Danilo Zolo

Il flagello della guerra

A differenza degli animali, l’homo sapiens fa strage continua dei suoi simili e mostra di non saperlo o di non volerlo sapere. Egli sembra ignorare, per esempio, che fra l’inizio dell’Ottocento e la prima metà del Novecento oltre 150 milioni di uomini e di donne  sono morti in guerre e in altri feroci conflitti, in gran parte nell’area europea. E le stragi sono continuate e continuano tuttora nonostante la garanzia formale del diritto e delle istituzioni internazionali. Dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, appena spenti i bagliori delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, la Carta delle Nazioni Unite aveva definito la guerra come un «flagello» (scourge) che la comunità internazionale era impegnata a cancellare per sempre dalla storia umana.La realtà è stata molto diversa. Basti pensare alle guerre che non a torto sono state definite «globali»: la guerra del Golfo del 1991, le guerre balcaniche degli anni Novanta, l’aggressione all’Afghanistan tuttora in corso per volontà dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, l’aggressione all’Iraq del 2003, gli attuali bombardamenti della Nato contro la Libia di Muammar Gheddafi, anch’essi voluti dagli Stati Uniti. E non andrebbe dimenticata la tragedia del popolo palestinese.

Sono migliaia le vittime innocenti delle guerre che le potenze occidentali hanno deciso inviando in Medio-Oriente centinaia di miglia di militari – oltre 500mila soldati statunitensi solo per la guerra del Golfo del 1991 – e ricorrendo all’uso di armi sempre più raffinate e letali come, fra le altre, le cluster bombs, le bombe «taglia-margherite» (daisy-cutter), il drone Predator, fornito dei micidiali missili Hellfire. Ma gli Stati Uniti si servono anche del napalm, del fosforo bianco e dell’uranio impoverito per colpire dall’alto i militari e la popolazione civile, come è accaduto tragicamente a Fallujah. Le conseguenze umane e sociali della guerra si prolungano ben oltre il conflitto armato, in termini di mutilazioni permanenti, di scomposizione della vita familiare, di miseria, corruzione, violenza, odio, inquinamento ambientale. E i costi delle guerre sono immensi: milioni di milioni di dollari investiti solo per la guerra del Golfo.

La produzione e il traffico delle armi da guerra è fuori dal controllo della cosiddetta «comunità internazionale». E l’uso delle armi dipende dalla «decisione di uccidere» di attori statali e non statali che decidono  secondo le proprie convenienze. Nonostante il generoso attivismo dei fautori dei diritti umani, sentenze di morte collettiva vengono emesse, al di fuori di qualsiasi procedura legale, contro migliaia di persone non responsabili di alcun illecito. La morte fa parte di una cerimonia che non sembra suscitare alcuna emozione.

 

Le giustificazioni umanitarie delle «guerre globali»

Se si adotta un approccio minimamente realistico, le motivazioni effettive delle «guerre globali» dell’ultimo ventennio possono essere agevolmente individuate. Accanto a interessi elementari come l’approvvigionamento delle materie prime, la sicurezza dei traffici marittimi e aerei, la stabilità dei mercati, in particolare di quelli finanziari, emergono in primo piano le fonti energetiche delle quali il Medio-Oriente è ricchissimo: il petrolio e il gas naturale, anzitutto. E se si pensa alle guerre scatenate dagli Stati Uniti, non si può che riferirle a un progetto di occupazione neoimperialistica del Mediterraneo orientale, del Medio-Oriente e dell’Asia centrale secondo la logica del Broader Middle East.

Una limpida conferma degli obiettivi reali delle «guerre globali» viene dalle motivazioni formalmente avanzate dalle potenze occidentali. Si tratta di motivazioni infondate e, spesso, del tutto illegali, come provano le dichiarazioni con le quali la Nato – di fatto gli Stati Uniti – ha giustificato la guerra del 1999 per la conquista del Kosovo. E si è trattato di una guerra finalizzata a risolvere  una guerra civile all’interno di uno Stato. E questo tipo di intervento è notoriamente escluso dalla Carta delle Nazioni Unite. E altrettanto può dirsi della guerra contro la Libia che gli Stati Uniti hanno deciso nei primi mesi dell’anno in corso, in collaborazione con la Francia, l’Inghilterra e l’Italia. Si è trattato di una aggressione in perfetta  sintonia con la guerra per il Kosovo, con le medesime motivazioni, con gli stessi obiettivi «umanitari», con la stessa Nato, sempre pronta a bombardare senza limiti paesi e città.

Per quanto riguarda la guerra per il Kosovo c’è da dire che la formula humanitarian intervention, con cui è stata identificata dal Presidente Bill Clinton, esprime in realtà una volontà aggressiva e opportunistica, al di fuori di ogni rispetto del diritto internazionale e delle funzioni delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto da copertura a una operazione di estremo interesse per gli Stati Uniti, che non a caso dall’alto del cielo hanno bombardato per 78 giorni la Serbia e il Montenegro, facendo strage di migliaia di persone innocenti. Un intervento armato per «ragioni umanitarie» ha comportato oltre diecimila missioni d’attacco da parte di circa mille aerei e l’uso di oltre 23mila ordigni esplosivi, fra missili, bombe e proiettili all’uranio impoverito. Il risultato è ben noto: gli Stati Uniti hanno costruito nel cuore del Kosovo l’imponente base militare di Camp Bondsteel, che oggi ospita circa 7.000 soldati ed è quasi certamente dotata di armi nucleari.

La guerra che gli Stati Uniti, assieme ai loro alleati europei, hanno scatenato contro la Libia è la prova della loro volontà di porre sotto il proprio controllo l’intera area mediterranea oltre che il Medio-Oriente e il Sud-Est asiatico. Gli Stati Uniti cercano di nascondere la loro vocazione neocoloniale e neoimperiale sotto il mantello dell’ennesima humanitarian intervention. È sufficiente una rapida lettura della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza del 17 marzo 2011, con la quale si è deciso il No-Fly Zone contro la Libia, per cogliervi una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite. La violazione della Carta è evidente se si tiene presente che il comma 7 dell’art. 2 stabilisce che «nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano alla competenza interna di uno Stato». È dunque indiscutibile  che la «guerra civile» di competenza interna alla Libia non era un evento di cui poteva occuparsi il Consiglio di Sicurezza.

Nulla è cambiato nella strategia egemonica degli Stati Uniti e questo avrà rilevanti conseguenze nei confronti del popolo libico che si finge di voler salvare dalle violenze di un dittatore. È facile prevedere che a guerra conclusa gli Stati Uniti e i loro alleati eserciteranno il loro potere per garantirsi il controllo della Libia e sfruttarne le ricchissime risorse.

 

Conclusione

L’ideologia occidentale della humanitarian intervention coincide con una strategia generale di promozione degli «interessi vitali» dei paesi occidentali. Un progetto di pacificazione del mondo richiederebbe una severa riflessione autocritica sulle radici dell’orrore che l’Occidente si è rivelato capace di produrre in un recente passato – dalle guerre coloniali ai Lager nazisti e l’Olocausto, a Hiroshima e Nagasaki – e si mostrano ancora oggi capaci di produrre. E occorrerebbe una cultura politica euroamericana orientata a un dialogo paritetico con le altre civiltà, a cominciare dal mondo arabo-islamico, in modo da fare del Mediterraneo un crocevia della pace.

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