Alberto Burgio

Da dieci anni, dall’inizio della «guerra contro il terrorismo» scatenata all’indomani dell’11 settembre, si parla di nuove guerre. La guerra è cambiata nelle sue forme, nelle sue finalità. E nelle sue conseguenze. Non la si dichiara più e la si pianifica dissimulandola. La si combatte sotto mentite spoglie (non sono guerre, sono missioni internazionali di pace) e nobilitandola come difesa dei diritti e della democrazia. Soprattutto, le guerre regionali non sono più, da vent’anni ormai, metafore del grande scontro geopolitico tra l’Impero del Male e il Mondo Libero, avendo quest’ultimo vinto un’altra guerra, fredda, cominciata prima ancora della fine della Seconda guerra mondiale e durata quasi mezzo secolo tra il 1945 e il 1991.Insomma, c’è molto di nuovo nelle nuove guerre. Ma c’è anche molto di antico. Oggi, è vero, la guerra è «impossibile», non risolve i conflitti che l’hanno originata o ne produce di nuovi, ancor più dirompenti. Proprio il caso della guerra americana contro il terrorismo è esemplare. Gli Stati Uniti vi entrano da superpotenza globale e ne usciranno – quando sarà – da potenza declinante, ridimensionata nelle funzioni e nelle ambizioni. George W. Bush incarna un sogno americano che si presenta ancora come sogno universale. Dieci anni fa il Washington Consensus è la Costituzione materiale di tutto il mondo capitalistico e sembra in grado di imporsi anche al resto del pianeta. Poi arrivano in ordine sparso l’Iraq, la scoperta delle clamorose falsificazioni seminate per giustificare l’attacco su Baghdad, la distruzione delle garanzie costituzionali negli Stati Uniti, la crisi del debito, le torture di Abu Ghraib e Guantanamo, la grande crisi finanziaria. Paradossalmente, scomparsi l’Urss e il suo blocco geopolitico, gli Stati Uniti si ritrovano oggi avvitati in una crisi storica irreversibile. Senza avere perso la guerra sul campo, l’hanno persa nei fatti. Appunto perché la guerra non serve né a ciò per cui la si fa né, tanto meno, a ciò per cui si afferma di farla.

Lo stesso vale, probabilmente, per l’ultima guerra della Nato, decisa nel nome della democrazia allo scopo di riscrivere la carta politica del Medio Oriente e della sponda meridionale del Mediterraneo. Stati Uniti, Inghilterra e Francia hanno deciso di sbarazzarsi di Gheddafi. L’Italia si è accodata, secondo la tradizionale cifra opportunistica della sua politica estera, e dopo pochi mesi dal baciamano di Berlusconi a Gheddafi è stata la base di lancio del maggior numero di bombardieri diretti a Tripoli. La Nato ha inteso sfruttare la guerra civile apertasi in Libia sullo sfondo delle primavere arabe per mettere le mani sui giganteschi giacimenti di petrolio del paese. Ma, nuovamente, quella che si annunciava nei piani dei liberatori occidentali come una guerra-lampo si è rivelata un pantano al quale difficilmente seguirà un nuovo ordine politico e sociale agevolmente controllabile. La guerra civile rischia di diventare endemica, come in Afghanistan, mentre la crescente influenza della Turchia rischia di far saltare il disegno di imporre alla Libia un protettorato anglo-franco-americano.

Tuttavia, l’eterogenesi dei fini è una costante delle guerre moderne. Le due guerre mondiali non hanno certo prodotto gli esiti immaginati da chi le aveva scatenate. E anche il discorso sull’impossibilità o l’inefficacia delle nuove guerre andrebbe fatto con qualche cautela, non dimenticando una verità elementare. Gli Stati non sono monoliti. L’interesse generale è in buona misura un mito o un’astrazione. E in ogni guerra c’è chi perde e c’è chi vince anche all’interno delle singole parti belligeranti. I petrolieri ingrassano da vent’anni a questa parte, al pari dell’intera filiera degli speculatori che investono sull’imperialismo energetico occidentale. Lo stesso vale per l’enorme indotto della privatizzazione della guerra, fatto di produttori di armi (l’industria italiana ne sa qualcosa), di mercenari, di aziende logistiche, di compagnie addette alla sicurezza e all’intelligence. Se prendiamo sul serio il fatto che ormai anche gli Stati sono largamente privatizzati, non possiamo considerare questi effetti come corollari accidentali o irrilevanti. Essi rientrano tra le cause finali delle nuove guerre, di cui dimostrano efficienza ed efficacia.

C’è un altro aspetto che merita attenzione, sempre a questo riguardo. Grazie all’imponente apparato ideologico e mediatico mobilitato per giustificare le nuove guerre, la guerra ha finito col riconquistarsi un posto al sole nel nostro immaginario. Chi l’avrebbe detto anche solo vent’anni fa? Nei decenni della Guerra fredda la memoria della Seconda guerra mondiale faceva sì che la guerra rappresentasse, agli occhi dei popoli, un male assoluto. La speranza era che grandi conflitti bellici non si verificassero più. La corsa agli armamenti delle due grandi potenze appariva una follia dettata dall’incapacità di trovare terreni altrettanto efficaci su cui misurare le rispettive forze. E le guerre regionali, soprattutto nel Sud-Est asiatico, erano guardate con autentico orrore, considerate intollerabili insulti alla conclamata volontà di pace dell’umanità.

Oggi, nel grosso della popolazione, prevale il cinico e rassegnato realismo di chi volentieri si risparmia battaglie perse in partenza. La guerra è tornata al centro dello scenario politico, si è normalizzata: perché denunciarne ancora lo scandalo? A chi interessa oggi la causa pacifista? Risulta molto più comodo fingere di credere alle retoriche istituzionali sui diritti umani e l’esportazione della democrazia. O inchinarsi, se non altro, alla stringente logica delle alleanze. Quando, quattro anni fa, qualcuno cercò di mettere i bastoni tra le ruote al governo di centro-sinistra per aprire nel nostro paese una discussione sul rifinanziamento della guerra in Afghanistan, quel qualcuno si ritrovò isolato, guardato con sospetto e tacciato di tradimento. Certo, ad accusarlo era in primo luogo l’establishment politico e mediatico. Ma l’isolamento dimostrava che l’opinione pubblica era ormai conquistata alle ragioni delle nuove guerre, convinta, se non della loro santità, almeno della loro ineluttabilità.

Da questo punto di vista la storia è davvero cambiata tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo. E il cambiamento schiude scenari per nulla rassicuranti, considerato il profilarsi di nuove potenze globali (i Bric) mentre il declino economico e politico degli Stati Uniti non impedisce loro di disporre di una potenza militare incomparabilmente superiore a quella di ogni altro Paese. La caduta della memoria pubblica degli orrori della guerra è un fatto di enorme portata, e stupisce che non se ne parli mai. Stupisce e sgomenta.

La memoria non è un archivio inerte, dove il passato è immagazzinato per venire richiamato quando occorre. È parte viva di noi stessi, una fonte essenziale del nostro sguardo sul mondo. Ed è anche uno dei luoghi costitutivi della comunità, nella misura in cui la memoria condivisa permette di strutturare lessici, discorsi, culture e tradizioni. La memoria rilegge attivamente il presente alla luce delle interpretazioni del passato e con ciò contribuisce a dar forma al futuro. I ricordi sono un legame necessario col contesto sociale, un ponte tra individuo e collettività, senza il quale sarebbe impossibile pensare se stessi e il mondo. Per questo la politica della memoria è parte integrante e decisiva di ogni processo politico, nelle esperienze democratiche non meno che in quelle autoritarie o totalitarie. La differenza tra le une e le altre sta nel fatto che in un regime autoritario la memoria pubblica è confezionata dal potere e imposta con la violenza e col terrore, mentre in democrazia dovrebbe prendere forma in un processo aperto e partecipato, attraversato da contraddizioni e capace di rimettere sempre in gioco criticamente le interpretazioni codificate dell’esperienza passata. Quando questo processo si arresta in un punto cruciale come quello che riguarda l’uso della violenza bellica; quando l’esperienza più atroce del Novecento viene come rimossa, quasi non vi fossero punti in comune tra le guerre che hanno distrutto l’Europa tra il 1915 e il ’45, quelle che hanno sconvolto Corea, Vietnam e Cambogia tra gli anni Cinquanta e Settanta, e quelle che hanno devastato l’Iraq, i Balcani, la Somalia e l’Afghanistan in questi vent’anni, allora è come se venisse distrutto tutto un blocco di esperienza, e fosse con ciò disperso tutto ciò che si era dolorosamente imparato da lutti e tragedie immani. Dopodiché c’è da chiedersi come risponderebbero le nostre società a una nuova chiamata alle armi non più nel nome della Patria e della Razza ma in quello della Democrazia, della Civiltà e del Benessere.

 

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Una Risposta a Lo sterminio della memoria

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