Andrea Inglese

Non si può certo attribuire a TQ, come movimento generazionale, la dote della tempestività, se consideriamo i temi principali che lo interessano: lavoratori della conoscenza, condizioni del lavoro atipico, concentrazioni editoriali che indeboliscono l’esistenza di un’editoria di qualità, effetti perversi del berlusconismo, quale sottocultura cinica e individualista, ecc. La maggior parte di questi temi, nel nostro paese, sono presenti nel dibattito politico e culturale almeno da una decina d’anni, a volte da un ventennio. Fin dall’inizio degli anni Novanta, ad esempio, la rivista Luogo Comune aveva avviato un’analisi del lavoro intellettuale a partire dal nuovo modello di produzione post-fordista, ponendo alcune delle premesse teoriche per movimenti come quello dei precari organizzati, attivi nelle manifestazioni del Mayday e sotto la sigla di San Precario. Il dibattito sulle concentrazioni editoriali emerge in quegli stessi anni, essendo consecutivo all’acquisizione della Mondadori da parte di Berlusconi nel gennaio 1990. Insomma, quanto a meri contenuti, TQ arriva tardi, e ne è per altro consapevole. Sa che deve riguadagnare il tempo perduto. Ciò che, però, rappresenta la novità di TQ sta in un doppio tratto identitario: di classe e generazionale. I due aspetti sono strettamente legati. La lotta contro il precariato è stata portata avanti dalle frange attive e più politicizzate di quei ceti popolari che, per primi e in modo più violento, hanno subito gli effetti del nuovo capitalismo sull’organizzazione del lavoro. I TQ, popolando in maggioranza ambiti lavorativi quali l’editoria, la scuola secondaria e l’università, sono presumibilmente detentori di un capitale culturale più consistente (laurea, master, dottorato). Questo li candiderebbe, secondo un principio fino a ieri abbastanza comprovato, ad infoltire le classi medio-alte. I sociologi delle nostre democrazie erano infatti propensi a stabilire una corrispondenza diretta tra livello d’istruzione e reddito, garanzia non solo della mobilità sociale, ma anche della conseguente pace che ad essa si accompagna. Ora, le ultime notizie dal fronte statistico, dicono che in Europa, e in Italia in modo particolare, le generazioni più giovani scontano un sempre maggiore scarto tra condizione professionale e livello d’istruzione, ossia laureati e addottorati si trovano a svolgere mansioni al di sotto del loro livello di competenza e con contratti atipici. La frustrazione che ne deriva è tanto più intensa, quanto più la promessa di mobilità sociale e il mito della classe media hanno a lungo legittimato la bontà delle democrazie liberali. Ma ciò che il movimento TQ potrebbe dimostrare è che il livello di reattività politica nei confronti della sofferenza sociale cresce con il crescere del livello di istruzione dei soggetti che ne sono vittime. In quest’ottica, TQ è un movimento perfettamente tempestivo, e in qualche modo sincronizzato con le rivendicazioni delle giovani generazioni istruite negli altri paesi europei. Dietro la questione generazionale, che ha sollevato tanto scherno intorno a TQ, ne emerge una di classe, che sarà poi la questione ineludibile degli anni a venire, in tutta Europa. Se le trasformazioni del mercato del lavoro sono state pagate in questi decenni dai gruppi sociali più svantaggiati, ora recessione e crisi finanziarie finiscono per colpire anche il ceto medio, e soprattutto le nuove generazioni che sarebbero destinate a diventarlo. Ciò apre inevitabilmente scenari di grande instabilità sociale, ma anche di nuove opportunità di mobilitazione collettiva. Vi è, infatti, un crescente patrimonio intellettuale che rimarrà senza impiego all’interno del mercato del lavoro e che, in ogni caso, non garantirà forme soddisfacenti d’integrazione sociale. Possiamo sperare che una parte cospicua di tale patrimonio venga reimpiegato nella critica del sistema esistente e nella creazione di forme di vita alternative ad esso. Il movimento di TQ, per piccolo e aurorale che sia, sembra procedere in questa direzione, scegliendo una strategia di azione collettiva volta a costituire, nei limiti del possibile, un nuovo contropotere intellettuale nei confronti del potere politico ed economico.

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