Giorgio Mascitelli

Negli ultimi quindici anni il termine riforma ha sviluppato nel mondo della scuola una serie di sfumature e connotazioni così diverse da quelle abituali nel passato che non è azzardato affermare che questo sostantivo ha conosciuto una modificazione del suo arco semantico. Non si tratta solo dell’evidenza che la parola ha assunto, in Italia come all’estero, per insegnanti, studenti e genitori l’accezione di diminuzione delle risorse finanziarie disponibili, ma anche del fatto che spesso serve a indicare una serie di provvedimenti talvolta contraddittori, la cui natura e finalità sono oscure anche a coloro che li dovrebbero applicare.

Fino a vent’anni fa ci si poteva dividere sulla valutazione di una riforma della scuola, come per esempio accadde in Italia con l’unificazione della scuola media o la liberalizzazione degli accessi universitari, tuttavia era chiaro tanto ai suoi sostenitori quanto ai suoi detrattori che essa comportava un’estensione delle possibilità di scolarizzazione per fasce della popolazione che ne erano in precedenza escluse. Oggi invece si potrebbe affermare con un umorismo un po’ greve, ma in linea con lo spirito dei tempi, che il termine riforma indica la sparizione di qualcosa, la cui determinazione però spesso sfugge sia ai sostenitori sia, in misura minore, agli oppositori della riforma stessa.

Naturalmente la prima responsabilità di questa innovazione terminologica ed effettuale è del liberismo e delle sue politiche di attacco allo stato sociale: mi sembra che fosse Cornelius Castoriadis a notare che la destra liberista ha imitato il linguaggio della socialdemocrazia allo stesso modo in cui negli anni Venti e Trenta la destra fascista ha imitato il linguaggio del comunismo.

La perdita di significato della riforma è anche legata allo statuto dei saperi nella nostra società: da quando si è sostenuto che la società o l’economia, che nella cultura delle nostre classi dirigenti sono sinonimi, tendevano verso un sapere performativo(1) volto a risolvere questioni limitate di interesse e utilità immediati anziché verso un sapere universalistico che si legittimava sulle tradizionali domande di verità, la scuola, ivi compresi i suoi indirizzi più applicativi e per così dire performativi, è in crisi e in una crisi non riformabile. Infatti la scuola, come è venuta formandosi negli ultimi due secoli, vive su di un presupposto universalistico relativo a una funzione emancipatoria del sapere, sulla quale si fonda la possibilità di godere dei diritti di cittadinanza. Senza tale presupposto la scuola cessa di essere pubblica nel senso di avere una finalità collettiva e diventa un fatto privato e individuale. Verrebbe quindi da dire che la miseria culturale della scuola precede quella materiale. Non bisogna idealizzare ovviamente i sistemi scolastici della modernità: è chiaro che accanto a quel presupposto universalistico esistevano spinte feroci alle selezione sociale e altri interessi particolaristici, ma la critica di queste tendenze e in alcuni casi il loro ridimensionamento è stato possibile solo grazie a quel presupposto. Nel momento in cui esso tende a scomparire, non solo diventa più arduo l’esercizio della critica, ma cessa anche ogni criterio culturale e politico storico su cui fondare una riforma. È questa la prima forma di privatizzazione della scuola precedente addirittura a quella, peraltro gravissima, dei rapporti giuridici ed economici che la regolano.

L’intellettuale e insegnante belga Nico Hirrt ha individuato nelle politiche sulla scuola volute dalle organizzazioni internazionali del capitalismo come l’OCSE, delle quali i provvedimenti del governo italiano costituiscono una versione casereccia, una contraddizione fondamentale tra due tendenze, da un lato quella di contrarre la spesa per l’istruzione nel quadro di una diminuzione della spesa pubblica, dall’altra quella di ridisegnare la scuola in una diretta dipendenza dalle necessità del mercato del lavoro. Questa contraddizione è una prima spia di quel processo di privatizzazione di cui dicevo sopra. Anche nelle vicende italiane è possibile leggere un riflesso di tale contraddizione, visto che anche le varie riforme italiane di questi anni hanno preso provvedimenti tesi a rendere più flessibile la scuola alle richieste del lavoro e destinati peraltro a naufragare per il contemporaneo taglio dei fondi. Questa contraddizione non è frutto di un accidentale insipienza di tecnici e ministri o un prodotto della congiuntura economica, ma è, per usare una parola in voga, sistemica, nel momento in cui ogni scelta deve essere determinata secondo i criteri della cosiddetta razionalità economica, diventa impossibile organizzare perfino quegli aspetti pratici della formazione scolastica funzionali alle esigenze del lavoro.

Ma questa contraddizione è acuita dal tentativo di trasformazione della scuola stessa in un mercato. Per avere un’idea della profondità di tale tentativo basterà ricordare che secondo le élite economiche e i loro dipendenti politici la concorrenza è ciò che serve alla scuola; ecco allora circolare con insistenza crescente i luoghi comuni sul fatto che la concorrenza tra istituti elevi la qualità dell’insegnamento e che si debbano redigere delle graduatorie di merito tra istituti per premiarne i migliori(2). A questo proposito sarà sufficiente chiedersi quale tipo di serenità e libertà didattica nell’insegnamento esisterebbe in scuole che sono in perenne competizione per la loro sopravvivenza. In quasi tutti i regimi politici la scuola ha goduto di una parziale sospensione e tutela dai meccanismi sociali dominanti, non per inveterato sostegno a un privilegio degli insegnanti, ma perché questa sospensione è necessaria alla stessa attività dell’insegnamento, allo stesso modo che una scuola guida farà iniziare a guidare i propri allievi in zone poco frequentate e non li immetterà subito in un’autostrada trafficata. Ora la nascita ope legis di un mercato della scuola va chiaramente ad abolire questa sospensione e in definitiva impone alla scuola strategie che con la formazione degli studenti hanno poco a che fare.

La scuola di massa, ma sarebbe più esatto dire l’idea pubblica di scuola che è alla base della scuola di massa, non solo è storicamente figlia della modernità illuministica, ma è strettamente legata a questa perché senza una concezione emancipatoria e universalistica del sapere non può sussistere. Le attuali riforme in Italia e all’estero rischiano o puntano esplicitamente a distruggere la scuola di massa non solo perché le sottraggono risorse economiche vitali, ma perché si riferiscono a una concezione utilitaristica del sapere inconciliabile con essa. Il linguaggio con le sue derive semantiche, in questo caso la parola riforma, è il fedele sismografo di questo smottamento della società.

 

Note

  1. Si veda J.F. Lyotard La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981.
  2. Sull’utilità e sui i danni delle classifiche per la scuola è interessante leggere G. De Michele, La scuola è di tutti, miminum fax, Roma 2010.

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