Intervista a David Cayley di Alberto Ghidini

Nato a Vienna nel 1926, Ivan Illich fu ordinato prete a Roma nel 1951 e nel 1969, dopo le censure ecclesiastiche alla sua attività di  oppositore dello «sviluppo», a suo avviso esportato nei paesi del cosiddetto «terzo mondo» come forma più raffinata e distruttiva di colonialismo, rinunciò all’esercizio pubblico del sacerdozio. Nel 1961 mise in piedi, in Messico, a Cuernavaca, il Centro Interculturale di Documentazione (Cidoc) per preparare i preti alle missioni in America latina, e ne fece uno dei luoghi più avanzati per lo studio dei problemi della società occidentale. Negli anni Settanta fu uno dei pensatori della contestazione mondiale contro le società industriali, i loro stili di vita, il consumismo, le istituzioni sociali e assistenziali. Il suo saggio più conosciuto, che lo rese celebre su scala planetaria, è (tra gli altri) Descolarizzare la società (Mondadori 1972), in cui Illich si interroga su cosa sia quella struttura creata intorno all’istruzione che prende il nome di «scuola»
avanzando una critica radicale, attuale sotto molti punti di vista, ai sistemi scolastici e alla società. Morì improvvisamente a Brema nel 2002 e negli anni successivi il giornalista canadese David Cayley ha continuato a proporre i lunghi dialoghi che aveva tenuto con Illich negli anni Novanta e che già erano stati all’origine di Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità (Elèuthera, 1994). In particolare, da Quodlibet sono usciti Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità (2008) e I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley (2009). Quella che segue è la trascrizione di parte di una lunga intervista a Cayley che prende spunto da alcuni dei temi proposti nel recente convegno Un nuovo inizio: Ivan Illich, una guida per ripensare ai modelli di sviluppo. Economia e ambiente, tecnologia e scuola organizzato dalle riviste «Gli altri» e «Lo straniero» (Mestre, Centro culturale Candiani, 21 maggio 2011).

Recentemente nel nostro Paese si è svolto un convegno dedicato a Ivan Illich in cui si è discusso della ricchezza e dell’attualità di questo autore a una decina di anni dalla morte. Nella tua introduzione a I fiumi a nord del futuro, probabilmente la summa più completa del pensiero illiciano, scrivi che l’eredità di Illich è costituita dai tanti «sentieri» che lui stesso ha aperto lungo il suo cammino di ricerca. Forse uno dei motivi per cui Illich è ancora attuale sta nel fatto che può essere studiato e, in qualche modo, «fatto proseguire» lungo questi sentieri.

Illich non era un pensatore sistematico, né ha mai voluto esserlo. Scriveva e parlava in risposta alle situazioni in cui si veniva a trovare. Ciò significa che per ciascun oggetto di interesse e di studio lasciò dietro di sé molte idee e spunti – io li ho chiamati «sentieri», appunto – per ulteriori ricerche. Ad esempio, la sua ipotesi che una società di servizi sia più comprensibile se letta come una forma di Cristianità pervertita appartiene a questi lasciti, così come il suo lavoro sulla perdita del senso della misura nella modernità. Per cui ritengo ci siano molte fruttuose riflessioni che ancora possono e devono essere fatte sui sentieri aperti da Ivan, in particolare nella seconda metà della sua carriera, nella quale si dedicò alla ricerca su ciò che chiamava «certezze moderne». Anche per questo il suo pensiero rimane attuale.

Illich scelse di avviare l’analisi e la critica della modernità a partire dalla scuola e dal’istruzione, a sua detta primo «prodotto» da studiare per capire le società industrialmente avanzate e gli effetti negativi delle loro istituzioni. Credi che Descolarizzare la società possa tornare utile oggi per riflettere sulla scuola, sui vecchi e nuovi miti dell’educazione?

A mio modo di vedere sì, ma bisogna prima chiarire un malinteso. Illich non era interessato a proporre la «descolarizzazione». La riteneva impossibile, in quanto aveva capito che l’intera società in cui operano le scuole era pervasa dagli stessi presupposti che soggiacciono alle scuole stesse. Iniziò così a cercare le radici del «mito dell’istruzione». La questione è: perché riteniamo che i mezzi di apprendimento siano scarsi e che, pertanto, debbano essere patrocinati da istituzioni specializzate? Questa ricerca mette alla prova non soltanto l’istituzione scolastica, ma le basi stesse del nostro stile di vita. Illich, in questo senso, ci offre delle letture interessanti per un approfondito progetto di riforma del pensiero e di «ascesi» personale, per usare una parola che a lui piaceva molto. Detto questo, bisogna fare attenzione, però, perché Illich non ci dice «come fare». Ecco perché qualunque tentativo di tradurre la critica di Illich in un programma di azione immediata per il nostro tempo, senza queste considerazioni, ci porterebbe quasi certamente fuori strada.

Nello scenario presente sembra che il «programma occulto» della scolarizzazione denunciato da Illich – secondo cui l’apprendimento è ridotto in «merce» – sia piuttosto esplicito: in Occidente ciò che si impara nelle scuole e all’università è sempre più subordinato alle richieste del mercato del lavoro.

Non lo so. Illich vede la scolarizzazione come un rituale la cui ripetizione genera un «mito», quello «dell’istruzione», appunto. Ha sottolineato spesso questo concetto, in Descolarizzare la società, nel capitolo «Ritualizzazione del progresso», ma anche in scritti e interviste successivi. Non penso che questa funzione ritualizzante, che deve essere studiata storicamente, sia stata alterata dall’integrazione del sistema scolastico nell’economia. E, comunque, al di là di questo, Illich invocava la «deistituzionalizzazione» delle scuole, sostenendo che fino a quando esse non saranno svincolate dall’establishment, cioè dissociate dal privilegio sociale, i sistemi scolastici costituiranno monopoli radicali in ogni loro aspetto.

 Ma possiamo realmente dire che nel mondo «liquido» la scuola, l’università, il possesso di titoli di studio, il «pedigree scolastico», per dirla con Illich, garantiscano ancora la possibilità di accedere a qualcosa?

Non intendo dire che non ci siano stati cambiamenti nella funzione della scuola. In un mondo, come dici tu, divenuto più «liquido», i diplomi e le lauree sono diventati certamente meno importanti per l’accesso al privilegio rispetto a quanto lo erano prima. Uno dei libri che Illich citava spesso nei primi anni Settanta, quando era in voga Descolarizzare la società, era un testo di Ivan Berg, che gli era stato suggerito da Paul Goodman, intitolato Education and Jobs: The Great Training Robbery, (Praeger Publishers, New York 1970) un libro che metteva in evidenza come spesso accada che la gente finisca per fare cose scollegate dalla propria formazione. Mi sembra che le principali preoccupazioni di Illich fossero le discriminazioni contro le persone non scolarizzate (inclusa la discriminazione che i non scolarizzati imparano a esercitare contro se stessi) e il mito generato nelle menti di quelli che seguono l’intera procedura educativa. Non credo che Illich pensasse che la scolarizzazione costante andasse a beneficio di quelli che giocavano secondo le sue regole.

Michel Foucault – altro grande studioso delle società moderne – era convinto che l’unico modo per resistere a un potere dislocato, immanente, che prende la vita stessa come oggetto, fosse lavorare su di sé. Tu prima hai parlato dell’importanza dell’«ascesi» personale per Illich…

Foucault e Illich possono essere letti parallelamente e considerati, sino a un certo punto, affini. L’affinità appare evidente, ad esempio, quando questi autori parlano dell’azione insidiosa delle moderne istituzioni disciplinari e dell’origine di queste istituzioni nella cristianità latina. Come storici, Illich e Foucault condividono un’ambizione: quella di utilizzare il passato per mettere in questione il presente e imparare, così, come dice Foucault stesso, a «pensare diversamente», a spostarsi, a trasformare i propri quadri di pensiero e, conseguentemente, il nostro modo di comportarci. Tuttavia, ci sono anche enormi differenze, la più ovvia delle quali consiste nel fatto che Illich era un cristiano mentre Foucault, più o meno, un nietzscheano. E così Illich cercò, come amava dire citando San Girolamo, di «seguire nudo il Cristo nudo» (nudus nudum Christum sequi), il Cristo spogliato dai soldati romani e crocifisso nudo, gioendo con i suoi amici e accogliendo le sorprese della vita, mentre Foucault, a me sembra, propose soltanto una impossibile resistenza totale, un eroico nichilismo. Illich, peraltro, nella sua ultima intervista con me, mise in dubbio la concezione del potere del filosofo francese affermando che l’idea foucaultiana secondo cui il potere in campo sociale corrisponde metaforicamente all’energia in campo fisico ha ormai rivelato «il suo intimo vuoto, le sue caratteristiche illusorie».

 

Traduzione dall’inglese di Enrico Lodi

Una Risposta a Ivan Illich, o il mito dell’istruzione

  1. angiolino ha detto:

    L’equiparazione di potere e energia non porta necessariamente a sostenere la necessità del potere o a avallarne le aberrazioni, almeno ciò non mi è parso né in –storia della follia- né in –sorvegliare e punire- nè tantomeno in –storia della sessualità-. Forse sono solo un lettore superficiale, non dedito a leggere dietro le righe, ma mi sentirei di affermare che il suo preteso influsso nicciano nella prima delle tre opere suddette non mi è parso affatto evidente. Seppure fosse, entrambi da una diversa angolazione hanno condotto un’analisi storico-sociale della realtà contemporanea che non può lasciare indifferenti; il compierlo da un piedistallo superomista (il superomismo teutonico) o da un piedistallo di matrice cristiana, pur rilevando un’antitesi non trascurabile, porta a una svalutazione dei preconcetti borghesi su era basata gran parte della mentalità novecentesca in campo scolastico, culturale, professionale, artistico. E’ risaputo che sia una visuale aristocratica sia una visuale filo-proletaria di marca estrema mal tolleravano lo spirito pragmatico, utilitarista e mercantilista di cui la mentalità della classe medio-alta restava imbevuta e una non lieve convergenza di vedute in questo ambito non andrebbe del tutto sottovalutata.

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