Claudia Bernardi

Il movimento #Occupy è balzato negli ultimi giorni all’attenzione di tutti media, troppo spesso con la riduttiva equiparazione a generica riproposizione di indignados, mentre la sua specificità sta sia nella composizione proliferante ed eterogenea di singolarità sparse, collettivi vari e associazioni, sia nell’aver individuato in Wall Street l’artefice stesso dello sfruttamento che continua a speculare sull’indebitamento di milioni di persone. La parola d’ordine We’ve had an Arab Spring. Now we’re hoping for an American Fall—and the fall of the American empire va ben oltre i maldestri tentativi di recupero di questi tumulti in chiave neo-obamiana, delineando piuttosto il basso delle pratiche di governo di cui i mercati finanziari sono l’alto.Fra i molti elementi  che hanno contribuito a differenziare Liberty Plaza dal modello acampadas, permettendo la stessa moltiplicazione degli #Occupy in tutto il territorio statunitense, è importante segnalare come the people of 99% si sono riappropriati della possibilità di dibattito pubblico sulle proprie condizioni di vita infrangendo il controllo sociale e costruendo una sorta di sentimento del comune ben esemplificata dalla pratica del mic check. A New York, oltre agli assembramenti di più di 12 persone e all’uso di strutture tipo tende, è anche vietato ogni tipo di amplificazione: com’è possibile fare un’assemblea in centinaia di persone senza megafono? mic check è il grido che risuona come una litania per prendere parola e, quando una persona afferra l’invisibile microfono dopo averne verificato il funzionamento, mic check, mic check! tutti i partecipanti all’assemblea ripetono le sue parole per farle arrivare anche ai più lontani ascoltatori. Una pratica che include immediatamente quanti decidono di prender parte all’occupazione, che produce affinità e coinvolgimento nella resistenza e nell’organizzazione, laddove è proibito persino discutere in un luogo pubblico. Sebbene gli occupanti ripetano costantemente che si tratta di un movimento orizzontale e senza leader, fuori da ogni romanticismo idealizzante, la forza del mic check comporta ambivalenze e problematiche: non è per tutti facile appropriarsi dell’impercettibile microfono e la necessità di poter dire solo poche parole alla volta rende praticamente impossibile un dibattito reale al di fuori dei più esigui working groups, quindi è difficile comprendere come costruire un processo decisionale ampio e condiviso. Una sfida continua che, negli ultimi giorni, è stata raccolta per tramutarsi in nuova forza. In poche parole, Brooklyn Bridge e not-only-white.

foto di C. Bernardi, Sul fianco della nuova Tower, 2011

Le manifestazioni a New York sono a dir poco avvilenti! Prima di tutto, si cammina in migliaia sul marciapiede cercando di evitare lavori in corso, scansando turisti e passanti, mentre quattro elicotteri ti volteggiano sopra la testa, una schiera di poliziotti – davanti dietro e a lato del corteo – ti riprende in ogni istante, camionette a ogni angolo, una fila serrata di poliziotti in scooter ti impedisce di mettere anche un solo piede fuori dal marciapiede, mentre altri servizievoli mandriani in divisa agitano ininterrottamente le mani per far circolare il branco di manifestanti. Appena si è aperta una possibilità di fuga, tra due spartitraffico posti all’inizio del Brooklyn Bridge abbastanza larghi da far passare una manciata di persone, ma proibitivi per gli scooter, una gioia liberatoria si è diffusa nel corteo e centinaia di manifestanti hanno iniziato la loro occupazione temporanea su uno dei simboli più noti della grande mela: This is what democracy looks like! gridano le prime file di studenti, disoccupati, slut- walkers e precari incordonati. We are beautiful! rispondono dietro, mentre decine di persone scavalcano le inferiate che dividono il marciapiede dalla strada del Brooklyn Bridge. A questo punto non ha senso sprecare articoli su articoli a domandarsi se la polizia ha avvertito i manifestanti o se era una trappola premeditata. I video parlano chiaro: se solo alcuni sono riusciti a sentire la buffa dichiarazione letta da un poliziotto che intimava di fermarsi, la risposta collettiva è stata del tutto chiara: Whose bridge? Our bridge! Se ogni rottura della legalità è violenza, allora gli occupanti di Liberty Plaza l’hanno praticata con entusiasmo e consapevolezza, non rinnegando nulla, nemmeno dopo le kettles della polizia, quasi 800 arresti, ore sotto la pioggia in attesa dei bus-gabbia, oltre all’arresto di ragazzini tra i 10 e i 13 anni che hanno partecipato all’occupazione. Nelle dieci ore successive siamo stati oggetto di un’estenuante e quanto mai ridicola burocrazia carceraria: fila per essere ammanettati, attesa sotto la pioggia per salire sui bus, richiesta dei dati personali, fila per scendere dal bus, fila per tagliare le manette di plastica e mettere quelle in ferro, fila per lasciare gli oggetti, fila per essere perquisiti, fila per togliersi le manette, fila per un’altra raccolta dei dati, sette ore in cui 24 persone si alternavano in una cella da 5 mq. per star sedute dato che non c’era abbastanza spazio, nuova richiesta dei dati, accesa contestazione per la mancanza di acqua e cibo, consegna dei ticket con le accuse, fila per uscire con mani dietro alla schiena, altro controllo dei dati, fila per riprendere gli oggetti. In tutto ciò nessuno degli arrestati ha pensato di aver sbagliato o ha rimpianto la felice marcia verso Brooklyn, anzi, dopo la liberazione molti sono immediatamente tornati a Liberty Plaza dove, nel frattempo, gli occupanti avevano deciso di sostenere le spese legali con i fondi raccolti nelle settimane precedenti.

Nel contempo è cambiato il “colore” della manifestazione. Se nella prima fase la middle-class declassata, bianca, too big to fail ma comunque abbastanza grande da essere indebitata per il resto della vita, era la protagonista indiscussa, molto velocemente la radicalità della manifestazione del primo ottobre e l’entusiasmo di giovani black e brown hanno rapidamente cambiato il colore di Liberty Plaza. Un esempio per tutti è la lezione che Hena e Manissa hanno dato a un ragazzo bianco durante la stesura della Declaration of the Occupation del 29 settembre. Una versione precedente della dichiarazione faceva apparire la human race come un’universale astorico, eliminando le relazioni di potere e gerarchie tra le diverse races. Un breve corso di storia del colonialismo, della schiavitù e dei processi di razzializzazione è stato il primo intervento di due ragazze brown che, mic check alla mano, hanno modificato il testo introducendo pubblicamente il problema della linea del colore.

Liberty Plaza è ora più di uno spazio, perché è la possibilità stessa della proliferazione di nuove pratiche che eccedono lo spazio stesso, è più di un luogo perché rifugge sempre il rischio di trasformarsi in ghetto o coordinamento burocratico. Il cartello portato da un veterano dei marines la dice lunga sulle possibilità di alleanze e cambiamento radicale che l’hashtag #Occupy può creare nella società statunitense: «È la seconda volta che lotto per il mio paese, è la prima volta che conosco il mio nemico». Non siamo di fronte al riot londinese né alla primavera araba, ma le sfide che Liberty Plaza sta raccogliendo con entusiasmo segnano il netto rifiuto delle politiche di austerità e del controllo sociale, la tensione a lanciare slogan chiari e inclusivi ma non universalistici, la diffusione di proteste disponibili alla radicalità che non intendono fermarsi, piuttosto, prefigurano la possibilità di un nuovo paesaggio di trasformazione. Nessun programma, ma visions e solutions che lanciano un messaggio chiaro: Start the war! Eat the rich!

Le fotografie “Scavalco” e “Sul fianco della nuova tower”, sono di C. Bernardi, 2011.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una Risposta a Occupy Wall Street? Occupy USA!

  1. […] di redazione il 12 ottobre 2011 · nessun commento […]

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