Marcello Tarì

In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi.

Partire dal mezzo

Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.

Sta di fatto che è davvero impossibile non riuscire a scorgere nella sua fredda sequenzialità il concatenamento insurrezionale che dalla rivolta delle banlieues francesi del 2005 corre sino ai riot dell’ultimo agosto inglese. In mezzo – sono queste tipo di sequenze storiche che mostrano cosa vuol dire partire dal mezzo – c’è l’incendio di Copenaghen, la rivolta contro il Cpe, l’interminabile insorgenza greca, la guerriglia in Campania, le insurrezioni nei paesi del Nordafrica, il blocco delle raffinerie in Francia, il 14 dicembre romano, la battaglia del 3 luglio in Val di Susa e tanti altri frammenti – una festa, un incontro, una frase – che risuonano l’uno con l’altro distorcendo finalmente la triste sinfonia imperiale che solo fino a poco tempo fa ricominciava identica, sempre daccapo, sprofondando nella noia di un mondo senza forma. La forma infatti è definita non dalla riconciliazione bensì dalla guerra tra due princìpi in lotta, diceva il vecchio Lukàcs. E la forma è venuta, infine. Potremmo dunque ripetere, intensificando la polarizzazione: la forma comune data da un’incessante rielaborazione dello scontro locale tra forme di vita. Tutta una ridefinizione delle sensibilità si gioca in questa rottura della ciclità nevropatica dei «movimenti sociali».

Se riusciamo oggi a sentire l’epoca come una verità, cioè come un fatto che abbiamo in comune, lo dobbiamo dunque a questo ritmo insurrezionale che imprime una forma dentro questo tempo. Tempo e forma che hanno l’aspetto di una guerra per la definizione della vita stessa poiché si elabora a ogni latitudine in quanto insurrezione contro questo ambiente, ostile poiché inabitabile, che si concretizza nella pervasiva positività della metropoli. Ma che, così definendosi, prende anche congedo dalle più svariate definizioni di guerra che da un lato e dall’altro riportano tutto a una questione militare.

Nuova dinamica insurrezionale: formazione di macchine da guerra non-militari, dunque impossibili a essere recuperate dalla sfera statuale della rappresentanza ma anche dall’espressività informe dell’Impero. È vero, ripetiamolo, sono frammenti: come potrebbero non esserlo tutti questi momenti, cose, corpi, affetti che circolano e insorgono contro un dominio che si vuole totalità? I frammenti cercano il comune e non la totalità, che invece vogliono distruggere. La società, in questo senso, è una finzione che si autodenuncia in quanto tale, mentre una pioggia incessante di fenomeni «marginali» fa collassare ogni principio che presiede alla tenuta della civiltà. Frammenti e frammenti e ancora frammenti che risuonano da un lato all’altro del mondo denotano una crisi che prima ancora che economica è di ordine metafisico. Non saranno certo richieste del tipo «alternativa di governo» o «fiscalità unica europea» a mettere d’accordo quello che è incomponibile.

Ma è proprio in questo viversi per frammenti, infatti, che il nostro tempo è messianico e che la questione del comunismo appare nella sua insuperabile attualità.

Critica della politica contro antipolitica

Il montare dell’ondata insurrezionale, in verità, era percepibile già da un lustro, giusto prima della controffensiva capitalistica del 2008. Il capitalismo ha cercato di andare ai ripari provando a produrre e gestire la crisi nell’unica maniera che ormai gli è propria: in modo apocalittico e nichilista. La politica è rimasta schiacciata dentro questa ridefinizione generale del conflitto. Riproporre dentro queste condizioni la litania della mediazione, del ripiegamento sulle istituzioni, dell’ennesima managerializzazione della protesta è sintomo di un fatto ben preciso e cioè della resistenza che i ceti politici oppongono a una critica pratica della politica che non fa che approfondirsi: ciò, in definitiva, è parte della guerra in corso.

Critica della politica non equivale ad antipolitica, questo sentimento piccolo borghese che nella pratica ottiene il risultato di far sopravvivere la politica che a parole si dice di disprezzare. L’antipolitica è una politica che vuole allontanare il conflitto tra il partito dell’ordine e quello dell’insurrezione, scongiurare lo scontro tra sensibilità ostili scommettendo sul diritto, sull’universalismo e sull’indignazione dei cittadini e cioè sul continuo differimento della guerra. Così facendo essa riesce solo a dare un po’ di ossigeno a quella politica che giustamente tutti i popoli che insorgono hanno in odio. L’insurrezione, come sua critica immediata, rende esplicito il fatto che la politica ormai non è più al centro della scena, e quella che passa per tale serve solo a occultare il suo posto vuoto. Idem vale per la democrazia.

Dicevamo all’inizio che si tratta di un unico concatenamento, spaziale e temporale, che si è via via delineato in quanto sequenza destituente. Lasciamo quindi cadere la presunta virtù costituente se non addirittura costituzionale delle attuali insurrezioni: a veder bene il giochino costituente, in modo del tutto esplicito nell’area dei paesi nordafricani, viene utilizzato per neutralizzare i popoli che si sono rivoltati contro l’ordine esistente, per tagliarne fuori la potenza. In ogni caso sono canzoni che propongono sempre di far rimare costituzione con soggetto, due concetti cadaverici.

Lasciamo anche cadere l’euforico godimento di chi si bea nell’ammirazione soddisfatta del gesto in sé e per sé: di tutto abbiamo bisogno tranne di una ideologia della sommossa.

C’è in effetti un vizio comune tanto al riformismo radicale che all’insurrezionalismo che consiste nel dedurre dalle insorgenze la prova della giustezza delle loro ipotesi ideologiche, ovvero la conferma dei ragionamenti che facevano prima che gli eventi cominciassero a smentirli. E quindi, all’indomani di un’insurrezione, dobbiamo assistere invariabilmente al dibattito sulle sue conseguenze. Se per gli uni le insurrezioni devono significare un appello per un nuovo welfare o per una nuova tornata elettorale, per gli altri assumerà il senso di una sorta di approvazione misterica della mancanza di strategia che li contraddistingue. Se i secondi sono allergici ai grandi movimenti di massa, i primi lo sono a qualsiasi cosa che faccia brillare il fatto che, sì, la rivoluzione è possibile. Il piagnisteo, infine, di coloro che non riescono a vedere nessuna «prospettiva» in queste distruzioni sans phrase, chiude il cerchio dell’impotenza militante.

L’insurrezione ci chiama ad abitare il suo accadere, a muoversi dentro la sua temporalità, mentre cercare di abitare la durata nel prima e nel dopo di essa vuol dire logicamente cercare di evadere da questo tempo.

La fecondità di un’azione, diceva qualcuno, è all’interno di se stessa. Sono le azioni cattive che di solito si fanno misurare dalle loro «conseguenze». Se assumiamo questa angolazione, davanti a Piazza Tahrir, ai magazzini incendiati o ai rioters romani, c’è un solo un modo corretto di porsi ed è quello di rimanere fedeli alla loro fenomenalità. Non serve voler vedere oltre o dietro di essa, o scrutare gli aruspici: se dobbiamo scegliere, tra i cinque sensi scegliamo il tatto.

Come operano queste insurrezioni? Ognuna cerca di destituire violentemente l’istituzione percepita immediatamente come nemica e che si trova, per congiuntura storica, a poter percorrere distruttivamente con maggior facilità: lì è il potere dispotico-paternalista, là è la merce e i suoi templi, laggiù è l’economia e i suoi flussi, lassù una grande opera, qui è la politica, lì ancora è la società in quanto tale a essere attaccata. Deporre le istituzioni, una dopo l’altra, questo il senso di marcia. Ciascuna insurrezione ha in se stessa, nelle sue evidenze pratiche, la propria prospettiva. Se c’è una costante, rinvenibile in tutte le rivolte in corso, essa consiste nell’avversione dei popoli all’unico dispositivo di governo con il quale, ovunque, ci si ritrova concretamente ad aver a che fare: la polizia. È essa di fatto a rivestire oggi l’unico presidio materiale del potere governamentale della modernità.

Tuttavia questa capacità destituente, forse proprio a causa del fatto di affrontare volta a volta un singolare aspetto istituzionale, sembra non divenire potenza destituente del potere imperiale, cioè a farsi rivoluzione. Bisognerà forse percorrere tutte le insurrezioni, destituire ciascuna istituzione, disattivare la miriade di dispositivi metropolitani, per avvicinarci a quella potenza?

Frammenti del comunismo

Però alcuni insegnamenti gli eventi li hanno mostrati e con molta chiarezza:

  • Il potere non è nel Parlamento o in un qualsiasi altro luogo della politica, esso è riassorbito nelle infrastrutture che ci circondano, nelle corporation e nei dispositivi che gestiscono la vita quotidiana, esso è dunque diffuso perché è locale esattamente come locali sono le forme di vita;
  • La manipolazione delle sensibilità che l’Impero managerializza globalmente attraverso l’immenso reticolo di dispositivi comunicativi può essere contrastata ed eventualmente deposta non tanto, banalmente, attraverso l’uso alternativo degli stessi dispositivi, ma facendo consistere localmente un territorio che entra in secessione, inaugurando così una sperimentazione senza fine;
  • Se è vero che la metropoli è di fatto la concentrazione dei dispositivi di controllo e di produzione, ormai indistinguibili tra loro, allora è evidente il perché la tensione insurrezionale si giochi oggi tra rifiuto e secessione, tra distruzione e esodo dalla metropoli, così come d’altra parte l’attività sovversiva del secolo scorso agì nei confronti della fabbrica;
  • La condizione esistenziale che comunemente ci troviamo a vivere non può essere definita attraverso la posizione che si occupa nel mercato, nel consumo o nel lavoro ma può essere approssimata a partire dallo stato di spossessamento che condividiamo a livello della vita stessa, del linguaggio e persino dei sogni: non si può opporre all’economia politica un’altra economia politica, in compenso possiamo opporre all’economia una decisa politica dell’abitare come per esempio, in Italia, vediamo mostrarsi con più chiarezza in Val di Susa ma che non è affatto difficile scorgere nelle piazze occupate dell’euromediterraneo o in qualche vicino esperimento di condivisione dell’esistenza.

Per chi vuole organizzarsi in questo tempo sono quindi almeno due le dimensioni a partire dalle quali questo è possibile: sia localmente, costruendo le condizioni materiali e spirituali della secessione – comuni, basi rosse, buchi neri nella metropoli – sia globalmente, costruendo quelle di una nuova Internazionale nella quale i frammenti dispersi acquisiscano una giusta configurazione strategica.

Il comunismo oggi forse non significa altro che l’arte di comporre questi frammenti insurrezionali in un divenire-rivoluzionario.

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2 Risposte a Frammenti insurrezionali

  1. mg scrive:

    Insurrectional fragments [Frammenti Insurrezionali], by Marcello Tarì

    In exceptional time, phenomena normally considered as marginal become essential and delineate the common of an epoch. We are living one of those times.

    To begin from the middle.

    It was thought that words such as insurrection, revolution, anarchy and communism, were permanently confined in lifeless “anti-system” environments and that at best what was left was the repetition of the movimentista autumn ritual. But today, in the presence of widespread insurrectional movements, the same movimentisti find themselves as the minority. Some of them are at the breathless search of a new representation, if not of a governmental narration clinging to the capacity to resist in an unspecified “middle class”, while the circles of radicalism find themselves dispossessed of their identity, built just on the absence of the insurrection.

    Point is that it is really impossible not to catch sight of the insurrectional chain, in its cold sequentiality, that starting from the revolt of the French banlieues in 2005 runs to the last August English riots. In the middle – these are the historical sequences showing what does it mean to start from the middle – there is the Copenhagen fire, the revolt against the Cpe, the endless Greek insurgency, the guerrilla in Campania, the insurrections in North African Countries, the blockade of the refineries in France, the 14th December of Rome, the 3rd July battle in Val di Susa and many other fragments – a feast, an encounter, a phrase – resonating one with the other, finally distorting the sad imperial symphony that until recently restarted identical, afresh, all over again, sinking in the boredom of a formless world. Indeed, the form is not defined by reconciliation, rather by the struggle of two principles at fight, as Lukàcs said. And the form came, finally. We could than repeat, intensifying the polarization: the common form given by an incessant reprocessing of the local clash between forms of life. A whole redefinition of the sensibility is at stake in this fracture of the neuropathic cyclic nature of the “social movements“.

    Today, if we can feel the epoch as a truth, that is, as a fact that we have in common, it is therefore thanks to this insurrectional movement engraving a form in this time. Time and form that have the appearance of a war, because of the definition of life itself, elaborating itself in each latitude as an insurrection against this environment, hostile because inhabitable, materialized in the pervasive positivity of the metropolis. But that, defining itself in this precise way, takes leave to the most diverse war’s definitions that bring all back to a military question from both sides.

    A new insurrectional dynamic: the taking shape of non-military war-machines, therefore impossible to be retrieved by the State sphere of representation but also by the informal expressiveness of the empire. It is true, we shall repeat it, they are fragments: all this moments, things, bodies, affects circulating and arising against this dominion pretending to be a totality, how couldn’t they be? The fragments search for the common and not a totality, which instead they want to destroy. In this sense, the society is a fiction, self-incriminating as such, while an incessant rain of “marginal” phenomena makes the principle officiating the well-kept society collapse. Fragments, fragments and still fragments resonating from one corner of the world to the other, they betray a crisis that before being an economical it’s a metaphysical one. Surely, the demands for a governmental alternative or the “European fiscal unity” wouldn’t reconcile what is incompatible.

    Yet, it is in this very living in fragments, indeed, that our time is messianic and that the question of communism appears in its insuperable actuality.

    Critic of politics against antipolitics

    To tell the truth, the arising of the insurrectional wave was already perceivable since a while, right before the 2008 first capitalist counter offensive. Capitalism tried to take remedial actions, attempting to produce and manage the crisis in his own peculiar manner, that is: in an apocalyptic and nihilist way. Politics was flattened by this general re-definition of the conflict. In this conditions, proposing again the litany of the mediation, of the falling back of institutions, of the umpteenth managerialization of the protest, is just the symptom of a very precise fact, that is of the resistance that the political class opposes to a practical critic of politics which is just becoming deeper; finally, that is a part of the ongoing war.

    Critics of politics is not equivalent with antipolitics, this very petit-bourgeois feeling that practically gets the result of letting survive the politics that in words one says to despise. The antipolitics is a politics pretending to dismiss the conflict between the party of order and the one of insurrection, exorcise the clash between hostile sensibilities, betting on rights, on universalism and indignation of the citizens, that is on the continuous deferment of war. In so making it affords to give some oxygen to the politics that rightly all the insurgent people hate. The insurrection, as its immediate critic, makes explicit the fact that the politics isn’t anymore at the center of the scene, and the one pretending to be taken for it is worth just for occulting its empty space. The same goes for democracy.

    We were saying at the beginning that it is a question of a chain, spatial and temporal, that emerged as time went on as a deposing sequence. Let the presumed constituent, if not constitutional, virtue of the actual insurrection fall: looking really into it in the constituent gamble, in a really explicit way in the north African countries, it is used in order to neutralize the people which revolted against the existent order, for cutting out their potential power. In any case they are two songs proposing to let survive the constitution with the subject, two deathly concepts.

    Let also fall the euphoric enjoyment of the ones revelling in the satisfied admiration of the gestures as such: we need everything but not an ideology of the uprising.

    There is in fact a common vice both in radical reformism as well as in insurrectionalism, that is the one of deducing from the insurgencies the proof of the being just of their ideological hypothesis, that is the confirmation of the arguments they were doing before the events could have started to controvert them. Therefore, the day after an insurrection, we have to invariably assist the debate on their consequences. If from someone the insurrections should mean the call for a new welfare or for a new round of voting, for some others it will assume the meaning of an enigmatic approval of that lack of strategy that marks them. If the second ones are allergic to the big mass movements, the first ones are allergic to all which lets sparkle the fact that, yes, the revolution is possible. The moaning of all the ones unable to see any “perspective” in these destructions sans phrase, closes the circle of the militant impotence.

    The insurrections calls for dwelling its becoming, to move in its temporality, while to search to live a duration of the before or after it means logically to try to evade this time.

    The fecundity of this action, someone said, is inside itself. The bad actions are the ones letting being measured by their own consequences. If we assume this sight, in front of Tahrir Square, to the fired storehouses or the roman rioters, there is just one right way to pose ourselves and it is the one of remaining faithful to their being phenomenal. It is worthless to pretend to see beyond of behind it, or look through the auspices: if we have to choose, among the five senses, we choose for the tact.

    How do these insurrections operate? Each of them tries to depose the institution immediately perceived as an enemy and which finds to be, in an historical conjuncture, easily destructively practicable: here is the paternalist despotic power, there are the commodities and their temples, over there, there is the economy and its flows, up there a big work, here there is politics, there, there is the society as such that is attacked. To depose the institutions, one after the other: that is the direction of the march. Each insurrections has in itself, in its practical evidences, its own perspective. If there is a constant element, traceable in all the ongoing revolts, it is the constant of the people’s aversion against the sole governmental device with which, everywhere, we have to deal with: the police. It is the one, in fact, performing the only material garrison of the governmental power of modernity.

    However, maybe because of the fact that it confronts every time a singular institutional aspect, this deposing capacity does not seem to become the potentiality for deposing the imperial power, that is becoming a revolution. Will it be necessary to confront all the institutions, to depose each institution, to deactivate the thousands of metropolitan devices in order to get nearer to that potential?

    Fragments of communism

    Yet the events showed some lessons and with extreme clarity:

    – the power is not in the parliament or in any other place of the politics, it is re-absorbed in the infrastructures surrounding us, in the corporations and in the devices managing the everyday life, therefore it is diffused because it is just local as locals are the forms of life;
    – the manipulation of the sensibility that the empire globally manages through an immense net of communicative devices can be opposed and eventually “dethroned” not much and banally in the alternative use of the devices as such, but locally, letting consist a territory that enters the secession, in this way inaugurating an endless experimentation;
    – if it is true that as a matter of fact the metropolis is the concentration of the devices of control and production, by this time undistinguishable one from the other, then it is evident the reason why today the insurrectional tension is played between refusal and secession, between destruction and flee from the metropolis, as on the other side the subversive activity of the past century acted facing the factory;
    – the existential condition in which commonly we find ourselves to live, cannot be defined through the position that one occupies in the market, in the consumption or at work, rather it can be approximated starting from the status of dispossession we share at the level of the life itself, the language and even in dreams: we cannot oppose to the political economy another political economy, rather we can oppose to the economy a firm politics of dwelling, in the same way in which in Italy, for instance, we see it taking shape with much clarity in Val di Susa, but that it is not difficult at all to recognize in the euro-Mediterranean occupied squares or in some near experiment of sharing of existences.

    In this time, for the ones that want to organize themselves there are at least two dimensions from where it is possible to start: both locally, constructing the material and spiritual conditions of the secession – communes, red bases, black holes in the metropolis – and globally, constructing the conditions for an international where the dispersed fragments acquire the right strategic configuration.

    Today communism maybe does not mean anything else if not the art of composing these insurrectional fragments in a revolutionary becoming.

  2. Mort Cinder scrive:

    Qui si naviga verso una sorta di metafisica trotzkista.
    I “concatenamenti insurrezionali” andrebbero riconosciuti sul piano strutturale, non nell’ordine dell’immaginario, a meno che non si voglia passare dall’enunciato “L’immaginazione al potere” all’enunciato “La sperimentazione alle potenze” e fare della filosofia (sebbene suggestiva). E se si ragiona a livello strutturale, prima di tutto viene la questione strategica, punta del problema politico. Non correndo già a delle sintesi globali, perché il problema politico in Italia mi pare ancora insufficientemente posto dato che un cumulo di frammenti non è detto compongano un puzzle (meglio Gramsci di Trotzkij).

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