Daniele Salerno

Rivolte, riots, disordini, sommosse, cortei, rivoluzioni. Sono queste probabilmente le parole più usate nel 2011 e ciò evidenzia che il grande protagonista di quest’anno è stata la folla. La differenza tra le parole evocate sta nei modi in cui la folla si forma e diviene soggetto collettivo all’interno di una scala tra il massimo grado di dispersione e il massimo grado di aggregazione. Nei disordini (per esempio quelli dell’estate in Inghilterra) la folla viene rappresentata come sfrangiata, in flusso verso i mille rivoli degli spazi urbani: essa è pulviscolare e non dotata di volontà o intenzionalità collettiva (erano casomai intenzionalità singole uguali, e quindi potenzialmente in conflitto, che si contendevano lo stesso oggetto: la roba); nei cortei la folla appare formata dalle pratiche proprie delle manifestazioni politiche: slogan, musiche e ritmi insieme a striscioni e bandiere costruiscono discontinuità regolari, oltre che spazi di parola veri e propri.

Le rivoluzioni e le rivolte hanno però qualcosa in più: la folla si riunisce e prende spazio – visivo o sonoro – e, facendosi soggetto di parola, rivendica il proprio statuto di rappresentanza (la folla sta per il popolo) e il conseguente diritto di sovranità. Prendiamo i tetti di Teheran così come appaiono nei video di Olduz84 su Youtube: nel nero della sera il popolo si aggrega e si fa voce al grido di “Allahu Akbar”. Non ancora una rivendicazione di sovranità ma una dichiarazione di esistenza che nei giorni successivi si farà corpo nella luce delle strade di Teheran.

Questa pare essere la funzione delle preghiere di piazza Tahrir: la sincronizzazione della massa, la sua dichiarazione di presenza come corpo collettivo.

La folla diviene popolo, trova voce – nei canti e nelle “performance” catturate del documentario Tahrir di Stefano Savona – e prende parola in nome di un diritto di rappresentanza. E soprattutto rivendica il diritto di sovranità: “il popolo vuole che il rais se ne vada”.

La folla delle rivolte europee e americane è stata invece etichettata con il termine di popolo 2.0 o indignados. Per comprendere le modalità di materializzazione, formazione e rappresentazione di questa folla occorre però capire anche quella del soggetto collettivo antagonista: la finanza con le varie forme che questa ha assunto. Il processo di visualizzazione di questi due soggetti collettivi e di enunciazione/attribuzione di “pensieri”, volontà e intenzioni è un punto fondamentale nella retorica politica odierna.

Cominciamo dalla finanza nella forma della borsa: lo strumento di visualizzazione di questo soggetto invisibile e collettivo sono gli indici. Il movimento degli indici di borsa viene solitamente accompagnato da quello che potremmo definire una interpretazione oracolare: l’incremento o il crollo delle quotazioni viene associato a un evento o a più eventi su cui il movimento di borsa, nella relativa visualizzazione, esprime il responso. In questo senso il politico (o l’economista) che riesce a persuadere circa la giustezza della propria interpretazione, esercita una funzione a metà strada tra quella sacerdotale e quella del ventriloquo: se la borsa dice X (che vuol dire a, b, e c), attraverso il proprio indice, allora noi dobbiamo fare Y.  L’indice diviene enunciato, si fa parola, volontà e dato politicamente trasparente da cui scaturisce la decisione (la legge, le misure finanziarie).

In questi giorni il soggetto che sembra opporsi alla finanza, nei resoconti che se ne fanno, è #occupy Wall Street. Secondo la retorica affermatasi in questo racconto, si tratta di individualità che entrano in contatto nella rete e si incontrano poi nella via o nella piazza. Lo spazio della protesta viene così duplicato: #occupy Wall Street – in rete molto popolare – diventa il toro di Wall Street ingabbiato, scortato dalla polizia e circondato da un movimento che è in realtà piuttosto sparuto. La lotta che si sta consumando tra i due soggetti collettivi in questi racconti – finanza vs popolo 2.0 – riguarda lo spazio di rappresentanza e proprio il diritto di sovranità.

http://www.youtube.com/watch?v=SE7_vL9_5x4

La folla reclama il diritto di sovranità e per farlo rivendica il proprio statuto di rappresentanza: “we are 99”, con quel noi enfatizzato come a sottintendere un “non voi”.  Il movimento vorrebbe dire come a Tahrir: “Il popolo vuole…”. Numeri contro numeri, indici contro percentuali: entrambi strategie di visualizzazione di grandezze numeriche che reclamano il diritto di decisione.

Quello che è successo il 15 ottobre a Roma è, nell’effetto visivo che poi ha avuto, il tentativo riuscito di non permettere la formazione di un soggetto collettivo: la folla si è riunita, ha percorso le strade romane per poche decine di minuti e ha cominciato ad aggregarsi per divenire voce e parola. La violenza ha spezzato quello stesso corpo collettivo al suo nascere, con le bombe carta ne ha fratturato la sonorità, con il fumo l’ha oscurato e infine è riuscito a disperderlo.

Quel corpo collettivo è stato poi evocato nel processo di attribuzione di colpa iniziato poche ore dopo gli scontri e che ha immediatamente preso di mira i manifestanti pacifici, accusati di non essersi dotati di servizio d’ordine e soprattutto di non abiurare alla violenza. Esempio di questa dinamica la trasmissione In onda su La7 di un ineffabile Luca Telese, durante la quale il giornalista e conduttore si è presentato ai telespettatori con un limone in mano raccontando la sua scioccante esperienza e chiedendo insistentemente ai manifestanti intervistati – in ragione evidentemente del suo nuovo statuto di vittima – di prendere le distanze dall’accaduto.

Le analisi che leggiamo in questi giorni si sforzano di trasformare la violenza in enunciato, di attribuire ai soggetti un pensiero e una intenzione politica, seguendo in parte alcune dinamiche già viste a proposito dei riots inglesi: quali intenzioni politiche avevano i violenti? Quale messaggio ci hanno inviato? Alla dispersione del soggetto collettivo di sabato corrisponde dunque l’emersione di un nuovo soggetto – quello dei violenti – a cui media e politici attribuiscono, addomesticando quella violenza, un pensiero e uno statuto politico.

I violenti e la borsa trovano così nei media e nella politica ventriloqua il territorio di trasformazione in enunciato politico dei loro indici e del fumo delle esplosioni.

Il movimento pacifico non ha invece ancora trovato il modo di farsi enunciato politico di rivendicazione di rappresentanza e sovranità. Il web per questo non basta e il mito dei social network come strumento magico di liberazione e territorio democratico dove ognuno può articolare il proprio pensiero è controproducente.

Ciò che non ha ancora trasformato #occupy Wall Street in una possibile Tahrir (senza il cancelletto dell’hashtag) è proprio il deficit figurativo del popolo 2.0 e la sua incapacità di diventare soggetto d’enunciazione: “il popolo vuole…” continua a rimanere una frase monca, nel caso dei movimenti attuali.

Se la democrazia, e non il web 2.0, è lo spazio in cui il gesto puramente indicale della folla (qualcosa c’è, qui e ora) si trasforma in enunciato rivendicativo di sovranità, allora siamo davanti a una forma di incompetenza semiotica: il dito indica la luna, ma la politica continua a guardare il dito.

 

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