Dimitri Deliolanes

Il sentimento dominante è la disperazione. Più che la rabbia. Arrabbiati sono in tanti, ma alla fine sono minoranza. Disperati lo sono tutti. Dal premier Yiorgos Papandreou fino all’ultimo immigrato afghano, trascinato in condizioni disumane fino a questo estremo lembo di Europa per trovarsi intrappolato e solo, senza possibilità di lavoro e senza una lira in tasca.

Gli arrabbiati si sono radunati per lungo tempo a piazza Syntagma, di fronte al Parlamento, la «Boulè degli Elleni». È là la Puerta del Sol, la piazza Tahrir dei Greci. «Ladri! Ladri!», hanno inveito contro il mondo politico. Tutti gli danno ragione. Mai come in questo momento la classe politica incontra tanto disprezzo da parte dell’opinione pubblica.

Alcuni deputati, che di sera cercavano di uscire dal portone del Parlamento, sono stati aggrediti dagli assedianti. Altri se la sono cavata fuggendo a piedi, con le torce in mano, attraverso il parco adiacente. Prima ancora, alcuni, come l’ex premier socialista Kostas Simitis (quello che ha truccato i conti per entrare nell’euro) sono stati brutalmente apostrofati per strada. Altri, come il vice presidente del consiglio Theodoros Pangalos, hanno ricevuto non solo insulti ma anche ortaggi. Per non parlare del povero ex ministro dell’Agricoltura, Kostis Hatzidakis, ora deputato di centro-destra, che ha subìto un tentativo di linciaggio.

Eppure, tutti sanno che l’unica via d’uscita dalla gravissima crisi greca passa attraverso la politica. È il Parlamento che deve ratificare d’urgenza quei provvedimenti che bisognava prendere già un venennio fa e che nessun governo ha avuto il coraggio di fare. Le previsioni della finanziaria per il 2011 già alla fine del primo trimestre si sono dimostrate irrealizzabili. Dalla lotta all’evasione fiscale, il governo sperava di ottenere un aumento delle entrate del 19%. Alla fine l’aumento c’è stato, ma solo del 7%. I soliti ignoti al fisco hanno continuato a rimanere ignoti e la sgangherata macchina delle imposte a girare a vuoto, come sempre. Così, il peso è di nuovo caduto sui contribuenti sicuri: lavoratori dipendenti e pensionati.

Egualmente problematico si è dimostrato l’ambizioso programma di privatizzazioni previsto dalla finanziaria già a dicembre. Dismettere aziende che danno lavoro a più della metà della forza lavoro dipendente greca non è uno scherzo. I primi a essere colpiti sono proprio i 300 deputati, specialmente quelli dei due partiti che si sono alternati al governo negli ultimi 40 anni, i socialisti del Pasok e i conservatori di Nuova Democrazia. Togliere le aziende pubbliche al controllo dello Stato significa perdere una grossa base elettorale. Ogni governo sistemava là i suoi clientes e loro lo ricompensavano con il loro voto. Per non parlare della dirigenza sindacale della centrale unica Gsee, interamente eletta proprio grazie ai voti dei sindacati di queste aziende. Ora tutto questo deve finire. I partiti, si spera, competeranno sulla base delle loro proposte politiche e i sindacalisti rappresenteranno, se ne sono capaci, i lavoratori del settore privato, per lungo tempo rimasti orfani. È una rivoluzione. Che nessun deputato vede di buon occhio.

Tutti i grandi scioperi generali dell’anno scorso erano segnati dall’illusione, alimentata dalle incertezze del governo, che, in fondo, la situazione era sì grave ma rimediabile e c’era ancora spazio per una trattativa con i commissari della troika (Commissione europea, Bce e Fmi) che a scadenza mensile ispezionano accuratamente i conti pubblici greci. Quest’anno invece è iniziato con la grande mobilitazione dei privilegiati: farmacisti che rivendicavano un tasso di guadagno esorbitante, medici ospedalieri che esigevano il diritto alla bustarella, lavoratori dei trasporti urbani che volevano mantenere la pioggia di incentivi, taxisti che pretendevano di poter imbrogliare i turisti, avvocati che non gradivano la concorrenza europea, agricoltori pagati per non coltivare niente. Di fronte alla freddezza dell’opinione pubblica, hanno gradualmente abbassato i toni.

Ora è giunto il momento dei dipendenti delle aziende da dismettere. Qui le cose sono più serie. Inizialmente il governo aveva assicurato che tutti sarebbero stati riciclati nell’amministrazione pubblica. Ma i signori della troika hanno posto il veto: già ora l’amministrazione pubblica greca risulta in esubero di circa 80 mila unità. Dove pensavano di collocare i nuovi arrivati? Così, a maggio, è arrivata la cattiva notizia: nessuna ricollocazione automatica presso gli uffici dell’amministrazione, ma un nuovo concorso, appositamente dedicato agli ex delle aziende ex pubbliche. In pratica, molti di loro saranno destinati ad aggiungersi ai 700 mila nuovi disoccupati, il 15% della forza lavoro. E già qualcuno parla della necessità di riformare la Costituzione in modo da permettere il licenziamento dei dipendenti pubblici. Nel frattempo, colmo del paradosso, le assunzioni clientelari continuano.

E non basta ancora. Il grosso delle entrate, circa 50 miliardi fino al 2014, deve venire non dalle privatizzazioni ma dalla vendita pura e semplice degli assset dello Stato: spiagge, miniere, terreni, immobili. Non sarà la svendita delle isole dell’Egeo che auspicava tempo fa la stampa tedesca, ma poco ci manca.

Un simile progetto di risanamento dell’economia e di riorganizzazione dello Stato esige due cose: una chiara prospettiva di sviluppo e un amplissimo consenso politico. Papandreou non dispone nè dell’uno nè dell’altro. Ed è questo che fa disperare i greci.

In fondo, parecchio in fondo, tutti sapevano come andavano le cose. Tutti sapevano delle grandi fortune esentasse accumulate di straforo ai danni dello Stato. Tutti aspiravano a piazzare qualche figlio o nipote in qualche impiego pubblico, per sistemarlo per tutta la vita. Ora il modello statalista-clientelare è arrivato agli sgoccioli e giustamente l’Europa esige che si volti pagina. Lacrime e sangue, quindi. Ma per quanto? E cosa ci sarà dopo?

Fin da quando è sceso in politica, Papandreou descrive la sua visione di un paese «normale», competitivo, rispettoso dell’ambiente, con uno stato sociale «equo». Non è demagogia, sono le profonde convizioni dell’ultimo rampollo della dinastia,cresciuto tra la Svezia e i campus americani in rivolta. Ma i centomila indignados greci che sbraitavano notte e giorno contro tutto e tutti a piazza Syntagma sanno che, se la Grecia paga il conto più salato, il problema non è solo greco. Qual è questo mitico paese europeo in cui i giovani trovano lavoro? Dov’è lo stato sociale equo? Dov’è lo sviluppo competitivo basato non sulla compressione del costo del lavoro ma sull’innovazione tecnologica? È la Germania? La Finlandia? E’ questo il nostro destino? Dovremo trasformarci in paesi satelliti di Berlino (come la Croazia o la Repubblica Ceca) per evitare la monocoltura turistica? Magari cedendo i diritti dell’Acropoli alla Disney?

Papandreou non ha le idee chiare. Anzi, a maggio, con i conti che crollavano, le raffiche di svalutazioni del rating e i mal di pancia degli europei, è sembrato piuttosto impanicato.

Eppure, il premier deve convincere non solo i riottosi membri del suo governo e del suo partito, ma anche l’opposizione. Gliel’hanno chiesto esplicitamente sia la Commissione europea che parecchi ministri dell’Economia dei paesi creditori: ci vuole consenso prima di mettere di nuovo mano al portafoglio.

L’iniziativa l’ha presa il Presidente della Repubblica Karolos Papoulias, un rispettato ex resistente contro i colonnelli. A fine maggio ha convocato i leader di tutti i partiti parlamentari e ha chiesto loro un piano concordato di politica economica. In pratica, di contribuire con le loro proposte all’elaborazione del piano di medio termine, da presentare in parlamento a giugno.

È stato uno spettacolo penoso, la fiera della miseria politica. Ognuno si è presentato con il suo discorsetto pronto, per niente disposto ad ascoltare e a discutere. La responsabilità più grave è caduta sulle spalle del leader di Nuova Democrazia, Antonis Samaras. La Costituzione attribuisce al capo del primo partito di opposizone un compito istituzionale, di grande responsabilità nei momenti difficili. Ma Samaras non è stato all’altezza. Ha assunto due anni fa la leadership del partito conservatore alla fine di una lunghissima faida con un’altra dinastia politica, quella dei Mitsotakis. Ha dato un’impronta populista e patriottica al partito conservatore. Ora non gli pare vero di vedere i socialisti sprofondare nella crisi e non vuole fare sconti. Al costo di proclami irresponsabili e anche un po’ ridicoli: «Se ci fossimo noi, saremmo usciti dalla crisi nello spazio di un anno!».

Sullo stesso piano i due partiti della sinistra. La segretaria generale del Partito comunista (Kke) Aleka Papariga ha espresso le sue riserve sull’euro e sull’intergazione europea sotto la luce immortale del marxismo-leninismo e internazionalismo proletario. Il giovane e promettente presidente della Sinistra radicale Syriza Alexis Tsipras ha recitato con convinzione la sua parte, di giovane deluso e arrabbiato, alla James Dean, secondo alcuni. Anche la sinistra vede solo i suoi interessi da bottega: incassare una porzione di voti dopo l’inevitabile crollo elettorale socialista.

Paradossalmente, l’unico che ha teso la mano al governo è stato l’ex giornalista Yiorgos Karatzaferis, leader della formazione di estrema destra Laos. I suoi elettori si prodigano alla caccia all’immigrato attorno al centralissima piazza Omonia, ma lui ha capito che questa è un’occasione irripetibile per legittimarsi.

Karatzaferis, da buon cronista, aveva già in testa i risultati di un sondaggio pubblicato due giorni dopo sull’autorevole To Vima. Risultati sorprendenti: l’82% dei greci si è dichiarato in favore delle privatizzazioni; il 44,4% vuole un governo di unità nazionale e il 52,7% considera «positivo» il controllo da parte della troika sulle finanze dello Sato.

Risultati che hanno smentito perfino la Cia, la quale, a marzo, abbagliata forse dal rituale delle molotov incendiate da qualche migliaio di anarco-insurrezionalisti, ha redatto un rapporto allarmista, secondo cui la Grecia era alla vigilia di una «violenta esplosione sociale». Finora, tutti i segnali indicano che la società greca difficilmente si farà trascinare sulla strada senza ritorno della violenza. I traumi della guerra civile e della selvaggia repressione dei colonnelli sanguinano ancora. Quello che i greci esigono, e con pieno diritto, è una nuova classe politica, in grado di portare il paese al XXI secolo. Seppure con un decennio di ritardo.

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