Ivan Carozzi

Qualche tempo dopo la mia iscrizione a facebook, circa due anni fa, mi sono trovato a navigare di profilo in profilo, allontanandomi molto dalla cerchia dei miei contatti, fino a guadagnare il mare aperto infinito. Mi sono immerso, spesso in notturna, dentro una profondità sociale interminabile e sconosciuta, traboccante di status, applicazioni, gruppi, «mi piace», immagini. È soprattutto tra le immagini che mi sono impigliato. Tra le centinaia di foto postate dagli utenti più giovani, quelli della generazione nata tra gli anni Ottanta e Novanta, ho notato la ricorrenza costante, indubitabile, di un preciso gesto della mano, e cioè: la mano viene portata in alto, spesso in zona «saluto romano», mentre il dito pollice, indice e mignolo, vengono sollevati a formare una sorta di entità a tre punte, o meglio: a tre corna.

Naturalmente è un gesto che avevo già visto agire, e che io stesso ho fatto, chissà quando, ma non immaginavo che fosse tanto enormemente diffuso, e soprattutto così intimamente legato alla fotografia e all’autorappresentazione.

Le tre corna cominciano ad articolarsi negli anni Ottanta, specie all’interno della gesticolazione rap, ma sembrano essere tornate, esplose e divenute trasversali proprio in questi anni, e nello stesso momento in cui grandi brand, come Adidas e Puma, rilanciano scarpe e pezzi di abbigliamento della loro produzione anni Ottanta.

L’indice dovrebbe rappresentare una I, che collegata al pollice forma una L. Indice e mignolo, invece, formano una U: I Love U. Il gesto è una variazione – c’è un dito pollice in più – di quello delle corna nato nell’ambiente del metal anni Ottanta, definito «horns up». Esiste una terza variante, detta «shaka», in cui l’indice si abbassa e in aria restano soltanto pollice e mignolo. La mano viene poi fatta roteare, come nel gesto che indica «telefono!». Lo shaka nasce tra i bambini delle isole Hawaii come scimmiottatura della mutilazione di Hamana Salili, un pescatore, scomparso nel 1958, che aveva perso tre dita della mano. In seguito diventa una forma di saluto, e un segno linguistico di riconoscimento, tra le comunità di surfisti. Oggi la mano a tre corna e lo shaka vengono giocati indifferentemente, probabilmente senza consapevolezza del significato originario. Lo shaka veniva usato anche da Ronaldinho a San Siro. Scorrendo a pelo d’acqua facebook, dall’Italia agli Stati Uniti e all’estremo Oriente, ci si rende facilmente conto di come questi due gesti rappresentino un tic globale. Facebook diventa così una calda acqua semantica, un pannello liquido e illimitato, dove i segni gorgogliano e possono trasformarsi in memi, cioè in unità di significato che tendono a riprodursi all’infinito. Il segno delle tre corna è uno dei modi con cui l’acqua del network può piegarsi e generare delle increspature.

Nei cortei autonomi del ’77, invece, si tendeva la mano verso l’alto, col pollice aperto e il dito indice e medio congiunti, a formare una figura che alludeva alla pistola semiautomatica P38 («Fascio impara \ la P38 spara», «Fascisti, borghesi \ fate fagotto \ arriva la compagna \ P38»). Antonio Caronia, amico e docente di comunicazione all’Accademia di Brera, mi racconta che «il gesto della P38 apre una modificazione in senso radical-militare del tradizionale pugno chiuso, che, da saluto individuale tra militanti, si era già trasformato alla fine dell’Ottocento in gesto di riconoscimento collettivo durante cortei e picchetti, e in quella forma dilagò per tutto il Novecento». Indicava lo stringersi degli individui (le dita) a una unità (il gruppo, la classe). «Ma l’emergere dei gruppi armati esigeva un gesto che alludesse a un salto di qualità», prosegue Antonio, «e si pensò quindi di allungare il pollice e l’indice a formare la canna della pistola, e il pollice a simboleggiare il cane».

Ma che cosa raccontano queste corna, e queste pistole? Nella quasi totalità dei casi, le corna appaiono dentro contesti legati al loisir, al divertimento, alle vacanze, alla vita notturna. Di solito vengono fotografate nel dehor di una discoteca, con la birra nell’altra mano fuori da un festival rock estivo, dentro una cameretta sgranata dall’ottica della webcam, oppure hanno come sfondo una spiaggia iberica, calabrese, o la sala di una pizzeria per adolescenti incorniciata da una hipstamatic. Anche nelle foto scattate di fronte alla Casa Bianca, nelle ore successive all’uccisione di Bin Laden, si notano comitive di ragazzi che sono pazzi, euforici, avidi d’inquadrature più che acquietati e assordati dalla vendetta compiuta, e che mostrano alla telecamera le tre corna alzate.

In genere, il gesto sembra apparire ex abrupto al momento della foto, e così rispondere all’urgenza di testimoniare e documentare un istante irripetibile di divertimento, godimento, rock’n’roll, festa. L’urgenza, il movimento automatico con cui il gesto viene approntato e si realizza in favore dello scatto, potrebbe però assolvere a un’altra impellenza, quella di sgombrare il campo dagli equivoci: sappi che io sono uno che si diverte, che la mia esistenza è divertimento e trasgressione. Spesso la foto con le corna viene selezionata come foto profilo. Dietro questo statement, dietro questo istinto all’autopromozione e all’esibizione della propria party attitude, sembra premere e fare fuoco l’imperativo al godimento, quel nuovo dover essere e comandamento sociale, quella corrente psichica interna al capitalismo e studiata da psicanalisti come Massimo Recalcati. In un’intervista alla «Repubblica» del 21 gennaio 2010, Recalcati afferma: «Assistiamo a una metamorfosi inquietante, nel senso che il comandamento sociale prevalente non impone la rinuncia al piacere immediato, in nome dell’inclusione nella morale civile, ma al contrario impone il godimento come forma inaudita del dover essere, come obbligazione […] il godimento si dissocia, si sgancia dal desiderio e si afferma come volontà tirannica in una dissipazione sadiana, nociva, maledetta. È una sregolazione dove non c´è nessuno scambio con l´Altro, non c´è Eros, che in psicoanalisi rappresenta il legame fondamentale tra gli esseri umani».

«(You gotta) fight for your right (to party)!» è il titolo, dal tono ironico e normativo, imperativo, del pezzo del 1986 dei Beastie Boys, che già ostentavano le corna tanto nella gesticolazione quanto negli shooting fotografici.

Negli anni Zero il gesto sconfina definitivamente dal mondo del rock, dal brodo di cultura rap e indie. Diventa una particolare interiezione lungo la sintassi di facebook e si fa appannaggio dell’universo giovanile inteso nel senso più largo e comprensivo; diventa anche appannaggio di celebrità tv come Simona Ventura. Il gesto si connette a uno degli usi prevalenti di facebook, quello volto all’autopromozione, che tuttavia potrebbe appartenere a una fase temporalmente circoscritta, quella dell’infanzia del network.

1977. «Un sabato pomeriggio», racconta Anna Laura Braghetti nel Prigioniero, «dopo aver lavato i piatti, misi nella borsa un tubo di metallo e uscii […] Simonetta e io scendevamo via Cavour affiancate, pochi cordoni dietro la testa del corteo. Quando i compagni alzarono in alto le mani nel segno della P38, mi staccai correndo dal mucchio e brandendo il tubo mi gettai contro la vetrata di un albergo, che andò in frantumi […] Simonetta era accanto a me, e poi altri arrivarono, e alla fine più niente era intero. Correre, urlare, rompere, mi sembrò bellissimo». Forse si tratta dello stesso corteo che sfila sotto il balcone di Botteghe Oscure e gli occhi attoniti di Enrico Berlinguer, che riconosce, tra la selva di mani giunte, quella del figlio adolescente: «Compaiono migliaia di borgatari, di operai disoccupati del Sud, di studenti precari. Molti hanno la faccia coperta da fazzoletti rossi e levano la mano con l’indice, il medio e il pollice tesi. È il segno della P38 […] Berlinguer lo vede fare per la prima volta dai giovani che passano, come una gran fiumana, sotto le finestre delle Botteghe Oscure […] Quando viene a sapere che anche il figlio Marco, come tanti altri ragazzi, è sfilato nel corteo di protesta sotto le Botteghe Oscure, è incredulo, quasi smarrito». (Chiara Valentini, Berlinguer. L’eredità difficile, Editori Riuniti 2004).

Il gesto delle corna, che già negli anni Ottanta, a inizio carriera, utilizzava Jovanotti, e che si ripropone in questi anni espandendosi, anche grazie all’infinito meccanismo mimetico di facebook, è una traccia ulteriore della persistenza culturale di un certo decennio? L’imperativo al godimento è il frutto sbocciato di ciò che un tempo veniva definito «edonismo», in rapporto agli anni Ottanta?

Il gesto della P38, al contrario, riappare rarissimamente, come esacerbazione nostalgica, custodito come un lemma estinto tra nicchie nostalgiche, ultima esalazione, ma è praticamente scomparso, per ragioni evidenti. Così come è defunto l’altro gesto delle corna, quello tipicamente italiano che si faceva dal finestrino della macchina – Vittorio Gassman nel Sorpasso – sostituito dal più crudo e internazionale dito medio.

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