Un libro per tutti e per nessuno

Dario Narducci

Quando, ormai due anni fa, chiesi ai quattro autori dell’Ape e l’Architetto la liberatoria per la ripubblicazione della loro opera temevo sinceramente di riceverne un cortese diniego. Perché L’Ape e l’Architetto è uno di quei libri che, a una lettura superficiale, appare come un nobile reperto storico − impossibile da ignorare ma troppo legato a un’epoca ormai lontana perché possa essere riproposto ai lettori di questo nuovissimo millennio. Ciccotti e De Maria arrivano a definirlo «un libro impossibile da leggere». Ovviamente dissento. A me pare piuttosto che a questa riedizione datata 2011 ben si addica un sottotitolo già letto altrove: un libro per tutti e per nessuno.

L’Ape e l’Architetto è infatti un libro per tutti per le tematiche che investe. È anche un libro di epistemologia. Uno dei temi centrali dell’Ape e l’Architetto è infatti l’analisi dei modi di produzione della scienza. Che non vuol dire solo analisi dell’interazione tra portati scientifici e contesto sociale di riferimento ma anche e soprattutto analisi delle connessioni interne tra il modus operandi degli scienziati all’interno di un quadro storico-politico dato e le rappresentazione formali del mondo che ne scaturiscono. Analisi che gli autori condussero con un approccio che era originale ai tempi della prima pubblicazione del testo − e che tale purtroppo resta anche in questi primi anni del XXI secolo. Fu infatti una delle occasioni largamente perdute negli anni Settanta quello di far scaturire, tra le infinite reazioni polemiche che il testo generò, una riflessione estesa e sistematica circa i limiti dello scientismo tardo-positivista che, curiosamente, conviveva allora senza particolari problemi con l’ideologia marxista dominante. Qualche eccezione importante vale la pena di rammentarla, dalla rivista «Sapere» e dall’ottimo e un po’ dimenticato lavoro di Giulio Maccacaro fino all’impresa di «Testi & Contesti» di Arcangelo Rossi. Ma molto di più sarebbe stato opportuno e necessario. Con il risultato che, mentre molti dei temi che L’Ape e l’Architetto sollevò sono diventati sentire comune senza una significativa ulteriore elaborazione, altre questioni, almeno altrettanto importanti, hanno trovato negli anni successivi risposte che hanno prescisso dai molti caveat evidenziati dai quattro autori. E forse proprio per questo L’Ape e l’Architetto è un libro per tutti, perché offre spunti estremamente attuali su questioni che questo scorcio di tarda modernità vive sulla propria pelle: gli irrazionalismi antiscientifici, comunque paludati; il post-luddismo che inevitabilmente affianca gli entusiasmi a volte acritici verso la socialità 2.0; le nuove forme dell’autonomia del Politico di fronte alle complessità tecnologiche e alla loro pervasività nella vita collettiva ed individuale; la crisi della democrazia sostanziale di fronte alle opzioni aperte dal rapido e a volte tumultuoso avanzare delle tecnologie. Tutti temi che stanno dentro il testo e che è auspicabile possano tornare oggetto di riflessione anche a partire dalla lettura (o dalla rilettura) dell’Ape e l’Architetto.

Che è però anche un libro per nessuno. Che sia un libro difficile, ricco di rimandi a costrutti e filosofie che non costituiscono più un terreno condiviso di competenze e conoscenze, almeno per le generazioni più giovani, è un dato di fatto. I trentacinque anni trascorsi dalla prima edizione non sono pochi, e questo paese ha vissuto nel frattempo trasformazioni sociali, ideali e politiche profonde. Ma questo non rende L’Ape e l’Architetto un testo muto, per cultori della memoria o per nostalgici tout court. Anzi. Nel proporne la ripubblicazione integrale ci siamo in effetti domandati a chi questo libro avrebbe potuto parlare e quali reazioni la sua riproposizione avrebbe potuto generare. Del fastidio che un libro infarcito di ideologia marxiana (e a volte marxista) potrà forse dare ai cultori della modernità post-ideologica non credo varrà la pena di curarsi. Né credo possa preoccupare l’arroccamento sullo scientismo ingenuo di quella parte della comunità scientifica che vorrà rammentaci come un grave cada nello stesso modo a New York e a Pyongyang. Di più interessa invece l’impatto che la rilettura di queste pagine potrà avere su quella parte della comunità scientifica e filosofica che ha continuato a coltivare il gusto dell’interrogazione sui princìpi e sui fondamenti dei saperi. Come anche, per converso, su quanti, in altri ambiti culturali, hanno costruito una critica alla scienza che, partendo dalla Dialettica dell’Illuminismo e dalla Scuola di Francoforte, è approdata alle sponde del relativismo culturale − la scienza come un modo tra gli altri di pensare il mondo. Ad entrambi questo libro (e i saggi che lo corredano e lo commentano) offrirà un’occasione di riflessione − e magari di irritazione, come è giusto. Perché L’Ape e l’Architetto scrive una critica della scienza che è da un lato critica all’assolutismo della scienza (la scienza che si muove con dinamiche sue interne verso sorti necessariamente magnifiche e progressive) e dall’altro è critica a quella critica francofortese della scienza che oggi, seppelliti Adorno, Horkheimer e Pollock, ha prodotto, certamente al di là delle proprie intenzioni, gli estremismi alla Feyerabend, che pongono sullo stesso piano la costruzione rigorosa dei saperi (plurali) e quella di concezioni del mondo irrazionalistiche e aprioristicamente oppositive nei confronti della scienza. Non è stato infatti nelle corde dell’Ape e l’Architetto né d’essere pars destruens verso l’edificio storico della scienza o verso la specificità e l’eccellenza del suo metodo quando rivolto verso obiettivi consoni e possibili; né, d’altro canto, d’essere supporto ad una santificazione della scienza come sapere non criticabile e non storicamente, economicamente e politicamente determinato. Questo tertium, che fu l’obiettivo dell’Ape e l’Architetto, resta una porta stretta, che fa di questo lavoro un testo ancora oggi scostante e imbarazzante. Ma che, proprio per questo, è giusto sia tornato sugli scaffali delle librerie italiane, nella speranza non del tutto sopita che da queste pagine possa ripartire una discussione razionale e aperta sul ruolo delle scienze nella cultura moderna e nella costruzione dell’ethos contemporaneo.

 

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