Andrea Cortellessa

Diciamo la verità, questa rivista ci piace molto (altrimenti non la faremmo). Ma a farla non ci divertiamo. E non si diverte tanto, forse, nemmeno chi ci legge – neppure coloro a cui la rivista, magari, piace molto (altrimenti non la acquisterebbero). Il fatto però, ed è un fatto da cui non si può prescindere, è che in Italia e nel mondo – nel tempo iniziato giusto dieci anni fa, una mattina di settembre a New York – c’è stato poco da divertirsi. Il paradosso degli «anni Zero» è che si intitolavano a un esponente «puntuale», liminare e istantaneo – proprio come il tempo quasi impercettibile passato fra le 8:46 e le 9:03 di quella mattina di settembre – ma, a differenza della nozione comune di anno Zero, che postula in sé il momento successivo di un nuovo inizio e di una ricostruzione, designavano un’estensione. Un’estensione nemmeno tanto breve, quella che da allora è seguita. Dieci inverni – di nuovo – sfiancanti.

Anche «alfabeta2» – con le parti, entrambe indispensabili, del suo nome – è nata all’insegna dello snodo fra un passato, che si crede non sia passato invano, e un futuro che si scommette di poter, se non inventare, cogliere prontamente. Ma l’ultimo anno degli anni Zero – quello coinciso col nostro primo anno di (nuova) vita – è stato forse il più sfiancante del decennio. Un presente, uno Zero interminabile è stato quello che, cancellando il passato, negava ogni possibile futuro. Non era mai stato così largo, lo spazio simbolico fra l’insostenibilità dei tempi che ci sono dati in sorte, e l’inconsistenza della nostra reazione ai medesimi. E pazienza se avrà suonato da Cassandra il tono di certi nostri titoli – da Intellettuali senza a Cultura anno Zero passando per Allarme Università. Se ancora riuscivamo a muoverci, intellettualmente, lo facevamo attoniti, fra le macerie: come appunto il bambino rosselliniano, destinato a sua volta allo zero, di Germania anno Zero. Cassandra, quella volta, aveva avuto ragione.

E oggi scriviamo, ancora, che La scuola è finita. Che però, nelle intenzioni, è un titolo ironico: sì, lo sappiamo, lo abbiamo già gridato tante volte, la state massacrando ormai da decenni la scuola pubblica; la volete far finire a tutti i costi; tutti assieme cospirate per assassinare il nostro futuro. Eppure anche quest’anno, come gli anni scorsi, per forza c’è un nuovo anno che comincia. Se non altro perché biologicamente c’è una nuova classe che preme – una classe che viene.

Ecco, una nuova classe che viene. La primavera e l’estate, di questo primo anno del nuovo decennio, hanno portato con sé una sorpresa. Tante sorprese, anzi; e, per una volta, sono state belle sorprese. Non neghiamolo, nelle ultime settimane ci siamo divertiti. Di più: ci siamo sentiti di nuovo vivi. Milano, Napoli, i Beni comuni: tanto è successo, in pochi giorni incandescenti, che il numero scorso abbiamo scommesso di intitolarlo all’anno Uno. Ma non è finita lì; e non è neppure iniziata solo nelle urne. Crediamo invece che il movimento, di un corpo sociale e politico che pareva irrigidito nel rigor mortis, sia cominciato dove nessuno, o quasi, scommetteva potesse cominciare. Cioè fra i tanto vituperati, i tanto irrisi intellettuali. Non si trattava ovviamente, come ci toccava precisare nell’editoriale del numero due (settembre 2010), degli intellettuali come più o meno traditrice classe separata di clercs. Ma di quella massa crescente di lavoratori della conoscenza che operano proprio nella scuola, nell’università, nella cultura strangolate e – nelle intenzioni degli strangolatori – ridotte a Zero. E che invece hanno preso a compitare con pazienza, e insieme con entusiasmo, l’Abc di un nuovo anno Uno.

È da lì, tumultuando dalle propaggini dell’Onda studentesca e del movimento dei precari, da quello dei ricercatori universitari e poi dalle donne protagoniste del movimento Se Non Ora Quando e dai lavoratori dello spettacolo (con luoghi simbolo di partecipazione anche popolare, come il Teatro Valle e la sala dedicata a Vittorio Arrigoni dall’ex Cinema Palazzo, a Roma) e ancora dai lavoratori nella comunicazione e nell’industria editoriale e culturale del movimento TQ (dalle sue incerte premesse rapidamente cresciuto in quantità e qualità, e sintomaticamente a sua volta sùbito indicato al pubblico ludibrio dalle agenzie dell’infotainment), che è venuta la prima scossa.

Com’è fisiologico, e come del resto è già avvenuto in altre parti del mondo, sono insomma le giovani generazioni – in media più informate, più preparate, più colte di quelle che le precedono, ma di esse infinitamente meno tutelate, meno sicure, meno ammesse alla rappresentazione di sé – che premono. Davvero, c’è una nuova classe che viene.

Il Valle e TQ, per esempio

È stato detto con convinzione: quello andato in scena a partire dal 14 giugno, con l’occupazione dello storico teatro Valle (nel pieno centro di Roma, a pochi metri dal Senato della Repubblica), è il più importante spettacolo italiano degli ultimi anni. Forse non il più «bello» – per la frastornante discontinuità culturale che la logistica ha imposto agli occupanti – ma, siamo d’accordo, il più importante.

Del resto non c’è luogo in cui la dialettica fra il rappresentare il proprio tempo e le sue contraddizioni, e il rappresentare se stessi – il proprio corpo fisico e politico con le sue esigenze indifferibili e la sua presenza proditoria – si mostri in modo più simbolico che a teatro. E quale luogo più simbolico del Valle, il 9 maggio 1921 sede della première dei Sei personaggi pirandelliani e dunque dell’abbattimento della «quarta parete» come segno dell’irruzione del moderno, ma anche sede quintessenziale della tradizione più nobile (è il più antico teatro romano in attività, inaugurato nel 1727; nel gennaio 1823 Giacomo Leopardi vi assisté all’opera Il Corsaro, di tale Filippo Celli), per «mettere in scena» la dialettica tra generazioni che, ogni volta, contraddistingue i momenti-Uno della storia?

Appunto riguardo al segno generazionale, impresso sul movimento sin dal suo nome, che TQ ha ricevuto e continua a ricevere le sue critiche, crediamo, meno lucide (e, in qualche caso, meno oneste). Che non vogliono cogliere come chi oggi ha fra i trenta e i quaranta abbia percepito per primo sulla propria pelle la perdita di diritti che si estende ora al resto della società – minando le fondamenta di una dialettica fra generazioni che della società è sempre stata matrice di movimento. Ha scritto Michele Dantini che «i trenta-quarantenni sono chiamati a cofinanziare un welfare da cui saranno esclusi, a sperimentare condizioni di subalternità senza precedenti nel dopoguerra»; per questo «la questione generazionale ha oggi in Italia connotati di oppressione di classe» (al riguardo si rinvia, qui, a quanto scrive Andrea Inglese). Che questa oppressione abbia finito per dar vita a un embrione di coscienza, non può stupire in assoluto. Eppure, per i nostri tempi, è un fatto nuovo che non era dato prevedere. Il passaggio dall’impoliticità delle premesse a quello che a Sandro Bondi (sì, proprio lui redivivo, intervenuto su «Panorama» il 24 agosto), lettore dei documenti TQ, pare «un politicismo assoluto» è il frutto di una primavera-estate di discussione vera, aperta: di cui coloro che vi hanno partecipato, nella propria esperienza, non serbavano memoria.

Perché l’altro collante generazionale è quello di essere cresciuti nel tempo in cui, agitando lo spettro del «politicismo» e dell’«ideologia» («Una perversione: non si mischia cultura con ideologia», titola «Panorama» le alate parole del memorabile poeta già memorabile ministro), si era creduto di poter fare a meno anche della politica.

E dopo Uno?

Dopo Uno, vediamo. D’altra parte se non ci fosse stato l’Uno – così incerto e barcollante ma anche così vivo, così aperto – da vedere non ci sarebbe stato proprio nulla. La metafora scelta nelle pagine che seguono da Giorgio Vasta, che di TQ è stato fra gli ideatori, è colma di promesse. La primavera, si sa, pullula di pollini; è un tempo che ci abbatte e anzi ci «accascia», come dice il poeta, in stati febbrili anche devastanti. Che turbano la percezione e il raziocinio. Ma gli stati febbrili connotano altresì i giorni detti, nel linguaggio medico, critici: quelli in cui il decorso del male raggiunge un punto di svolta – un bivio – fra la catastrofe e la salute. Fra lo Zero e l’Uno. Se abbiamo la febbre, è un buon segno.

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