Il potere come natura morta

Conversazione di Marco Dinelli con Lev Rubinštejn

Lev Rubinštejn, poeta e saggista, nasce a Mosca nel 1947. Considerato uno dei fondatori della scuola concettualista moscovita, è entrato nella storia della cultura russa grazie all’invenzione di un nuovo genere letterario: versi scritti su cartoncini simili a quelli utilizzati per la schedatura dei libri nelle biblioteche. I suoi testi sono circolati a lungo negli ambienti dell’underground moscovita. Le sue opere cominciano a essere pubblicate in Occidente nel 1979 e in Russia a partire dal 1989 (le sue «cartoteche» nel 1991). Negli anni Novanta e Duemila si dedica all’attività giornalistica. Ci siamo incontrati in un locale nel centro di Mosca. Abbiamo ordinato della vodka e qualche tartina al lardo. La conversazione è iniziata.

Il poeta Michail Ajzenberg parla degli anni Settanta come di una «scatola nera», una cosa in sé di cui non si è ancora riusciti a individuare un carattere specifico, un periodo non storicizzato, a differenza degli anni Sessanta, proiettati ottimisticamente verso il futuro, e degli Ottanta che segnano l’entrata della storia. Come se i due decenni fossero collegati da un anello mancante, sfuggente. Qual è la tua opinione?

Vorrei iniziare dalla cronologia. Gli anni Settanta sono stati un decennio molto lungo, durato più di dieci anni. Per me gli anni Settanta sono iniziati nel 1968, in concomitanza con vari eventi storici, per voi è stata la rivoluzione studentesca, per noi l’entrata dei carri armati sovietici a Praga. E si sono conclusi nel 1985, quando è cominciata la Perestrojka. Penso che gli eventi del 1968 siano stati molto importanti sia per la generazione degli scrittori dell’epoca del disgelo (i cosiddetti «sessantini») che per la nostra. Leggi tutto “Il potere come natura morta”

Piccola apologia della vivisezione. Intellettuali e potere.

Conversazione di Luca Rastello con Enrico Donaggio e Daniela Steila

 [Inseriamo qui il testo integrale dell’intervista apparsa sul numero di novembre di “alfabeta2”]

Inizieremo con la domanda scontata che apre le nostre conversazioni: a tuo avviso, in una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, esiste un compito dell’intellettuale?

Siamo tutti intellettuali, i mestieri immateriali prevalgono largamente su quelli materiali e la definizione di sé, della propria identità, s’inscrive molto più spesso nell’orizzonte intellettuale che in quello professionale. “Tu chi sei?” chiedi a un operaio, e lui ti risponderà: “Sono un appassionato di software”. Per questo credo che definire il concetto di intellettuale sia un po’ pericoloso, sfuggente. Tanto più lo è definirne il compito. Esiste invece un compito fondamentale dei cittadini – e quindi dell’intellettuale (qualunque cosa sia) in quanto cittadino – che ha a che fare con la situazione a dir poco sonnolenta della società italiana. Con una decadenza della prassi politica che significa – in primo luogo – restrizione di tutti gli spazi di democrazia partecipata, reale. Leggi tutto “Piccola apologia della vivisezione. Intellettuali e potere.”

Lettera alla Banca Centrale Europea e alla Banca d’Italia

Il documento che segue è stato consegnato il 12 ottobre scorso da due rappresentanti della precarietà italiana al Vice Direttore della Sede di Banca d’Italia Milano, il Dr. Giovanni Mario Alfieri, che è stato obbligato a riceverli, avente come destinatario Mario Draghi. Tale iniziativa si è svolta nell’ambito del lancio della manifestazione nazionale degli Indignados italiani del 15 ottobre a Roma.

All’attenzione dei direttori della Banca Centrale Europea e Banca d’Italia
Jean Claude Trichet e Mario Draghi

Spettabili Direttori,

Ci chiamiamo Natalia e Ulisse. Non siamo banchieri, né capitani d’industria, né broker finanziari, né titolari di agenzie di rating; non siamo capi di governo o ministri delle finanze. Non siamo il genere di persone con cui andate abitualmente a colazione. Siamo un’educatrice e un ricercatore universitario. O meglio, proviamo a esserlo. Io, Natalia, avevo un contratto a progetto ma ora il progetto – che sorpresa! – è finito, e sono a casa (integra se vuoi); io, Ulisse, ho finito il dottorato di ricerca, e, mentre perdo il mio tempo dietro a concorsi e applicazioni che non vincerò mai, lavoro come partita iva in monocommittenza, a mille euro al mese, con contratti semestrali. Siamo due precari qualunque, insomma. Siamo lavoratori come molti, moltissimi altri: operai, operatori di call center, facchini, magazzinieri, autotrasportatori ecc… Anzi, ve lo dobbiamo rammentare, perché di sicuro la cosa vi è sfuggita: siamo la maggioranza della popolazione lavorativa in questo paese.

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