[Questo testo introduce una serie di contributi sul tema del tumulto. I primi che pubblichiamo, di Federico Campagna, Gabriele Pedullà e Alberto De Nicola, riguardano i disordini che dal 6 al 10 agosto 2011 sono scoppiati in diversi quartieri di Londra e di altre città della Gran Bretagna.]

Augusto Illuminati

Con il titolo Le virtù del tumulto. La rivolta tra esodo e rivoluzione si è svolto nei mesi tra febbraio e maggio presso Esc Atelier il seminario annuale della Libera Università Metropolitana (Lum), il cui programma completo è reperibile sul sito «alfabeta2», mentre le videoriprese di relazioni e dibattiti sono disponibili sul sito www.lumproject.org/.

(22 dicembre 2010, gli studenti romani sfilano sulla Tangenziale est. Foto di Martina Cirese)

Il progetto era di mettere a tema l’idea di trasformazione radicale nelle forme nuove dettate, per un verso, dalla riluttanza del capitalismo finanziarizzato ad accettare regole e dall’inclinazione a usare in modo permanente la crisi come produzione di valore, per l’altro dall’evidente fallimento del riformismo keynesiano versione socialdemocratica oppure Obama. Durante la preparazione – sconvolgendone assunti e operatori, che sono militanti dei movimenti – è sopravvenuto prima il ciclo delle mobilitazioni studentesche contro la legge Gelmini, accompagnato da analoghe battaglie a Londra e in altre situazioni europee, poi quello, tuttora in corso, delle insorgenze nel Maghreb e nel Mashrek, di cui non è sfuggita la profonda consonanza con quanto accadeva sull’altra costa del Mediterraneo: un esempio per tutti, il ruolo dei diplômés chômeurs nelle manifestazioni tunisine. I tumulti, che vedevano protagonisti giovani, studenti e precari, e migranti, passavano dall’ipotesi alla pratica, segnalando  una resistenza potente contro le politiche neoliberiste di austerity e riduzione del debito pubblico e rendendo urgente il cercare di definire la natura di questa tipologia di riots metropolitani, non esauribili né con un generico richiamo al no future né con un paludato confronto con le rivoluzioni classiche. Tanto meno con la narrazione consolante della  «generazione bruciata» che si ribella contro i genitori o con i sia pur corretti richiami all’aumento speculativo dei prezzi delle derrate alimentari. Se è piuttosto facile registrare per base comune, da piazza del Popolo a piazza Tahrir, un vuoto di futuro e di prospettive lavorative in sé e in rapporto con i livelli di scolarizzazione, resta in quelle rivolte il problema di una nuova politica, di un modo diverso di qualificare la trasformazione, evocando subito la vita e il linguaggio, le relazioni sociali e il sapere, la linea del colore e la differenza  di genere. Sembra che le pratiche e le idee che emergono da quei tumulti si discostino da passate problematiche rivoluzionarie (dal ruolo delle avanguardie ai meccanismi di rappresentanza), ponendo tuttavia l’esigenza di una quotidiana costruzione di senso e di istituzioni politiche coincidenti con forme di vita originali e con l’esodo da quelle autorizzate – non importa se da dittature o democrazie liberali in asfissia.

Il termine stesso di tumulto in luogo di rivoluzione si concretizza pertanto nel seminario nella scelta di autori e sequenze storiche non standard o non del tutto tali: il pensiero presovrano di Machiavelli (con il suo correlato spinoziano), la jacquerie, la rivoluzione anomala di Haiti, la Comune parigina, la teoria dell’esodo e il carattere non normativo bensì esemplare del tumulto, il ’68 letto attraverso il femminismo della differenza e il pensiero di Carla Lonzi, la nozione di moltitudine come macchina da guerra. Luoghi comuni della sovversione, ma illuminati con una luce radente in grado di farne risaltare aspetti tutt’altro che mainstream.

Ci siamo riusciti? Con cadenza mensile pubblicheremo sulla rivista le sintesi di alcuni contributi (in attesa di un’edizione integrale in volume), sollecitando sul sito contributi provenienti dai partecipanti al seminario e commenti liberi.

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