Simone Pieranni

I cinesi hanno un nome per ogni cosa con rigorose caratteristiche locali. Le fiction che risultano essere gradite al partito si chiamano Socialist mainstream melody (shihui zhuyi zhuxuanlu). Quello che non volevano i governanti cinesi invece, era scritto molto chiaro, senza lesinare parole: «Non vanno bene le fiction che non descrivono lo spirito coraggioso dei “lavoratori-contadini-soldati” e degli intellettuali durante il Periodo delle riforme in modo colorato e vivo e che si perdono dietro storie d’amore invogliando anche i rapporti extraconiugali». Anni Ottanta, quando la Cina stava per mettersi ai blocchi di partenza, dopo aver visto la morte di Mao, la fine della Rivoluzione culturale e l’arresto della Banda dei Quattro: Deng Xiaoping pronto a riportare il paese a essere la Terra di Mezzo.Oggi forse alcune richieste piuttosto pudiche (anche se negli anni scorsi una serie televisiva fu tagliata perché dal «contenuto scurrile») non esistono più, ma la presenza del Partito e della sua ideologia all’interno della televisione cinese è più che mai evidente, ma in modo del tutto nuovo. Ha cambiato le forme, le dinamiche, anche gli oggetti e le epiche: la storia millenaria cinese, del resto, offrirà sempre un momento storico, un imperatore, un condottiero o un umile contadino, in grado di rappresentare la Cina contemporanea. O meglio, quella che il partito vuole vedere non solo rappresentata, ma anche amata, apprezzata, sentita. Alla faccia di quell’animale strano da controllare che è internet, regno della confusione e delle opinioni in pericolosa libertà, la televisione rappresenta quanto più i politici cinesi anelano: la stabilità.

Il pubblico sembra accettare lo status quo, ma come al solito ogni evento cinese viene vissuto nella sua duplice veste: da un lato di rispetto, dall’altro di scherno. Un amico cinese spesso definisce i suoi compatrioti come persone, «confuciane nel vestire, ma taoiste internamente». Una descrizione che ben rappresenta anche l’azione digestiva dei contenuti propinati dalla televisione: apparentemente attenti, nel proprio intimo i cinesi sembrano essere certi di assistere solo a spazzatura propagandistica, passata per intrattenimento. Anche per questo la televisione sembra essere ormai patrimonio solo di una certa parte della popolazione, quella più anziana o sedimentata nelle aree rurali. Nelle grandi città ormai l’informazione viaggia su internet. I giovani, della televisione e della mascherata armonia del governo, non sanno che farsene. E nemmeno sembrano crederci.

Su Cctv è in corso una fiction relativa al periodo della guerra contro i giapponesi. Su altri canali dell’emittente di Stato cinese ci sono programmi di intrattenimento sullo stile delle trasmissioni pomeridiane in Italia. Qualcosa di simile a storie vere, raccontate con pathos e trasporto dai protagonisti cinesi. Ci sono lacrime, rivelazioni, storie di dramma familiari, in alcuni casi anche liti tra ospiti e presentatori. Molte, le canzoni, cantate a ritmi pop con balletti strambi, dal giovane o dall’uomo o donna in divisa del caso. Studi un po’ antiquati, montaggi talvolta maldestri e quell’incredibile effetto di applausi applicato anche quando il pubblico sembra completamente silente. Ci sono poi alcuni programmi sportivi, il biliardo d’estate è tra i più gettonati, film d’azione a nastro continuo (di Hong Kong, memori del proprio passato, ma anche americani: se possibile caotici e con tanti cambiamenti di trama a confermare il sospetto che gli occidentali siano gente poco affidabile) e approfondimenti sui fatti di cronaca. Ai cinesi piacciono molto le ricostruzioni, non c’è da stupirsi visto che tirano giù e ricreano anche opere d’arte antiche senza alcun problema: tempo fa un ladro era entrato nella Città Proibita, uno dei posti più sorvegliati al mondo. Un programma dedicò un’ora a descrivere i movimenti dell’uomo all’interno della Città Proibita, senza chiedersi mai come sia stato possibile entrare in un posto controllato da 1600 allarmi e da 3500 telecamere (per non parlare dei 3700 allarmi anti incendio).

La Cctv e gli altri canali cittadini alternano i programmi agli spot pubblicitari, infarciti di marche e propaganda. Lo spazio lasciato a quest’ultima e fondamentale attività del Partito sembra essere posta in secondo piano, a meno di eventi clamorosi come il recente novantesimo compleanno del Partito comunista cinese, rispetto a un intrattenimento generale che verte su come era la Cina (le fiction antiche) e come si sta sviluppando (i tanti programmi di informazione economica o quelli sulle città cinesi e il loro sviluppo). La televisione rispecchia il paese: alla rincorsa del benessere, con il tempo dedicato all’ozio che sia solo piacere o leggera ammirazione dei duri tempi che furono, tinti ormai di un presente ben più ricco.

Date queste premesse si può ben dire che se la propaganda del Partito è lasciata fuori per quanto riguarda la vistosità dei potenziali messaggi, la televisione cinese rappresenta la somma socio-mediatica dell’armonia e della stabilità voluta dal Partito. È qualcosa che va più in là della propaganda, mangiata e digerita ormai da ogni cinese, come evento naturale della propria vita. Benché la televisione come strumento di massa sia arrivato tardi in Cina, dopo il primo periodo che va dal 1958 agli anni Ottanta, in breve tempo i cinesi hanno saputo legare a doppio filo lo sviluppo del paese, con una sana televisione ora di ricordo e nostalgia, ora di svago e armonia, in grado di anestetizzare strani comportamenti. Se oggi si dice che il web sia censurato, è semplicemente perché, al contrario della televisione, gli ingegneri locali non hanno trovato una soluzione alle possibilità da parte degli utenti di creare contenuti. La televisione locale non consente quest’ultimo passaggio, liberando così il magico mondo del Partito che ogni cinese non sa di voler vedere ogni giorno.

Al riguardo c’è un’ulteriore riflessione da fare, che vale per la televisione come per il web. Così come la maggioranza dei cinesi non conosce facebook, così la maggior parte degli spettatori cinesi non sa cosa sia la Bbc. Nessun problema, perché il governo non lascia il povero cinese orfano di tanti strumenti creati dai laowai, gli stranieri. Al contrario ne crea di simili, attaccando a doppia mandata le caratteristiche cinesi e coccolando l’utente ora, il telespettatore poi, sostenendo il mantra ufficiale: solo i cinesi conoscono i cinesi. Ed ecco il salto mortale che fa ricadere il cinese su un materasso morbido e profumato. Volete parlare con altre persone, condividere i vostri pensieri, le foto, chattare, giocare? Nessun problema, vi creiamo Caixin, la Rete della Felicità: divertiti, poka, tagga, metti in bacheca la foto del tuo cane e lascia perdere le cose serie. A quelle ci pensa il Partito, che non va celebrato, perché la televisione deve celebrare il progresso, la Nuovissima e Ricca Cina: va da sé che tutto ciò è merito del Partito. E al cinese va bene, preso da problemi pratici che oscillano ˗ a secondo del proprio reddito ˗ fra trovare bottiglie di plastica da rivendere a 1 mao l’una (dieci centesimi di euro) per trovare i soldi e pagare i miseri 500 yuan d’affitto (circa 50 euro) o capire dove parcheggiare la Lamborghini nuova di trinca, dato che nel garage c’è già una Maserati.

In televisione è accaduto la stessa cosa del web, con qualche anno di anticipo: vuoi l’informazione in inglese? Ecco Cctv News, uno spot costante della Cina, tra mirabolanti futuri, megacostruzioni (dighe, ponti, treni, centrali nucleari, stazioni spaziali, satelliti su Marte) e un occhio al resto del mondo: ovvero guerre, proteste, disastri ambientali o bizzarre nozze reali o scandali sessuali da Bmovie di Hong Kong provenienti dall’Europa (vi ricorda qualcosa?) ed esperti stranieri che parlano di internet in Cina senza mai nominare twitter, facebook o YouTube. O ancora: va di moda Al Jazeera, come già prima la Cnn, con cronisti d’assalto in situazioni d’emergenza? Nessun problema: nel 2008 l’occasione migliore. Il terremoto del Sichuan mostra per la prima volta un premier cinese con le maniche di camicia arrotolate sulle piccole braccia, andare a soccorrere i feriti del disastro. Poesia, musica da sentimento, immagini strazianti, corpi salvati, o altri inerti. Speciali e dirette a getto continuo. Nel mondo si celebrò quel momento di trasparenza della televisione cinese con somma enfasi. Peccato che in quei giorni nessuna parola venisse spesa sul crollo delle scuole per cui morirono migliaia di bambini, causa inefficienza delle autorità locali. Un piccolo capolavoro del potere nella gestione mediatica contemporanea (e con gli occhi di tutto il mondo occidentale addosso), che ha una sua storia, anche in Cina.

È nel primo periodo di programmazione della Cctv che il Partito si sperimenta con il controllo della programmazione in chiave puramente propagandistica. Nel tempo intercorso tra il 1958 (tutto equipaggiato da materiale e know how sovietico) e il 1966 andarono in onda circa 180 fiction prodotte in Cina. La prima, Un boccone di frittella vegetale (yikou caibingzi) in un episodio narrava la storia di una ragazza che proibiva al fratello di dare da mangiare al cane per preservare il cibo per la famiglia. Ovviamente era ambientata nel periodo precedente all’avvento del Partito comunista e ricadeva sotto i dettami dei leader che chiedevano di contrastare la passata miseria, con il presente glorioso. Non che oggi sia molto diverso, ma stiamo parlando di un’altra Cina. All’epoca a trasmettere era solo Beijing Tv: solo dopo la Rivoluzione culturale (durante la quale i minimi palinsesti erano stati conquistati dalla propaganda delle guardie rosse) partiranno i programmi della Cctv, nel 1978. Comincia il diluvio delle serie televisive cinesi: dal 1978 al 1987, passano da 8 a 1500, descrivendo l’inizio della Nuovissima Cina, tanto da essere chiamate gaigeju, ovvero fiction delle riforme. In questo arco di tempo secondo il dettame del Partito la televisione aveva alcuni scopi precisi: sviluppare nella popolazione attitudine positiva verso il futuro, salvaguardare l’anima marxista-leninista del popolo, contrastare azioni antipartito, aiutare il partito a mantenere l’ordine.

È in questo periodo che cominciano a comparire però le prime produzioni di Hong Kong, ma anche i primi cartoni animati dal Giappone (il primo fu Iron-Armed Atongmu) preparando il gradino seguente. Il passaggio successivo avviene nel post- 1989, dopo Tienanmen. Il massacro del movimento studentesco consente il trionfo totale delle riforme economiche, la televisione viene impattata da nuovi prodotti commerciali. In teoria l’ideologia del Partito sembra passare in secondo piano, contrapposta a nuove serie e programmi che guardano con meno severità all’individualismo, all’arricchimento, al mercato. Un passaggio già compiuto politicamente, il celebre «arricchirsi è glorioso» di Deng Xiaoping, che il Partito semplicemente accompagna, controllando i contenuti, bacchettando ogni tanto qualche programma tacciato di «corrompere gli spiriti» e relegando la propaganda agli ambiti più precisamente culturali, marchiando per sempre anche l’odierna produzione televisiva. Si va dalle serie storiche le xishuo lixi, alle Sitcom dove vengono affrontati i temi familiari, di convivenza, di vita quotidiana con un chiaro riferimento a fatti storici o del presente, virati su una linea capace di portare il pubblico a una liberatoria risata finale.

Proprio quella: la risata che seppellisce.

 

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