Paolo Mossetti

“Vive! Vive! Vive!”, sembrano ripetere quegli hashtag che accompagnano il feretro virtuale di Steve Jobs per le piazze immaginarie del pianeta. Chi non è pratico di Twitter non può sapere che quei #iSad, #Thankyousteve, etc. non sono altro che “chiavi di ricerca” per inseguire il morto, per accodarsi alla sua infinita veglia funebre, dove il corpo del Martire è portato da mano a mano, ridotto in milioni di pixel, re-tweettato di polpastrello in polpastrello. Al suo passaggio, tutti vorrebbero allungare un dito per sfiorarlo. Tutti hanno qualcosa da dire: un “grazie”, un “ci mancherai”. E così la salma digitale del Mahatma – “grande anima” – viene trascinata dalla folla oceanica e solitaria, per l’ultimo saluto, prima che il fuoco della pira lo consumi.

Ora ci perdoneranno i compagni e colleghi di destra e di sinistra e viola e arancioni se faremo i bastian contrari. Ma la santificazione di uno stra-ricco rimane sempre la santificazione di un stra-ricco. Siamo noi che dobbiamo qualcosa al questo mercante dal geniale intuito, o è il mercante che deve ringraziare il popolino per avergli creduto e reso una fortuna? E quando ci lascerà Zuckerberg? Quante centinaia di milioni di persone lo ringrazieranno per avergli fatto ritrovare i compagni di banco delle elementari, ma anche per avergli fatto passare ore ed ore dimenticando il contatto con la terra, il sudore fisico, il calore di chi è seduto nella stanza a fianco alla nostra?

L’attenzione dei media è tutta per l’Asceta Scarnificato, la sua morte è stata a lungo anticipata, il Nobel alla Letteratura non avrebbe catturato una riga nemmeno se fosse stato dato a Bob Dylan, e persino tra i giovani e meno giovani accampati a due passi da Wall St. c’e’ chi ripete, come un mantra: “È a lui che devo questo, senza di lui non ci sarebbe quello, etc..” Il concetto di acquisto-transazione-consumo scompare del tutto, nella narrativa degli Apple-dipendenti. Uno degli indubbi meriti di Jobs è proprio questo: di aver sostituito al’idea mercantile dei computer, dell’interazione economica, un concetto astratto di gratitudine per il Cristo-Inventore. Per i suoi doni calati dall’alto, per la grazia da noi ricevuta.

Jobs disse: “La vita è breve, non sprecarla vivendo quella di qualcun altro”. Fedele a se stesso, preferì non rivelare la malattia per non far crollare le azioni Apple. Di lui si è scritto che fosse un memorabile tiranno in ufficio, un inguaribile spilorcio, e un furbacchione indifferente alle condizioni di lavoro delle sue fabbriche – come la Foxcann, in terra cinese, secondo alcuni un vero lager, con altissimo tasso di suicidi. Ma noi che abbiamo adorato scrittori spesso collusi con i regimi, artisti dal passato ambiguo, cineasti che poi si sono venduti al miglior offerente e, diciamo pure, votato politicanti da strapazzo che spesso pensavano A dicevano B e facevano C, da quale pulpito ci permetteremmo di giudicare la coerenza di un pirata della Silicon Valley?

Quello che, da “minoranza a minoranza”, ci preme sottolineare ora, è piuttosto la totale mancanza di distacco, riflessione e di compostezza da parte di noi Sudditi che rendiamo tributo all’Imprenditore-Martire. Decenni di retorica cattolica e terzomondista, com’era prevedibile, non ci hanno insegnato nulla, e allora tutti in fila per i Jobs come per gli Agnelli, e domani chissà per chi altro, con la pietosa illusione che ci sia davvero una differenza, nell’approccio alle storture del Sistema, tra Miliardari Buoni e Miliardari Cattivi. Chi tra noi resta, come San Tommaso, diffidente, questa deriva beatificatrice lo farà passare per cinico. Ebbene, ripetiamolo lo stesso: abbasso tutti i Guru! E soprattutto quelli dal conto in banca tanto immenso da risultare neppure quantificabile, o immaginabile.

No, alla beatificazione di Steve il Martire preferiamo il sobrio ricordo di un certo Adriano Olivetti, un imprenditore che tentò concretamente di trasformare la vita dei suoi operai, un utopista che credeva al concetto di communitas e però privo di quella sagacia politica utile a rendersi affabile alle masse, morto a cinquantanove anni e oggi ovviamente dimenticato.

Quando scompare un pusher, una “connessione” tra noi e le nostre “dipendenze”, è comprensibile la tristezza degli addicted, ma la verità e’ che nessuno sa cosa sarebbe stata la nostra vita senza quelle “dipendenze”. Né sapremo mai come avremmo vissuto se al posto di Jobs avesse trionfato Bill Gates, o meglio ancora se né Gates né Jobs avessero trionfato. Non lo sapremo perché semplicemente ci è stato detto – dai ben ispirati gatekeepers, intermediari e guardiani di informazioni – che nessun alternativa era possibile negli ultimi trent’anni; che, anzi, sono stati proprio questi “guru” a renderci la vita piu’ lieve. A difenderci dal maligno Big Brother, che nella celebre pubblicità del Macintosh veniva distrutto da una podista armata di martello. “Comprateci”, diceva la Apple, “Affinché il 1984 non diventi un 1984”. Purtroppo l’incubo orwelliano si è realizzato un paio di decenni più tardi: quando i reclusi del turbocapitalismo avrebbero salutato con “Addio, Genio!” uno dei suoi principali architetti.

 

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Una Risposta a La Leggenda del Santo Imprenditore

  1. Graziano Fois ha detto:

    Poche parole: finalmente un pensiero lucido in mezzo a tanto cazzeggiare su Santo Steve Jobs. Complimenti.

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