Guido Viale

L’idea di una «conversione ecologica» – un termine introdotto anni fa nel lessico socio-politico da Alex Langer ˗ appare centrale, ogni giorno di più, per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Conversione ecologica è un termine che ha un risvolto soggettivo, etico, personale e un risvolto oggettivo, sociale, strutturale. Rimanda innanzitutto a un cambiamento del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. La «conversione» è ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui viviamo: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato a durare anche dopo di noi, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura è in grado di produrre; né inquinare più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare.

Ma se i nostri comportamenti, sia individuali che collettivi, sono la radice ultima tanto dello stato di cose presente quanto di una sua possibile trasformazione, questa si potrà tradurre in un recupero di sostenibilità (che vuol dire capacità di durare nel tempo), cioè di compatibilità con i tempi di riproduzione e di rigenerazione dell’ambiente, solo se è l’oggetto di un progetto consapevole e condiviso. Ciò richiede uno sguardo disincantato sulla natura della crisi in corso; cioè sul lato «oggettivo» di ogni progetto di conversione. Questa crisi è senza sbocchi: non sarà più possibile «uscirne» riprendendo il cammino interrotto della crescita e della distruzione dell’ambiente: più ci si accanisce in questa direzione e più la crisi si avvita su se stessa. Lo vediamo bene nel riproporsi in termini sempre più drammatici della dimensione finanziaria della crisi, dimensione che trascina con sé redditi, occupazione, sicurezze, aspirazioni. Lo vediamo ancora meglio nell’incapacità delle classi dominanti di tutti i paesi del mondo di far fronte alla crisi ambientale che incombe sul pianeta.

Non si può cambiare il mondo solo con delle scelte individuali su come vivere e che cosa consumare, mentre i comportamenti collettivi in grado di incidere sulla realtà, di trasportarci dall’etica dell’intenzione all’etica della responsabilità, richiedono sempre una condivisione più o meno spinta di analisi, di intenti, di progetti, di strumenti. Una condivisione che non esclude certo la presenza e la permanenza di divergenze e di conflitti tra chi di essa partecipa. In questi comportamenti collettivi orientati rientrano quelli che chiamiamo «lotte», compresa la «lotta di classe»; ma le lotte non esauriscono l’arco delle opzioni coinvolte dalla conversione ecologica. Molte trasformazioni avvengono infatti sottotraccia e non sulla ribalta dello spazio pubblico, magari attraverso processi capillari e non di massa. Ma in generale, i processi che contribuiscono a cambiare il mondo secondo un progetto, anche quando l’esito non corrisponde che in parte agli obiettivi perseguiti, sono sempre il frutto di una attività di aggregazione di una domanda esplicita o latente, enunciata o silente. Aggregare domanda, per rispondere a desideri, aspettative, bisogni che non possono essere soddisfatti in forma individuale ˗ cioè rivolgendosi a quello che oggi offre, o non offre, il mercato ˗ costituisce una vera e propria «impresa sociale». Ogni impresa sociale richiede comprensione del contesto, capacità di ascolto, relazioni dirette, competenze tecniche e, soprattutto, capacità imprenditoriali: dove non c’è nessuno che «tiri», assumendo delle responsabilità che travalicano la propria persona, i processi di trasformazione non raggiungono la meta, le lotte non partono o si arenano, la disgregazione prevale.

Dunque, oggi il problema centrale della conversione ecologica è probabilmente quello di convincere e coinvolgere i lavoratori che vedono il loro posto di lavoro minacciato, o già perso, che la strada da imboccare non è il ritorno alla situazione di prima; che lungo questa traiettoria non c’è sbocco possibile. Mentre l’obiettivo della sostenibilità – quello che alcuni si ostinano a chiamare «decrescita», con un termine che suscita più equivoci che chiarezza – offre reali possibilità di ricostituire lavoro, reddito e benessere; anche se un benessere diverso da quello, peraltro sempre più misero, prospettato dalla moda e dalla pubblicità. Efficienza energetica e fonti rinnovabili, agricoltura e alimentazione sostenibili, mobilità di massa e flessibile con mezzi condivisi alla portata di tutti, manutenzione e riparazione dei beni, degli edifici, del territorio, riciclaggio dei materiali, educazione libera e permanente – cioè tutti i principali temi intorno a cui si è andata sviluppando, radicando e precisando la cultura ambientalista nel corso degli ultimi decenni – offrono oggi concrete possibilità di una loro realizzazione anche in contesti circoscritti.

Enunciare in termini generali questo programma è facile. Tradurlo in proposte concrete, senza le quali non raggiungerà mai quell’articolazione settoriale e territoriale che ne costituisce gran parte del vantaggio nei confronti delle misure tradizionali, generali e centralizzate ˗ quelle adottate dai governi di mezzo mondo per affrontare la crisi ˗ è molto più complesso. Perché esige di misurarsi con le caratteristiche specifiche di ogni territorio, sia per quanto riguarda le risorse disponibili, sia per quanto riguarda i fabbisogni da colmare, sia per quanto riguarda la composizione sociale, cioè gli attori delle comunità che vi abitano. Basta pensare alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica – ma lo stesso vale per tutti gli altri settori indicati ˗ per cogliere questo punto. Ogni territorio ha risorse e potenzialità differenti, ma anche carichi e fabbisogni da soddisfare diversi, come diverse sono le forze sociali che vi operano. Un progetto unico, valido per tutti e replicabile ovunque non esiste. Ogni progetto va costruito casa per casa, tetto per tetto, azienda per azienda, campo per campo. Ma la vera sfida è proporre una prospettiva del genere a chi sta lottando, per lo più in forme drammatiche e a volte estreme, per difendere il proprio posto di lavoro; spiegare che in quella forma quel posto di lavoro non tornerà mai più; che limitarsi a difenderlo è una strada senza uscita e che la sola possibilità di salvaguardarlo risiede in un impegno collettivo per produrre altro, in un altro modo, per un altro mercato – un mercato ancora in gran parte da costruire ˗ riconvertendo la fabbrica, l’impianto, l’ufficio, il laboratorio, l’azienda, il campo, verso produzioni e attività sostenibili.

È chiaro che quella della conversione ambientale degli impianti produttivi e delle aziende di servizio è una strada altamente conflittuale nei confronti dell’ordine esistente e degli interessi costituiti che lo governano; ma questo conflitto, come molti altri che attraversano il nostro tempo – pensiamo solo alla battaglia per l’acqua pubblica – non può essere ricondotto né ai termini della lotta di classe, né a un conflitto sindacale interno al perimetro di un’azienda o di un settore. Per realizzare una riconversione ecologica, tanto di uno stabilimento che di un territorio, o dell’intera società, occorre sì una grande mobilitazione, ma bisogna coinvolgere intere comunità, le loro espressioni associative – dove già ci sono, altrimenti bisogna costruirle – una parte almeno del mondo imprenditoriale locale; e poi le amministrazioni locali, o almeno una parte di esse. Poi bisogna aggregare domanda per costruire i mercati delle nuove produzioni; mobilitare i saperi diffusi necessari per il nuovo progetto; mettere al lavoro le capacità imprenditoriali di quelle aziende che non vedono più futuro nelle vecchie produzioni; reperire i capitali, pubblici e privati, dimostrando che anche, o magari solo, su questa strada c’è la possibilità di metterli a frutto con equità e minori rischi.

Per questo oggi è importante creare un «spazio pubblico» di consultazione e di partecipazione dove di queste cose si cominci a discutere città per città, quartiere per quartiere, paese per paese, azienda per azienda, permettendo a tutti di esprimere e far capire il proprio punto di vista. Lavorando in questo modo si prepara il territorio a dotarsi di una prospettiva e di progetti, o per lo meno di idee progettuali, praticabili, di cui sono stati valutati le potenzialità, gli attori, gli ostacoli, le specificità. Domani, mano a mano che le conseguenze della crisi si faranno più pesanti – e si faranno sempre più pesanti, soprattutto in termini di occupazione e di redditi ˗ si tratterà di raccogliere le forze per rendere operativi quei programmi. La crisi metterà tutti o quasi alle strette e la disponibilità a imboccare una strada nuova, se apparirà ben delineata e praticabile, potrebbe coinvolgere attori e forze oggi impensabili. Senza questo lavoro preliminare, però, non ci sarà alcun vero cambiamento, perché la «conversione ecologica» non è un programma che possa essere governato dall’alto o da un «centro».

 

Una Risposta a Che cos’è la conversione ecologica

  1. Raffaele Langone ha detto:

    CIO’ CHE POTRA’ SALVARE L’UMANITA’ E’ SOLO UN’ECORIVOLUZIONE

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