spazi urbani dove mettere al lavoro poteri simbolici, verbali, artistici e poetici diretti a trasformare le condizioni storiche che annichiliscono lo spirito e la lucidità mentale, mettendoci in grado di affrontare efficacemente le contingenze. Quando tutti i paradigmi della modernità si sono consumati e si fa strada una ristrutturazione del capitalismo che diventa man mano il Capitalismo mondiale integrato (Cmi), ciò che oggi chiamiamo globalizzazione, è opportuno riflettere sull’esperienza poetica a livello mondiale e interrogarsi su quali saranno le azioni poetiche da intraprendere per una globalizzazione della poesia, come mezzo per contrastare gli effetti demolitori della globalizzazione economica, attraverso i sistemi di proliferazione e controllo mondiale.

Adesso, più che mai, i poeti sono chiamati a grandi trasformazioni. La loro mente si è preparata a questo per molto tempo, da quando sono stati banditi dalla Repubblica. Per il poeta è arrivata l’ora di farsi avanti, di far sentire la voce dei molti, la voce della tribù che finalmente pronunci le grandi verità facendosi ascoltare dai rappresentanti di quei poteri che dirigono in maniera nefasta un’economia atroce, devastatrice e genocida. […]

Una delle cose più deplorevoli del nostro tempo è il feticismo per alcuni valori imposti che nascondono un fondo perverso di asettico vuotezza. Visioni del mondo che ci dicono molto sui soggetti che promuovono una certa fraseologia e certi propositi di redenzione, come quello di eliminare la povertà. Lottare contro la povertà, guerra alla povertà. Come dire: eliminiamo il corpo del reato. Eliminiamo lo specchio che riflette il volto del nostro crimine. Si pensa forse che eliminare la povertà ci farà più ricchi e dignitosi come specie e migliori come umani? In realtà occorrerebbe eliminare la povertà di spirito di coloro che manipolano lo sviluppo delle economie globalizzate. Il messaggio che mandano queste campagne neoliberiste, che vogliono farla finita con qualcosa che inerisce alla ricchezza e che si chiama povertà, è che la ricchezza è la più grande virtù morale, mentre la povertà è il peggiore dei difetti morali. Così la grande massa globalizzata, coi sui tic arrivisti, soffre di povertà vergognandosi, si sente colpevole di un crimine del quale in realtà è vittima. Il vittimista è il grande virtuoso in questa nuova morale di devastazione e sterminio della vita e delle conquiste etiche. La sostenibilità della povertà è garanzia di conservazione per la ricchezza dei grandi monopoli, delle grandi multinazionali che dettano il nuovo ordine globale, e che costringono la popolazione mondiale in un nuovo ruolo codificato dal totalitarismo telediretto, teletrasportato, televisionato e catturato nella rete delle reti del controllo globale. […]

La ricchezza spirituale è grande, è l’eredità ricevuta dalle lotte millenarie della specie umana per resistere, sopravvivere e imparare la danza, il simbolo, l’utensile, la preghiera, la visione, la rivelazione, la conoscenza, la magia e i saperi scientifici e non. La grande avventura umana è un poema scritto dai suoi «stravaganti progetti». […]

Questo è il tempo della poesia, il tempo della visione comunicabile, il tempo delle grandi sfide dello spirito in questo transito verso una nuova versione dell’umano. […]

La prima globalizzazione della poesia della quale si abbia notizia è la globalizzazione della specie umana attraverso la diaspora che ebbe origine in Africa trentacinquemila anni fa. Quante onomatopee, quanti canti di gioco e di preghiera giunsero sotto forma di rivelazione poetica a quegli uomini in continuo movimento, mossi da una sete insaziabile di infinito e di sapere. […]

Si tratta di realizzare degli interventi su scala planetaria, contribuendo in maniera concreta a lanciare battaglie contro i grandi mostri della transmodernità (o velenosa postmodernità), imparando a resistere alla furia dei mostri climatici, i gelidi mostri del neoliberismo e i mostri mediatici; allora sì, potremo parlare di una dimensione realmente autentica ed edificante a partire dalla globalizzazione delle azioni poetiche, molte delle quali sono già in cammino, in maniera permanente.

Il poeta è stato bandito dalla Repubblica e in questo esilio ha approfittato per procurarsi nuove armi. Ora è lui il grande trasformatore.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

Una Risposta a La mondializzazione della poesia

  1. Fabia Ghenzovich ha detto:

    Mi auguro che la poesia possa svolgere un ruolo di rivelazione e trasformazione che possa contrastare il nulla che avanza:nulla culturale, politico e sociale nella omologazione e distruzione di identità e coscienze.
    Mi auguro che la poesia dia nuova spinta a quel movimento interiore di risveglio dagli inganni mediatici e di amore per la vita che gli antichi ci hanno trasmesso.

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