[Riproponiamo questo articolo apparso il 19 /11 /2011 su Globalproject]
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“Guardali questi buoni e giusti! Chi odiano essi massimamente? Colui che spezza le loro tavole dei valori, il distruttore, il delinquente: – questi però è il creatore.” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Monti si è presentato al Paese con una fiducia parlamentare senza precedenti. Fortunatamente 150.000 studenti lo hanno sfiduciato preventivamente, invadendo le piazze di oltre 50 città italiane. “Diffidenti!”, penserà l’elettore di sinistra, ancora sazio della destituzione, a mezzo dei mercati finanziari, del tiranno. “Profumo è stato rettore illuminato!”, inciterà la stampa “amica”.Sgomberiamo il campo dalle scemenze: per quale motivo gli studenti medi e universitari non hanno atteso molto per scendere in piazza? Perché le riforme Gelmini sono state scritte dal “Partito della Bocconi”, e questo, per chi ha vissuto nell’onda dei movimenti, negli ultimi tre anni, è cosa nota. Sono stati gli economisti della Bocconi, da Perotti a Giavazzi, a salutare con entusiasmo la costituzione dell’Aquis (la federazione dei cosiddetti atenei virtuosi) nella primavera del 2008 e poi, a seguire, ad anticipare con editoriali affilati tutte le mosse della “brillante” avvocatessa della provincia lombarda. È stata la Bocconi il think thank del definanziamento dell’università pubblica (Legge 133) e della differenziazione dei finanziamenti stessi (in base alla valutazione del grado di virtù di ogni ateneo); la Bocconi ha progettato nel dettaglio la distruzione del diritto allo studio in favore del modello anglosassone del prestito d’onore ovvero dell’indebitamento studentesco; e ancora la Bocconi ha imposto, meglio assai meglio del Partito di Repubblica, l’ideologia meritocratica: solo i meritevoli – che prevalentemente sono coloro che hanno avuto maggiore fortuna di nascita e nella vita, come direbbero i teorici della giustizia alla Rawls ‒ possono andare a scuola e all’università, gli altri si arrangiano. Già questo, senza bisogno di particolari aggiunte, chiarisce la naturale diffidenza del movimento studentesco nei confronti del governo del professor Monti.

Ma forse è un altro, e più profondo, il motivo che ha spinto decine di migliaia di studenti a scendere nuovamente in piazza. C’è una consapevolezza solida, ormai, tra le giovani generazioni: senza risorse pubbliche, non c’è governo amico, non c’è ministro illuminato, non c’è trattativa possibile. E dunque si torna al problema del debito: chi scende in piazza, da Oakland a Roma, da Londra a Milano, non vuole continuare a regalare la ricchezza comune alle banche, agli hedge fund, ai fondi pensione, a quel biopotere capitalistico fatto di precarizzazione del lavoro e finanziarizzazione del welfare e dei consumi (l’indebitamento privato indispensabile per comprare una casa o una macchina, pagare le tasse universitarie o la sanità), nuova accumulazione originaria (privatizzazioni) e monetarismo.

Le piazze del 17, allora, sono i primi segni di luce che rispondono ai toni plumbei degli editoriali di Mauro o Panebianco, al neo-presidenzialismo de facto di Napolitano e all’afasia delle sinistre tutte. Saranno in primo luogo gli studenti, oltre e contro la Lega, a contestare dal basso l’austerity senza giullari, escort e pagliacci del governo Monti. Bene così, altrimenti c’era d’aver paura.

Ora, però, vale la pena chiedersi: sarà effettivamente facile criticare o mettere all’angolo il governo di Salute pubblica Napolitano-Monti? Considerando il consenso parlamentare e quello registrato nel Paese dai primi sondaggi, sembrerebbe proprio di no. Se poi proviamo a leggere con attenzione le prime indicazioni che ci sono state fornite dal discorso di Monti e dai suoi commenti, è evidente che la sfida dei movimenti sociali oggi è non solo diversa, ma assai più complicata.

L’esempio più fecondo, forse, è quello relativo alle ipotesi di riforma del mercato del lavoro. Ne parla compiaciuto l’editoriale di Pietro Ichino, oggi (19.11.2011) pubblicato sul Corriere della sera. Non è un segreto, infatti, che sarà proprio il giuslavorista del Pd ad offrire il destro ai decreti e ai disegni di legge del nuovo governo in materia di lavoro e welfare. La proposta di Ichino – che sembra non essere la posizione ufficiale del Pd, per quanto sia l’unica che si conosce ‒ è semplice, europea, insidiosa: contratto unico, a tempo indeterminato, per tutti i neo-assunti, una volta superato un periodo di apprendistato; flessibilità in uscita e dismissione dell’articolo 18; riforma in senso universalistico degli ammortizzatori sociali, dal sussidio di disoccupazione alla formazione permanente. Ciò che Ichino propone è un nuovo patto generazionale e, in accordo con il discorso di Monti, il superamento del dualismo del mercato del lavoro italiano. Nel rifiutare la logica di Ichino occorre essere molto accorti: non si può semplicemente difendere, con la Cgil, le garanzie di chi è già garantito! Se i movimenti non saranno in grado da subito di chiarire questa differenza, il rischio è assai grosso. L’accusa di conservatorismo non mi spaventa, il problema, semmai, è il distacco tra istanze politiche di movimento e desiderio proletario. Combattere Ichino e Monti significherà pretendere senza timidezza un reddito garantito e incondizionato! Ancora, è possibile coniugare la difesa dei diritti acquisiti (che riguardano solo una fetta, ormai, del mercato del lavoro) con la conquista di diritti di nuova natura, di un welfare universale? È possibile unire le generazioni piuttosto che disporle in lotta l’una contro l’altra? Queste sono le giuste domande che i movimenti devono sapersi porre in questa fase, le domande a cui provare a dare delle risposte.

Mi pare un altro, poi, il fronte decisivo dello scontro. È sempre un articolo del Corsera di oggi a rendere la questione più esplicita: in pochissime righe il «piromane» (come direbbe il “compagno” Sallusti) Ostellino chiarisce che l’unico riformismo possibile, a fronte dell’aumento dei tassi di interesse del debito pubblico e, conseguentemente, delle condizioni imposte dalla Bce, è quello che sceglie la via delle privatizzazioni. Come ripagare al meglio il debito, si chiede Ostellino? Con una patrimoniale, siamo matti? Basta vendere tutto, spiagge, edifici. E poi chiaramente aumentare le tasse universitarie, come ha fatto Cameron in Inghilterra, un altro piromane. Il movimento referendario, quello che ha imposto l’abrogazione del decreto Ronchi, deve oggi saper cogliere la novità della sfida: ci vuole una federazione di movimenti urbani che sappiano conquistare e difendere i beni comuni, dalle risorse naturali ai servizi, siano essi la mobilità, la cultura, la gestione dei rifiuti. Tornare alle origini del moderno, ai discorsi di Putney, alla radicalità dei levellers e dei diggers. Produrre il comune e difendere il comune, questa è il terreno dello scontro.

Saranno sufficienti i movimenti italiani per definire un’inversione di rotta? La risposta è no. Ma il problema non è della forma movimento, il problema, semmai, è il perimetro nazionale. Senza un vero e radicale movimento europeo è impensabile il cambiamento, questo dobbiamo cominciare ad affermarlo con una certa forza! I motivi di questa affermazione cominciano ad essere ovvi. Il nodo – ma è un nodo anche per il riformismo liberal, da Krugman a Roubini – è la funzione della Banca centrale europea, la revisione dei Trattati. Sarebbe decisivo, per i movimenti, non limitarsi a parlare di default selettivo (o ristrutturazione del debito), ma anche imporre dal basso la necessaria unificazione della fiscalità e di conseguenza del welfare europei, l’istituzione degli Eurobond ovvero la socializzazione comunitaria del debito, tutti passi che potrebbero far procedere l’Europa verso una costituzione politica forte, fin qui assente o del tutto affidata alla violenza della governance finanziaria. L’alleanza programmatica – e puramente tattica ‒ che propongo, con un certo riformismo neo-keynesiano, più accademico che politico (ahimè), deve essere continuamente accompagnata da un conflitto radicale che insista sulla costruzione e la difesa del comune, sia esso naturale o artificiale. È vero, però, che solo a partire da un’insistenza europea e costituente dei movimenti, è possibile affermare la potenza del comune contro le nuove enclosure, la rendita, l’ingiustizia.

Una Risposta a Il ribelle e il banchiere

  1. carlo ha detto:

    Un movimento di respiro europeo sarebbe agevolato da un’Unione Europea politica e non solo commerciale e monetaria. Ma le proposte di questi giorni puntano ad unificare gli “strumenti” (fisco, procedure, regole economiche, coefficienti finanziari e di bilancio, ecc) e tutto ciò che può interessare l’universo aziendale. Sul versante dei cittadini e lavoratori restano legittime le diversificazioni più varie che rappresentano i contenitori in cui si scaricano i risultati della competizione fra le aziende europee. Bisognerebbe richiedere uguaglianza degli standard dei servizi come coefficiente imprescindibile al pari del rapporto debito/PIL. Se si continua a richiedere regole e standard solo sul lato della produzione e dello scambio, gli spread tra gli stati e tra le aziende si traducono in diseguaglianze nella cittadinanza europea.

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