Matteo Di Gesù

Nel primo pomeriggio del 7 aprile 2010, nella casella di posta elettronica di molti palermitani arrivò una mail direttamente dall’editore Feltrinelli: «Abbiamo il piacere di comunicarvi che oggi alle ore 18 Massimo Ciancimino sarà alla libreria di via Cavour per firmare le copie del suo libro». E in effetti, così andò: auto blindata parcheggiata in seconda fila, il figlio di don Vito alle sei e mezza di quel memorabile pomeriggio primaverile, autografava controcopertine del volume fresco di stampa di cui era coautore insieme allo stimato giornalista Francesco La Licata. Cento copie vendute in due ore, quel pomeriggio. Qualcuno, nei giorni successivi, fece le sue rimostranze agli incolpevoli responsabili della Feltrinelli di Palermo: ma, come si è detto, l’iniziativa era partita direttamente da Milano, che aveva utilizzato l’indirizzario mail della libreria. Non c’è dubbio che ancora una volta avessero ragione i milanesi, se non altro quanto a strategie commerciali: Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione è stato il libro siciliano del 2010 e le logiche di promozione a cui rispondeva non erano, non sono diverse da quelle previste per qualsiasi altro best seller letterario. Proprio così: non era tanto per rendergli omaggio che i lettori palermitani si accalcavano intorno al figlio del potente mafioso democristiano – che come amministratore organico a cosa nostra ha devastato la loro città peggio di quanto non abbiano fatto i pur solerti bombardieri alleati, incamerando un bottino enorme – quanto per accostarsi alla star televisiva del programma di Michele Santoro. E poco male se le celebrità made in Sicily anziché da «Che tempo che fa» transitano da «Annovero» – prima di finire in galera.

L’aneddoto del rampollo Ciancimino divo da libreria è soltanto la testimonianza più eloquente di quanto sia diventato redditizio per l’industria editoriale il reinvestimento del capitale simbolico accumulato dall’antimafia (e dalla mafia). La Sicilia, da questo punto di vista, può ancora vantare un primato indiscusso, che nemmeno il successo planetario di Gomorra ha indebolito: giornalisti, mafiologi improvvisati ma anche magistrati se non mafiosi o parenti dei mafiosi sono gli autori/attori protagonisti dello spettacolo culturale che la società siciliana produce. E se la cronaca non offre spunti degni di rilievo, si possono sempre spacciare libri come F.a.q. mafia, La mafia spiegata ai turisti o La mafia in cucina: chissà che perfino la ricetta della pasta con le sarde come la faceva Lucky Luciano non restituisca quell’inebriante sensazione di civismo e di impegno a buon mercato che questo genere di letture sa trasmettere.

Dall’alveo gorgogliante della pubblicistica mafiosa, alimentato dal successo dei polizieschi di Camilleri, si era generata alcuni anni fa la corrente del giallo siciliano: al momento sembra essersi fatta carsica, con buona pace dei cultori del genere e del suo irrinunciabile portato di denuncia civile. Continua a prosperare senza tema di declino, invece, l’unica vera alternativa editoriale siciliana alla mafiologia: l’esotismo domestico dei romanzi «al gusto di Sicilia» – per dirla con le parole di un critico – ultimamente arricchitosi di arditezze linguistiche da spot pubblicitario, mercè ancora una volta il modello Camilleri (il cui sperimentalismo, andrà ribadito, è di ben altra qualità); Simonetta Agnello Hornby, Giuseppina Torregrossa, Ottavio Cappellani (lui è quello da esportazione) sono gli ultimi esponenti di questa florida scuola.

La letteratura, come del resto tutta la cultura, nella terra del Gattopardo funziona come un orpello, un gadget, o più precisamente un souvenir: non è un caso che le disastrate amministrazioni palermitane e catanesi, abbiano relegato a un ruolo pressoché nullo gli assessorati alla cultura (dell’attuale assessore palermitano, l’unica sortita che si ricordi negli ultimi anni è la censura di un manifesto del gay pride siciliano) per dirottare i fondi – finché c’erano – agli Uffici Grandi Eventi. E che l’assessorato regionale al turismo abbia avocato a sé gran parte delle competenze dei beni culturali, mentre, per dirne una, le poche biblioteche dell’isola boccheggiano.

Il paradosso è che i siciliani nell’ultimo anno e mezzo hanno scritto un bel po’ di bei libri: Nino Vetri, Lume lume, Giuseppe Schillaci, L’anno delle ceneri; Irene Chias, Sono ateo e ti amo; Giorgio Vasta, Spaesamento; Antonio Pagliaro, I cani di via Lincoln; Giacomo Guarneri, Danlenuàr; Veronica Tomassini, Sangue di Cane; Giuseppe Rizzo, L’invenzione di Palermo; Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, solo per citare i trenta-quarantenni. Se di tutto ciò rimane una traccia persistente in un tessuto civile anchilosato, degradato e corrotto lo si deve alla tenace vitalità di agenzie culturali indipendenti, le quali spesso si reggono sul lavoro volontario e gratuito (fatte salve poche eccezioni: il Premio Mondello è una di queste): centri sociali come il Laboratorio Zeta a Palermo e l’Experia di Catania (sgomberato a manganellate nel 2009, mente poco tempo prima il sindaco bancarottiere uscente veniva eletto in senato), festival come Letterandoinfest di Sciacca, Sotto le stelle della letteratura delle Madonie, Una Marina di libri di Palermo promosso dall’editore Navarra (privi di finanziamenti pubblici che non siano, bene che vada, spiccioli comunali, mentre le fette più cospicue del bilancio regionale se le spartisce la solita nomenclatura culturale, da destra a sinistra); librerie come Modusvivendi e Garibaldi di Palermo e Cavallotto o Tempolibro di Catania; biblioteche per bambini autogestite come Le balate di Palermo (l’unica in città e tra le pochissime della regione); editori come :duepunti a Palermo e Mesogea a Messina; per non dire di scuole pubbliche che, grazie alla lungimiranza di presidi e insegnanti, riescono a trasformarsi in biblioteche e presidi culturali di quartiere.

Tutti questi soggetti parlano poco tra loro e non fanno rete. Ma forse non si può chiedere loro di più, in una regione in cui perfino i giornali illuminati e progressisti rinunciano a sostenere le cose migliori che accadono nei paraggi della letteratura. In una regione in cui il Parlamento regionale vota all’unanimità una legge per l’insegnamento nelle scuole dell’isola della lingua, della letteratura e della storia della Sicilia, per la soddisfazione dal presidente autonomista e dalla sua accolita di governo: ultima carabattola in bella mostra nel bazar culturale siciliano.

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Una Risposta a Mafia

  1. Gaetano Foti ha detto:

    Riflettere sulle opinioni ricorrenti ed estese , evidenziandone i limiti e i paradossi sono una boccata di aria fresca e nutrimento per l’intelligenza.
    Complimenti.
    Un sicano.

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