Vladimiro Giacché

Mentre scrivo queste righe, si fanno sempre più chiari – per chi li voglia vedere – i risultati della più recente avventura bellica intrapresa dalla Nato: la Libia ci dà quotidiana testimonianza di bombardamenti su città (alla faccia della risoluzione Onu n. 1973 e della sua pretesa «protezione dei civili»), pogrom di neri, miseria e morte in uno paese regredito alla violenza tribale e forse alla perdita della stessa configurazione statuale. Nel frattempo, sul suo terreno si redistribuiscono le carte delle major dell’energia: e guarda caso vince Total. È un buon punto di partenza per raccontare questi 20 anni di guerre: Irak 1, Jugoslavia 1 e 2, Afghanistan, Irak 2, e ora – appunto – la Libia. Tutte queste avventure hanno infatti due tratti in comune, evidenti nella vicenda libica.– Le motivazioni di copertura. La copertura mediatica dell’aggressione militare attraverso obiettivi «umanitari» o di rispetto della legalità internazionale. Quest’ultimo motivo fu invocato per la prima guerra contro l’Irak e la guerra contro l’Afghanistan, in tutti gli altri casi è stato invocata la motivazione “umanitaria” variamente declinata: difendere i diritti umani, cacciare un dittatore, ecc. Queste motivazioni sono state in genere accompagnate dalla necessità di uno State building, cioè di sottrarre cioè il Paese-bersaglio al triste destino di failed State. Il risultato è stato, in tutti i casi considerati, la distruzione dello Stato «da salvare», spesso con un numero elevatissimo di vittime civili. Ciò nonostante, questo genere di motivazioni mantiene una sorprendente capacità di far breccia nell’opinione pubblica.

–      Le motivazioni reali. In tutti i casi considerati la guerra è avvenuta sul territorio di un Paese ricco di risorse petrolifere (Irak 1 e 2, Libia) o punto di passaggio di corridoi di trasporto dell’energia (Jugoslavia 1 e 2 e Afghanistan). Ma quelli delle industrie petrolifere non sono gli unici interessi economici implicati in queste guerre di aggressione. Un altro aspetto che le accomuna è il sostegno offerto all’industria militare dei Paesi aggressori: in primis degli Stati Uniti, ma ora anche di Francia e Regno Unito (utile memento del fatto che il complesso militare-industriale – comparto di grande rilievo nell’economia nazionale e per conseguenza assai influente sulle scelte politiche – non caratterizza soltanto gli Usa, ma anche questi due Stati dell’Unione Europea). Un altro aspetto, che collide in modo stridente con l’idea – purtroppo diffusa – che queste aggressioni militari rappresentino guerre di nuovo conio tipiche di una fase storica «postimperialistica», è lo stabilimento di basi militari sul territorio target dell’attacco. In Kosovo c’è oggi la base militare Usa più importante d’Europa, e lo stesso può dirsi per l’Irak rispetto al Medio-Oriente.

L’aspetto per il quale queste guerre di aggressione si distinguono tra loro è per la geometria variabile di alleanze che le ha volta per volta sostenute. In questa varianza possiamo scorgere la conseguenza dei cambiamenti in atto nei rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti sotto un profilo cruciale: quello del confronto tra aree valutarie. Si è così passati da un Irak 1 in cui l’intesa tra Usa e Ue era totale (l’euro era ancora di là da venire), alle guerre jugoslave in cui è parso evidente (soprattutto nel caso del Kosovo) il ruolo di spinta degli Stati Uniti e la refrattarietà iniziale di una parte almeno dell’establishment europeo (e alla guerra del Kosovo non a caso ha fatto seguito un significativo peggioramento delle ragioni di scambio dell’euro nei confronti del dollaro). E ancora: partecipazione congiunta (a guida Usa) in Afghanistan, ma forte opposizione di parte dell’Europa all’avventura irachena: era infatti evidente che una dollarizzazione dell’Irak avrebbe compromesso una delle direttrici di espansione della moneta unica europea, quella verso Africa del Nord e Paesi arabi. Questo però avveniva prima della crisi che ha sconvolto i Paesi a capitalismo maturo dal 2007 in poi. E infatti nel caso libico non soltanto l’Europa non ha fatto resistenza (pur con qualche distinguo di Germania e altri Stati minori) ma Francia e Regno Unito hanno esercitato addirittura un maggior ruolo di spinta rispetto agli stessi Stati Uniti. È probabilmente un importante segnale che indica  una nuova fase. Ma è anche una fase nuova rispetto a quanto ci racconta la storia del capitalismo? Niente affatto. Per capirlo è sufficiente rileggere qualche riga di un vecchio libro: «Venendo meno la valorizzazione del capitale, ne consegue la necessità del carattere aggressivo dell’imperialismo», sia verso l’interno, con «l’inasprirsi della pressione contro la classe operaia, per alzare la valorizzazione con il calo dei salari», sia «verso l’esterno, per rendere tributarie le nazioni straniere allo stesso fine», ossia garantendosi l’«affluenza di plusvalore addizionale proveniente dall’esterno» (Henryk Grossmann, La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, 1929).

 

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