[Potete leggere qui la versione integrale dell’articolo di Lutero, presente nel focus “Per un’altra economia” del numero di “Alfabeta2” di settembre]

Giancarlo Lutero

Qualche anno fa Giorgio Ruffolo scrisse un agile libricino intitolato Cuori e denari. C’è un passo di quell’opera davvero pregnante per un discorso inerente lo statuto dell’economia politica e delle sue vestali, le discipline quantitative come l’econometria e la statistica applicata: “Chi l’ha detto che l’economia è senza cuore? Lo ha detto – con parole sue – Thomas Carlyle, forse in un momento di malumore. La battezzò dismal science, scienza triste, scienza tetra. Nessuno avrebbe rivolto un’accusa del genere alla matematica. O alla fisica. O alla paleontologia. Il fatto è che la matematica si occupa di simboli astratti. La fisica di oggetti inanimati. La paleontologia di scheletri remoti. L’economia si occupa di uomini. É vero che alcuni economisti si sono sforzati di trapiantarla, l’economia, nella grande serra delle scienze esatte, dalla giungla intricata delle scienze sociali. Ma non si può dire che abbiano avuto successo. Per loro, lo statuto definitivo dell’economista resta affidato a una vita futura: se saranno stati dei buoni economisti, saranno accolti nel paradiso dei fisici; se cattivi, nell’inferno dei sociologi. Nel loro tempo, dovranno adattarsi al purgatorio. La ragione essenziale di quel fallimento sta nel fatto che la “mela” di cui gli economisti si occupano non è una mela newtoniana, che obbedisce nella sua caduta a leggi imprescrittibili. É una strana mela, una mela che pensa. E che, cadendo, può cambiare opinione e percorso. Per questo le predizioni degli economisti sono così fallibili.Si deve a Keynes l’immagine della mela pensante, che riesce a cogliere tutte le contraddizioni irrisolte in cui si agita ancor oggi la scienza economica (i suoi paradigmi teorici dominanti così come i suoi codici empirici). Essa è divenuta sempre più formalizzata e tecnica, ma nonostante questo sforzo sembra essere sempre più invisa all’opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi economica. Forse c’è una diffusa percezione, a torto o a ragione, del ruolo ideologico di sostegno ai poteri dominanti in cui la teoria economica e l’econometria sono state precipitate da molti dei suoi “agenti” interessati.

È nota la battuta dell’econometrico Edward Leamer il quale affermava che “le stime econometriche sono come le salsicce: è meglio non assistere alla loro preparazione”. Uno dei più grandi e brillanti econometrici viventi, David Hendry, si chiede in un suo famoso lavoro se l’econometria sia alchimia o scienza: il suo interesse per le questioni metodologiche è culminato nel poderoso volume scritto con la storica Mary S. Morgan The foundations of econometric analysis in cui si ripercorrono le tappe di quell’ambizioso progetto di fondazione empirica dell’economia che è stato la creazione dell’Econometric Society. Questo disegno di presunto irrobustimento della disciplina economica era già stato avviato nell’Ottocento dalla scuola marginalista francese ed inglese sulla base del modello della fisica newtoniana (in verità già modello per Adam Smith) ed è stato integrato nel secolo scorso dai riferimenti espliciti alla fisica teorica moderna e al metodo assiomatico: nel 1959 Gerard Debreu – economista all’École Normale e allievo di Henry Cartan, uno dei fondatori della scuola assiomatica Nicolas Bourbaki – dà alle stampe Theory of Value, il cui sottotitolo è un’analisi assiomatica dell’equilibrio economico. Le fondazioni dell’analisi econometrica più diffusa devono quindi ricercarsi nell’approccio assiomatico alla teoria economica.

A parte le motivazioni ideologiche che hanno governato questi processi (ad esempio la necessità di contrastare la marxiana critica dell’economia politica e tutti quei movimenti di massa che si riconoscevano più o meno nel suo corpus teorico e nella sua prassi rivoluzionaria, al fine di congelare il conflitto sociale), si è ceduto alla tentazione di adottare il rigore del linguaggio della logica formale per attribuire all’economia lo status di “scienza” sperimentale  incontestabile: nulla di più errato. Certamente è vero che l’economia si occupa di quantità e quindi non può prescindere dalle scienze esatte o dalla logica dell’incerto (il calcolo delle probabilità), ma è altresì corretto evidenziare che il linguaggio della matematica e di tutte le discipline assiomatizzate è “vero” in un senso molto più limitato di quello che vi è attribuito dal senso comune: le verità espresse dalla matematica sono di natura essenzialmente condizionata in relazione a degli assunti di partenza. Seguendo il rigore della logica deduttiva, e nel rispetto del basilare principio aristotelico della non-contraddizione, si perviene a dei risultati corretti all’interno di un sistema chiuso. Quindi è il complesso delle ipotesi di partenza a dover essere sottoposto ad una critica tenace e scrupolosa o, quantomeno, gli esiti di un ragionamento o modello applicato dovrebbero essere valutati con cautela in relazione alle implicazioni mediate delle sue premesse. Un processo conoscitivo comporta necessariamente l’uso di astrazioni, ma di certo tali astrazioni devono essere concettualmente e storicamente determinate, in special modo nell’economia politica.

Inoltre non comprendere che anche la matematica e le scienze naturali possiedono uno sviluppo storico contraddittorio fra crisi profonde, ripensamenti teorici, aggiustamenti parziali e vere e proprie rivoluzioni, può condurre ad una sorta di “feticismo formalista”, sempre più autoreferenziale, i cui esiti sono sotto gli occhi di tutti: sarebbe più ragionevole fare molta attenzione e non farsi prendere la mano imponendo, dogmaticamente e senza alcun senso critico, la matematica ed i suoi criteri tanto alle scienze della natura che a quelle sociali. In tal modo si corre il rischio che quei valori epistemologici che sono ritenuti giustamente imprenscindibili nelle scienze esatte (cioè coerenza formale, rigore logico formale, coerenza e completezza delle ipotesi, ecc.) possano trasformarsi, se adottati in altri ambiti, in veri e propri pregiudizi metodologici.

Le stesse critiche interne all’accademia o provenienti da paradigmi “alternativi” consistono nella messa in luce di errori interpretativi che nascono nella quasi totalità dei casi dall’assunzione, anche inconsapevole, dei presupposti teoretici, epistemologici ed ideologici della metafisica individualista borghese. Non sfugge a ciò la sedicente “scientifica” dell’economia volgare accademica, ovvero un approccio astorico, soggettivo ed utilitarista. Aveva forse torto Marx quando affermava che “in nessuna scienza domina il costume di darsi tanta importanza con luoghi comuni elementari come nell’economia politica”?

Alcune di queste semplificazioni che hanno dominato l’ultimo quarto di secolo sono servite a diffondere le previsioni necessarie a legittimare un modello di crescita che è incorso in una profonda crisi. Il ciclo economico, e la crisi specificatamente capitalistica come suo elemento immanente, ci lasciano come rimasuglio fastidioso un grande dilemma, che a quanto pare non disturba il sonno dei suoi demiurghi: le previsioni economiche servono? Sono lecite? Sono corrette e sostenibili? Senza addentrarsi in questioni di convenzionalismo metodologico, che valore possono avere le metodologie estrapolative, adattive o “razionali” che dir si voglia? Bisogna essere franchi: non sono le discipline empiriche in sé, arrivate a dei livelli di sofisticazione notevoli, bensì è l’uso spregiudicato a fini normativi dei modelli previsivi o delle simulazioni econometriche che è intollerabile in molti casi. Se ce ne fosse bisogno questa è la dimostrazione di un inarrestabile delirio scientista, e non c’è Popper che tenga…

Un esempio interessante è la controriforma delle pensioni in Italia, iniziata con il decreto legislativo Dini, ma non ancora terminata secondo le indicazioni del Fondo Monetario. Essa è stata sollecitata e giustificata dietro la spinta di modelli e proiezioni (Inps, Bankitalia, Tesoro, ecc) che producevano risultati su un orizzonte temporale di 50 anni, con valori dei parametri arbitrari e in alcuni casi eroici: come si fa a prevedere quanti occupati ci saranno fra 30 anni? E quale sarà il profilo del tasso d’inflazione nei prossimi 50 anni?

Qualche buontempone non allineato, dietrologo e catastrofista, potrebbe pensare che è stata pianificata una strategia di allarmismo (chi se lo ricorda l’articolo di F. Caffè La strategia dell’allarmismo economico?) contro l’Inps per creare un allarme sociale, caldeggiare la svendita del suo patrimonio immobiliare per fare cassa, favorendo i molti capitali che si volevano buttare sulla speculazione immobiliare, imporre il taglio della massa salariale differita, creare liquidità per l’asfittico mercato finanziario italiano, favorire la nascita degli investitori istituzionali anche in Italia. Ma questa è solo una congettura verosimile …

Una Risposta a Empiria ed economia

  1. […] e mercantile cui siamo abituati da anni. Alla luce dei recenti crolli borsistici il secondo focus, Per un’altra economia, un dossier molto critico nei confronti delle teorie economiche dominanti, che comprende contributi […]

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