Il documento che segue è stato consegnato il 12 ottobre scorso da due rappresentanti della precarietà italiana al Vice Direttore della Sede di Banca d’Italia Milano, il Dr. Giovanni Mario Alfieri, che è stato obbligato a riceverli, avente come destinatario Mario Draghi. Tale iniziativa si è svolta nell’ambito del lancio della manifestazione nazionale degli Indignados italiani del 15 ottobre a Roma.

All’attenzione dei direttori della Banca Centrale Europea e Banca d’Italia
Jean Claude Trichet e Mario Draghi

Spettabili Direttori,

Ci chiamiamo Natalia e Ulisse. Non siamo banchieri, né capitani d’industria, né broker finanziari, né titolari di agenzie di rating; non siamo capi di governo o ministri delle finanze. Non siamo il genere di persone con cui andate abitualmente a colazione. Siamo un’educatrice e un ricercatore universitario. O meglio, proviamo a esserlo. Io, Natalia, avevo un contratto a progetto ma ora il progetto – che sorpresa! – è finito, e sono a casa (integra se vuoi); io, Ulisse, ho finito il dottorato di ricerca, e, mentre perdo il mio tempo dietro a concorsi e applicazioni che non vincerò mai, lavoro come partita iva in monocommittenza, a mille euro al mese, con contratti semestrali. Siamo due precari qualunque, insomma. Siamo lavoratori come molti, moltissimi altri: operai, operatori di call center, facchini, magazzinieri, autotrasportatori ecc… Anzi, ve lo dobbiamo rammentare, perché di sicuro la cosa vi è sfuggita: siamo la maggioranza della popolazione lavorativa in questo paese.

Il particolare non è secondario; si, perché non dovete credere che questa nostra sia l’ennesima narrazione lacrimevole della miseria (sfiga?) che ci attanaglia, verso la quale sfoderare il vostro paternalistico sorriso, e che liquiderete con la proverbiale pacca sulla spalla. Non veniamo con il cappello in mano a chieder l’elemosina: questo lo lasciamo al nostro governo.

Noi non chiediamo, pretendiamo. Esattamente come avete fatto voi, con la vostra lettera minatoria del 5 agosto. Dopo aver osservato, con compiacente disinteresse, banche d’affari e speculatori finanziari arricchirsi scommettendo sui debiti della gente comune, e aver coperto la loro bancarotta quando la bolla speculativa è esplosa, usando soldi pubblici, adesso osate fare ingiunzioni; osate rimproverare un paese per la sua insolvenza sventolando lo spauracchio del default, dopo averne prosciugato le risorse per salvare i vostri amici; osate pretendere. Ebbene, adesso pretendiamo noi. Voi avete la forza del denaro. Noi abbiamo la forza delle moltitudini, delle idee, e della rabbia.

Voi chiedete la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, attraverso privatizzazioni su larga scala.

Noi chiediamo invece il libero e consapevole accesso ai beni comuni: il diritto alla casa, e a uno spazio per la realizzazione e l’organizzazione della propria vita; il diritto alla formazione e all’istruzione, e a spazi per la produzione di sapere collettivo; il libero accesso all’informazione, attraverso la rimozione dei vincoli che lo limitano; il diritto alla comunicazione, con il libero accesso ai canali e ai media di comunicazione sociale e culturale; il diritto alla mobilità, e la garanzia della libera circolazione dei corpi, tramite la fruizione agevolata dei mezzi di trasporto; il diritto alla socialità, e a spazi comuni d’incontro e di relazione.

Voi chiedete la riforma ulteriore del sistema di contrattazione salariale collettivo, permettendo accordi a livello d’impresa e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.

Noi pretendiamo la cancellazione dell’art. 8 e dell’accordo tra sindacati e confindustria del 28 giugno, rifiutiamo il ricatto della trattativa locale, che di fatto consegna i salari e le condizioni di lavoro all’arbitrio delle aziende, condanniamo il ruolo connivente delle sigle sindacali confederali, che svendono per trenta denari i lavoratori in cambio della legittimazione alla propria esclusiva sulla rappresentanza. Chiediamo invece la riduzione delle tipologie contrattuali, a fronte dell’attuale proliferazione di accordi collettivi, originati da una divisione del lavoro che non esiste più. Chiediamo di definire in un’unica cornice giuridico – contrattuale le garanzie di base a tutela del lavoro a prescindere dall’attività svolta e dal settore di appartenenza. Chiediamo un salario minimo orario e, per le attività non misurabili in termini di tempo, una retribuzione minima

Voi chiedete licenziamenti più facili, e indorate la pillola auspicando un welfare moderno e un sistema di ricollocazione impraticabili perché non finanziati.

Voi chiedete il pareggio di bilancio e il pagamento del debito.

Noi chiediamo l’accesso incondizionato al reddito di esistenza, a prescindere da qualsiasi condizione professionale, etnica, sessuale, generazionale, affinché sia riconosciuto che siamo produttivi anche solo vivendo.

Noi rivendichiamo il diritto all’insolvenza, il diritto a riappropriarci di ciò che ci è stato sottratto, con la forza e con l’inganno, da banche, speculatori finanziari, e un governo connivente. Vogliamo esercitare tale diritto come moltitudine, ponendo le nostre esigenze di produzione e cooperazione sociale prima di qualsiasi esigenza legata a logiche di profitto e  sfruttamento.

Questo noi chiediamo, anzi pretendiamo. E lo grideremo a gran voce oggi, in varie piazze d’Italia, e sabato 15 ottobre a Roma. Perché siamo stati buoni, ma mai stupidi. E ora non siamo neanche più buoni.

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